Sewer (Imburnal)


Con Imburnal (Filippine, 2008, 212') siamo incontrovertibilmente ai vertici del cinema, almeno secondo l'opinione del sottoscritto, che ricorda davvero poche pellicole in grado di sconvolgerlo come è riuscito a fare per mezzo di questo miracolo filmico Sherad Anthony Sanchez, esponente di quella new wave filippina* che, annoverando tra le proprie schiere registi del calibro di Lav Diaz, Raya Martin e John Torres**, si rivela come non una ma la realtà più interessante nel panorama cinematografico contemporaneo, e chi sostiene il contrario è psicolabile; con Imburnal, infatti, Sanchez fa proprie le acquisizioni di quel cinema che si caratterizza per il fatto di essere così radicato nell'intimità dei suoi cineasti da risultare al contempo spaesante e affascinante: la ricerca di un'identità nazionale, ricerca che può essere fatta risalire già all'Himala di Ishmael Bernal (Filippine, 1982, 124'), e un'insofferenza di ascendenza politica, concretizzata nei lungometraggi attraverso una ricerca di libertà espressiva che converge in soluzioni stilistiche al limite tra l'anarchico e l'innovativo***, sono i due capisaldi del movimento e sono, come ormai si sarà intuito, i pilastri che sorreggono questo trionfo contemplativo. Con esso Sanchez tesse un mosaico in cui la frammentarietà (del tempo) e l'illusorietà (dell'immagine, spesso sfocata) la fanno da padrone, formalizzando così il lassismo dei personaggi e quel loro brancolare nell'esistenza, sintetizzata - si direbbe - nel condotto fognario**** che fagocita con la sua permeante oscurità le «anime fragili» che lì vanno a fumare, dormire, scopare. Imburnal viene a farsi tramite esse, quasi nell'intenzione di essere i personaggi che rappresenta e con la relativa conseguenza (punto focale della pellicola) di non compiersi e di non effettuarsi se non come epopea corale, lungi dunque dal venarsi di una narrazione lineare che avrebbe in qualche modo smaccato quell'anarchia di fondo che va invece a sprigionare, in ogni singolo fotogramma, una potenza che devasta e ipnotizza lo spettatore, dall'iniziale piano-sequenza durante il quale, per circa sette minuti, si sentono le voci fuori-campo di ragazzine alle prese con discorsi circa le proprie esperienze sessuali al finale desolante ed elegiaco, passando per quell'interruzione a circa metà film in cui lo schermo rimane nero per qualcosa come dieci minuti abbondanti. L'icastica rappresentazione della povertà che infine organizza l'intera opera, continuamente sospesa tra vari estremi - l'out-focus e l'HD, il silenzio che soffoca l'immagine e il rumorio della radio che la vivifica, il lavoro sul corpo e l'interesse per l'ambiente, il sesso e l'innocenza, il cielo e l'acqua - che effettivamente sospendono il tempo filmico sino ad abolire qualsivoglia consecutio temporum, emerge prepotente dalla ciclotimia che investe i diversi personaggi, colti nell'euforia disforica di chi deve essere pur non potendo realmente vivere (detto ciò, la particolare attenzione rivolta alla tematica carnale dovrebbe apparire perspicua). Imburnal è in definitiva un'opera ieratica e abissale, che richiede allo spettatore disciplina e tanta, tanta sete di libertà (nel vedere e nell'ascoltare, ma anche nel porsi di fronte a essa), sicché vano sarebbe inoltrarsi oltre con la recensione per tentare di canalizzare in questa un qualche carattere preciso di una pellicola intimamente eccentrica, decentrata, fuggevole e che sfolgora anche per questo suo carattere d'ineffabilità.




































* A questo proposito si rimanda al documentario Philippine New Wave: This is not a film movement  (Filippine, 2012, 74') di Khavn e alle interviste contenute ne L'atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo di Fumarola e Momo.
** Che tra l'altro qui compare nel dipartimento alla fotografia.
*** Si prenda, ad esempio, il minutaggio di Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540') o gli esperimenti audiovisivi in Now showing (Filippine/Francia, 2008, 280'). 
**** «Imburnal» significa «fogna».

8 commenti:

  1. Porca miseria, grandissimo Yorick! Che razza di filmone sei andato a snidare? Già il titolo spacca, e la dice lunga su quello che ci si potrebbe aspettare. Tutto quello che scrivi attrae inevitabilmente verso la visione, e non per ultimo questo: "lungi dunque dal venarsi di una narrazione lineare che avrebbe in qualche modo smaccato quell'anarchia di fondo che va invece a sprigionare, in ogni singolo fotogramma, una potenza che devasta e ipnotizza lo spettatore". Inoltre, visto il tempo che solitamente qusto cinema filippino richiede, la durata rientra in uno standard abbastanza fruibile quindi ho già messo al lavoro Balt ;)
    Certo che ultimamente sei veramente preso con la cinematografia filippina, in questo blog si è quasi creato uno spazio speciale tutto per loro. Comunque ti ammiro molto per questa tua costanza, perchè oltre ad essere film che richiedono una certa pazienza, non è assolutamente un cinema che puoi vedere tutti i giorni, il tempo gioca sempre a sfavore, purtroppo!

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    1. E i fotogrammi colpiscono di brutto. Ma questi filippini volano anche! (foto 17 dall'alto) :p

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    2. I filippini lo fanno meglio, c'è poco da fare. La realtà politica in cui vivono credo permetta loro di tendere a una libertà che espressivamente si concretizza in scelte stilistiche davvero sconvolgenti e - inutile dirlo - molto interessanti: è, se vuoi, la stessa cosa che accadeva nell'Ungheria in cui Tarr iniziava a girare i suoi primi lungometraggi ed è forse anche il motivo per cui gran parte del cinema occidentale, borghese e politicamente rilassato com'è, fa schifo, è reazionario e, insomma, è così accomodante da risultare futile e innocuo. Insomma, quella filippina è una realtà (cinematografica) da tenere d'occhio, come Lav Diaz e Raya Martin ti hanno dimostrato - e questo "Imburnal" ne è la prova definitiva.

      Pensa comunque che il fotogramma cui ti riferisci è davvero un fotogramma pure nel film: una fotografia di qualche minuto che sospende la videità.

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  2. Altro grande film filippino. Segnato anche questo (anche se, per amor del vero, dieci minuti di schermo nero sono troppi per me, ma le immagini sono decisamente belle....)

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    1. Sì, per certi veri può apparire faticoso, ma ne vale davvero la pena, te lo assicuro: è strabiliante. E poi, come disse Arnauld a Nicole, "c'è l'eternità per riposarsi" :)

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  3. Ti ringrazio per la preziosa segnalazione, gli snapshot sono meravigliosi, sembra un film straordinario. Ma devo vincere il mio timore per le durate così lunghe... ho lo stesso problema con Lav Diaz e Bela Tarr (SatanTango)... non mi sento in grado, ma è uno stupido pregiudizio. Comunque appena è finita la sessione d'esame mi prendo un giorno intero per questo film. Te lo prometto, e lo prometto a me stesso che sono convinto di non potermene pentire!

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    1. Come sai sono molto parsimonioso nell'etichetta CAPOLAVORI (anche se a breve ne arriverà un altro, che però credo sia il più bel film mai realizzato, quindi gli si dovrebbe creare una pagina, forse anche un blog, tutto per sé), dunque questo ti conviene davvero accattartelo, perché pellicole così potenti ed esteticamente affascinanti se ne vedono davvero poche in giro, o almeno io ne vedo davvero poche in giro... La durata non deve o non dovrebbe spaventare, perché in fondo si tratta di un tempo, specie in questo caso, abbastanza limitato (si potrebbe dire la stessa cosa anche per i film più mastodontici di Lav Diaz, però quello è un esame da fare con più cautela e dovrebbe chiarire innanzitutto cosa si intenda per tempo, perché io sopporto molto meno un'ora sprecata con un film del cazzo che con un buon film di quattro o cinque ore); inoltre credo che il tempo non dovrebbe inficiare la decisione di appropinquarsi a una certa visione, specie viste le opere che potresti perdere con questi timori: vediamo centinaia di ore di film "scarsi" di un'ora e mezza, tanto vale beccarsi un capolavoro di qualche ora in più, no? Guadagniamo tempo e gioia.

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    2. Certamente!! Il tuo discorso non fa una piega... guadagnerò tempo e gioia!! (passati gli esami) grazie ancora Yorick!!

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