Let each one go where he may


Se A spell to ward off the darkness (Francia/Germania/Estonia, 2013, 95'), con quel magnifico piano-sequenza finale, che rievoca per certi versi l'idea che sta alla base di Beast (USA, 2012, 36') a sua volta ripresa e rimodulata da Black and white trypps number three (USA, 2007, 12'), dischiudeva, se non proprio liberava, un orizzonte nuovo nella cinematografia di Ben Russell, questo Let each one go where he may (USA/Suriname, 2009, 135'), girato in 16mm e composto da tredici piano-sequenza* di dieci minuti l'uno, recupera tutto l'apparato etnografico che sta alla base di River rites (USA/Suriname, 2011, 10'), The black and the white gods (USA, 2010, '23), Trypps #6 (Malobi) (USA/Suriname, 2009, 12') etc. fondendolo con quel lavoro sul corpo (lavoro che qui radicalizza), sperimentato in Workers leaving the factory (Dubai) (USA/Emirati Arabi Uniti, 2008, 7'), cortometraggio ancora etnografico se comparato a quello che rieccheggia, ovvero La sortie de l'usine Lumière (Francia, 1895, 1') dei fratelli Lumière. La pellicola segue un paio di lavoratori del Suriname e prende il titolo da una leggenda di quel paese che racconta di come Dio sarebbe sceso sulla terra e avesse intimato ai colonialisti di liberare gli schiavi, e questo accade nel film: grazie alla Steadicam la libertà di movimento dei personaggi è totale, e il cinema, come accade in A spell to ward off the darkness, si palese o viene riformulato come dispositivo liberatorio, emancipante, ma è un artificio; non si impiega infatti molto a capire, per mezzo anche del formalismo di Russell, che prima segue i lavoratori da dietro, poi passa alla loro destra e infine li precede, che i personaggi stanno seguendo un percorso prestabilito e che l'unica libertà, dunque, è quella della spettatore. Libertà illusoria o, meglio, veicolata attraverso l'oppressione del profilmico, il che riscrive l'intera opera in maniera prospetticamente differente: certo, il cinema emancipa, ma emancipa chi lo guarda, lo sfruttatore e non lo sfruttato, e questa nuova implicazione rende Let each one go where he may una sorta di specchio della società moderna, dove la libertà occidentale si (sovra)struttura sulla schiavitù di paesi altri, come appunto il Suriname. Ciononostante Let each one go where he may non sembra segnare una sconfitta per il cinema etnografico quanto piuttosto un necessario step metodologico preceduto da una presa di coscienza che futuribilmente potrà fare di Let each one go where he may uno spartiacque tra il cinema etnografico che l'ha anticipato, i cui strumenti, dei quali si è servita ad esempio la vietnamita Trinh T. Minh-ha per il suo bellissimo Reassemblage (USA/Senegal, 1983, 40') ma anche l'antropologo Jean Rouch per La Pêche et le culte de la mer (Francia/Ghana, 1953, 19'), vengono ora smascherati nella loro intrinseca insufficienza, e il cinema etnografico che futuribilmente (e sperabilmente) lo seguirà.

* Dieci dei quali in Steadicam e tre a macchina fissa.

6 commenti:

  1. A quanto pare ti ha pigliato proprio bene questo Ben Russel. L'idea che sta alla base del film sembra stuzzicante, come lo sono quasi sempre quei film composti di pochi PS. Aggiungo anche questo alla sfilza di titoli che mi sono procurato nell'ultima settimana, anche se prima voglio assolutamente vedere "A Spell..." Magari stasera!

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    1. Che filmone, "A spell to ward of the darkness"! Estremo come pochi, sul serio. Comunque sia, questo Ben Russell mi garba davvero molto, in più sto iniziando ad addentrarmi nei territori del cinema cosiddetto etnografico, che è contemplativo da far paura.

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  2. Interessante. Segnato al volo (sperando si possa trovare!)
    Mi incuriosisce anche perché non pensavo che in Suriname ci fossero problemi di questo tipo. Da quel poco che ho visto mi è sembrato un paese "pacificato", non poverissimo. Mi ha colpito molto che buona parte della popolazione fosse costituita da indiani. Ma sono rimasto poco, e ho visto pochissimo. Peccato!

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    1. Su vimeo trovi pressoché tutti i lavori di Russell, tra cui anche questo: https://vimeo.com/39846969. Probabilmente ho letto male io la situazione, onestamente dalla pellicola traspare una certa indigenza, ma magari è stato lo stesso Russell a inquadrare proprio le zone più povere del paese...

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  3. Di "River Rites" cosa ne pensi? Io ne sono rimasto folgorato.

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