Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Unang aklat: Ang alamat ng prinsesang bayawak)

C'è sempre una catastrofe nei film di Lav Diaz perché c'è sempre una catastrofe nella realtà. Forse la catastrofe è solo un modo per aggiustare un'armonia precaria o forse, più semplicemente, è uno dei tanti eventi che si verificano senza alcun motivo e per nessuno scopo, perché il caos è il fondo delle cose e questo fondo mormora e gorgheggia, non emerge in superficie ma sprofonda la superficie. In Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540') la catastrofe (un uragano) incombe come sempre fa una catastrofe, ma quest'incombere è già catastrofe e non solo prodromo di essa: la catastrofe è catastrofica perché impone altre catastrofi (lo sfollamento del villaggio di Caromatan, nel caso del film in questione), e questo suo catastrofizzare la realtà e le genti che appartengono a quella determinata realtà è la pietra angolare della catastrofe - ma sarebbe meglio dire del catastrofico - in quanto propria della catastrofe è la durata, non la puntualità. Il prima e il dopo la catastrofe, non il momento della catastrofe. Basta dare un occhio a quel che è successo a Sumatra nel 2004 per rendersene conto. Certo cinema della catastrofe è sensibile a quest'aspetto, e al di là dei vari disaster movie hollywoodiani, la cui ottusità nel cogliere il lato catastrofico della catastrofe nel manifestarsi di questa è davvero sconcertante, non bisogna tornare tanto indietro cogli anni per trovare una sensibilità della durata della catastrofe in film come il Sátántangó (Ungheria, 1994, 432') di Béla Tarr o il Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540') dello stesso Lav Diaz. Heremias non fa eccezione, ma, anziché soffermarsi sulla catastrofe vera e propria, mostra le sue implicazioni nel microcosmo di un individuo (Heremias appunto, un venditore ambulante che, anziché migrare assieme alle genti del villaggio, prosegue da solo per un'altra strada), il cui allontanamento dal luogo della catastrofe gli permette soltanto di schivare quella catastrofe e non quant'altre da essa implicate (il furto, il pestaggio per mano poliziotta etc.). L'uragano, dunque, diventa oggetto virtuale ed esplode in tutta la sua catastrofica virtualità: Heremias si ritrova coinvolto nelle intenzioni, udite per caso, di un nugolo di ragazzi che organizzano lo stupro e l'omicidio di una ragazza, viene picchiato dal sergente della polizia cui si era rivolto per scongiurare lo stupro, al quale avrebbe dovuto prendere parte il figlio di un politico, ed è lasciato solo persino dal sacerdote. Chiosa di questo sofferto abbandono della speranza sono le parole che Heremias rivolge a Dio, oggetto metafisico (irreale, per certi aspetti) per eccellenza: è l'abbandono della speranza, l'impossibilità di agire, di ottenere qualcosa, anche solo la dignità di vivere e non di esistere, ma è anche ciò che riconduce l'esistenza di Heremias al cinema, che la lega al mezzo cinematografico in maniera indissolubile e politica: «Cosa cerchi nel fare cinema?» si chiede Lav Diaz, «Cerchi di dare risposte alla tua vita? Cerchi di capire la lotta per la sopravvivenza, col cinema? È sempre una lotta. Combatti ogni giorno della tua vita. Riguarda l'esistenza». Come in Century of birthing (Filippine, 2011, 360'), dove il legame rispetto a Heremias è però più palese grazie alla presenza di un regista e di un film nel film, la tragedia, la catastrofe che è presentata nel film, si veicola al cinema, il quale diventa ora un mezzo che non fa altro che trasportare la catastrofe in un luogo virtuale ma non per questo fittizio o, peggio, capzioso; in Death in the land of encantos, per esempio, la tragedia è reale, è realmente avvenuta e al cinema non tocca altro che amplificare la portata di persone che ne sono state catastrofizzate, divenendo quasi una sorta di appendice della catastrofe, di cui prolunga la durata, il tempo, la riproducibilità. Si capisce bene, allora, perché il cinema, per il filippino, sia prima di tutto una questione di responsabilità, come dice egli stesso: «Per me il cinema è una questione di responsabilità. Responsabilità per il mio paese, per la mia cultura, e usare questi video come una responsabilità, per condividere l'esperienza della mia gente, la lotta dei filippini, la mia lotta personale come artista... la mia visione del mondo... la mia comprensione della vita». Di nove ore (alla domanda riguardo cosa lo spinga a girare film di tali durate, Lav Diaz risponde: «Beh, è una struttura che ho sviluppato col tempo... i miei film sono diventati così organici... e il confine della convenzione che vuole che un film duri due ore o un'ora e mezza, per il cinema commerciale... Non faccio film per il pubblico come lo conosciamo ora. È un cinema libero, e la lunghezza non è premeditata. Non so mai quale sarà la lunghezza dei film che inizio a girare. Succede una volta che sono al montaggio. Non c'è un piano per questo. Se giro una scena e viene di venti minuti, la lascio di venti minuti, non voglio tagliarla o costringerla a una durata più breve»), Heremias si configura così come cinema della riflessione e dell'inflessione, prima che della contemplazione o, meglio, per mezzo della contemplazione stessa. Girato nello stile ormai noto di Lav Diaz, con lunghi piano-sequenza a macchina fissa in b/n, Heremias prelude la catastrofe di Death in the land of encantos, ma proprio per il fatto di preluderla e di non mostrare, come nel finale di Century of birthing (la cui attrice Hazel Orencio, poi anche protagonista di Florentina Hubaldo, CTE (Filippine, 2012, 360') e ora fidanzata di Lav Diaz, ha confessato di aver assistito per la prima volta a una proiezione di un film di Lav proprio in occasione di Heremias), una rinascita catartica, anzi indugiando sulla catastrofe fino a moltiplicarla nelle micro-catastrofi che disgregano e schiantano l'individuo protagonista, sembra quasi eternizzarla, almeno nella temporalità dell'universo filmico, ricavando da qui una potenza espressiva tutta particolare, disincantata e urgente, ciclica e wagneriana. C'è del nichilismo, della perdita di speranza, e manca totalmente la vena tendente al romanticismo di Melancholia (Filippine, 2008, 450'), e a qualcuno forse tornerà in mente Butterlies have no memories (Filippine, 2009, 61'), ma ancora non basterebbe, perché qui tutto appare insensato e ineluttabile, quasi Heremias fosse (pre)destinato al furto, al pestaggio, alla disperazione. Val la pena quindi soffermarsi, a visione ultimata, sul raccordo tra il cinema e la realtà in esso presentata, una realtà altra rispetto al cinema, ancorata a quella che viviamo tutti i giorni e che il cinema ha il dovere di riprodurre per fare in modo che quanta più gente possibile ne sia testimone, e val la pena farlo perché solo qui, forse, si troverà un appiglio alla speranza: la speranza che il cinema emancipi, che il cinema possa render noto e rendendo noto informare, svegliare le coscienze e, insomma, preludere a una realtà differente, a una modificazione dello status quo così disperato e disperante.

17 commenti:

  1. Non potevi scegliere un titolo migliore per iniziare l'anno nuovo. Finalmente un Diaz non ipertrofico, oltretutto. Solo 540', una bazzecola. Scherzi a parte, ti invidio, davvero. Purtroppo le mie visioni non sono mai solitarie e difficilmente mia moglie potrebbe "accollarsi" un film di 9 ore. Neanche in più riprese. Prima o poi, però, ci riuscirò (intanto conservo in archivio tutti i titoli di Diaz)
    PS: tu e ViS mi avete "incuriosito". Qualche dritta su Raya Martin?

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  2. Yorick, in piena sincerità: a mio avviso la miglior recensione che tu abbia mai fatto su un film di Diaz! Anzi, è una disamina che più accuratamente di così non si poteva fare su, Diaz; sul suo operato, sul suo rapporto col cinema, sulla condizione sociale della sua terra, e via discorrendo... Qualcosa di veramente piacevole da leggere, complimenti davvero! Certo è, che come bombus, pure io faccio fatica ad accostarmi quando i suoi film raggiungono durate così mastodontiche eppure, Diaz mi attira terribilmente, specie dopo "Century of Birthing", ma lì erano 360'... 540' sono una giornata di lavoro. Comunque mi riprometto di impegnarmi e approfitto per chiederti, a questo punto: visto che scrivi "Heremias prelude la catastrofe di Death in the land of encantos", mi consiglieresti prima questo oppure è indifferente? perchè DitLoE ho scoperto di averlo nell'HD (me l'avevi passato te).

    Nel frattempo ti auguro buone vacanze, ma non sparire per due mesi anche te :p
    ...e Buon Anno!

    @bombus: Yorick è partito, sta via una settimana, mi diceva che non sa se, e quando riuscirà a rispondere ai commenti. Comunque, se posso esserti utile, su Martin cosa volevi sapere?

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    1. Bene, bravo Yorick, così siamo in due in giro per il mondo. Può essere che ci incontriamo :-) Io tra un mese ritornerò in centro America. Stavolta però il cinema non mi mancherà più. Ho fatto le scorte e non sparirò più.
      Grazie @Frank, sei sempre gentilissimo! Volevo sapere da yorick se aveva qualche dritta su qualche film precedente a "La última película" che merita una visione

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    2. Ne ha fatti parecchi, Martin, ma oltre a "La Ultima Pelìcula" non ne ho ancora visto nessuno. Yorick è rimasto folgorato da "Now Showing" che poi mi ha passato, ma devo ancora immergermi nella visione perchè sono 280' e devo trovare la serata giusta. A ogni modo, due titoli che personalmente mi attirano forte sono: "Buenas Noches, Espana" (che ho appena trovato sul quadrupede) e il penultimo "How to Disappear Completely" (presentato quest'estate a Locarno, e perso, naturalmente :)
      Se vuoi gettare un'occhio e vedere se c'è qualche titolo che magari ti ispira, questa è la pagina Mubi con tutti i suoi film: http://mubi.com/cast_members/20154

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    3. Preciso come al solito. In effetti, avevo letto la recensione di yorick. Ho già trovato Buenas Noches, Espana", ti ringrazio tanto! Cercherò anche gli altri.

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  3. Carissimi, Diaz va visto assolutamente, magari spezzettato, ma va visto. Leggevo che quando i suoi film vengono proiettati al cinema, lui vorrebbe sempre vedere qualcuno che esce, va in bagno, sta fuori dieci minuti, si fuma una sigaretta e poi torna a vedere il film, magari perdendosi in esso, non badando ai dialoghi ma, per esempio, contemplando un certo albero più in là nell'inquadratura etc.

    bombus, fai benissimo a volerti immergere nella filmografia di Martin, credo davvero sia uno dei più grandi cineasti in attività. Tra l'altro lui ha studiato con Diaz, cioè mentre Lav montava i film etc, Raya era in studio con lui, non conosceva molto di cinema e gli chiedeva un sacco di cose - e insomma se come maestro o padre putativo hai Lav Diaz non puoi che diventare un colosso del cinema (e "Now showing" lo dimostra appieno, credo. Quantomeno per quel lavoro sul cinema che fa).

    ViS, grazie mille per i complimenti e grazie per avermi spalleggiato con Raya. Comunque anche l'isola alla fine del mondo, di Martin, dev'essere tanta roba ;)

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    1. Figurati, volevo rendermi utile, per quanto possibile e soprattutto, riempire in tua assenza lo spazio di questo post preziosissimo :) Comunque, vedo che a quanto pare la connessione non ti ha tradito, nel posto dove sei.

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    2. No, grazie al cielo! Sarebbe stato traumatico, anche se diversi siti qui sono bloccati >.<

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  4. E' introvabile. Sto scandagliando internet ma di questo nessuna traccia...

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    1. Ma guarda, di torrent neppure l'ombra. Comunque ho scritto una mail al regista. Vediamo se risponde!

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    2. A Lav Diaz? Stai fresco... Mandami una mail ché te lo carico

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    3. ti ho mandato un messaggio su google plus, ma comunque la metto anche qui: conte.luigi@gmail.com, davvero troppo gentile!
      Avevo Lav Diaz in cantiere, ma ero un po' timoroso di affrontare la visione, invece è stata una rivelazione! Death in the land of encantos l'ho visto in più riprese, ed ho avuto la sensazione che sia un cinema che davvero dialoga con lo spettatore, lo accompagna, vive con lui. Bellissimo...
      Out of topic: è fantastico vedere come tanti haters si riversino su questo blog! Ma cosa gli fai?! Ahahah

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    4. Ah, okay, grazie, perché non uso molto G+. Sto uppando, ci vorrà un po' ché è piuttosto pesante...

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  5. Riusciresti a mandarlo pure a me?
    la mia mail: calaveraenrik@gmail.com
    Grazie in anticipo

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