La playa D.C.


È un coming-of-age di come se ne vedono pochi, La playa D.C. (Colombia/Brasile/Francia, 2012, 90'): onesto, pulito, disincantato. Niente di nuovo sotto il sole, certo, eppure il film riesce convincente  anche laddove sembra peccare di elefantiasi o di agglutinamento, forse perché Juan Andrés Arango sembra fondamentalmente fregarsene di instaurare un'empatia tra attore e spettatori, lasciando praticamente fuori dal gioco che va dipanando questi ultimi e facendo di ciò il punto di forza della pellicola, almeno a mio avviso. Le storie che si intrecciano sono davvero troppe e per certi versi si portano con sé una carica disperante non da poco, ma l'esordiente Arango riesce a dipanarle sapientemente, non appesantendo la storia e sostanzialmente trovando nel suo protagonista, Tomas, l'epistilio dell'intera vicenda; non stupirà, dunque, se la potenza del film è infine sprigionata dalla sceneggiatura, la quale, schivando ogni genere di artificio estetico, salassa una miriade di dinamiche (la guerra, la droga, i rapporti umani etc.) nella sola figura di Tomas, che per quanto tenti di trovare nell'arte una certa forma di redenzione o, almeno, di salvezza è in ultimo votato alla sconfitta di chi è nato nella parte sbagliata del mondo. La storia d'amore che qua e là emerge non decolla mai, la stessa dimensione caratteriale di Tomas non viene più di tanto approfondita e, insomma, il tutto, sebbene in apparenza possa venire accostato ai coming-of-age di hollywoodiana memoria, è invece da questi tremendamente distante, quasi un universo chiuso ed ermetico, in cui è ammessa solamente un'identificazione parziale: è come quando Miles Davis, suonando di fronte a una platea di gente bianca, si voltava di spalle; così fa Arango, che in sostanza gira un film per la gente come Tomas, con attori non professionisti, una mdp che così posizionata dietro la testa dell'attore sembra presa a prestito dai lungometraggi dei fratelli Dardenne e una storia che è in ultima istanza spoglia di qualsiasi drammatizzazione e imperscrutabile o non del tutto penetrabile da coloro che non sono nati in quel pezzo di mondo. Una buona opera prima, insomma. Presentata a Cannes nella sezione Un certain regard ma non premiata, e adesso si capisce il perché.

4 commenti:

  1. L'edizione di Cannes 2012 è tra quelle che avevo seguito maggiormente, principalmente per la presenza di PTL, mi pare ovvio. E ricordo benissimo di questo "La Playa", non c'era giorno che non mi capitava sott'occhio ma a differenza di moltissimi titoli che col tempo, ho poi recuperato, in questo c'era qualcosa che mi frenava ogni volta, pur attirandomi, a modo suo. La tua recensione mi sembra l'occasione giusta per recuperarlo, va... Anche perchè, la classica "mdp posizionata dietro la testa dell'attore", seppur in declino, è qualcosa che mi ha sempre entusiasmato abbastanza... Grazie!

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    1. Ti avviso, non è un film contemplativo. Anzi, per certi versi la narrazione è molto classica, ma il tipo ha una classe tutta sua e ci sono degli sprazzi davvero convincenti, nel tutto. Non lo adorerai, ma difficilmente non ti piacerà.

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  2. Il trailer mi è sembrato interessante, molto crudo. Vedrò anch'io di recuperarlo!

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    1. Lo è, e probabile che tu lo apprezzerai anche più di me :)

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