Evolution of a filipino family (Ebolusyon ng isang pamilyang Pilipino)




Evoluzione di una famiglia filippina (Filippine, 2004, 593') è il più grande film che sia mai stato realizzato, e non mi riferisco al minutaggio. È uno di quei rari film in merito ai quali non bisogna chiedersi perché guardarli bensì perché non farlo, ed è una domanda, questa, che rimarrà ineluttabilmente senza risposta, perché Evoluzione di una famiglia filippina è davvero il più grande film che sia mai stato realizzato. Con esso Lav Diaz ricostruisce, attraverso la storia di una famiglia contadina, l'evoluzione delle Filippine, più precisamente le Filippine di quel politicamente travagliato e ingarbugliato periodo che intercorre tra il '71 e l'86, anno della caduta della dittatura di Marcos, e lo fa con la pazienza dovuta al caso, al passare del tempo, alla vita che fluisce e non vuole staccarsi dallo schermo, dalla vita (emblematica, in questo senso, la scena di morte sul finale, nella quale per più di venti minuti si assiste all'agonizzare solitario* di chi è ormai giunto alla fine). Con un incipit che verrà vagamente ripreso in Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540') e un'austerità vicinissima all'altro capolavoro del regista, tale Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540'), Evoluzione di una famiglia filippina si presenta già dalle prime ore come un'opera estrema e affascinante, senz'altro rivoluzionaria, che dosa sapientemente fiction e found footage, il quale, con i suoi inserti giornalistici, appiglia la fiction stessa a quella realtà da cui è data e in cui sostanzialmente si manifesta. Così, dopo Batang west side (USA/Filippine, 2001, 300') e Hesus, rebolusyunaryo** (Filippine, 2002, 112'), Lav Diaz prosegue il suo percorso di ricerca delle radici nazionali che sole possono affrancare il popolo filippino dalla tragica situazione politica che lo vessa e lo sconvolge, partendo dall'elemento primordiale per eccellenza: la terra, strettamente connessa al lavoro che la famiglia del titolo pratica su essa e successivamente dentro essa, nelle viscere delle miniere***; se la terra rimanda allora alle radici e, come nell'Agrarian utopia di Uruphong Raksasad (Thailandia, 2009, 122'), a una condizione esistenziale distante ma non per questo non influenzata dai clamori cittadini e da disfacimenti politici di vario genere, il lavoro è di pari tempo ciò che emancipa****, dunque non è un caso che questi due elementi in Ebolusyon... siano palesemente interdipendenti. L'operazione di Lav Diaz può così essere letta come un tentativo di rischiaramento di ciò che è stato, d'illuminazione su ciò che è stato, ma questa operazione, lungi dall'essere sterilmente filologica, non è condotta né in maniera nostalgica né tantomeno teleologica, non vuole cioè lasciar intendere che questo presente si fondi su quel passato, ma è semmai un tentativo di riappropriazione della storia e di fondazione della memoria: «Ma nella desolante | mia condizione di diseredato, | io possiedo: ed è il più esaltante | dei possessi borghesi, lo stato | più assoluto. Ma come io possiedo la storia, | essa mi possiede; ne sono illuminato: | ma a che serve la luce?». Ebbene, essa serve a localizzare. Perché si studia la storia? Per sapere in che anno siamo, a che punto della storia siamo. C'è una leggenda veneziana che vuole che una delle colonne in piazza San Marco sia fuori asse. Un difetto impercettibile a occhi nudo ma presente. Nell'epoca della repubblica Serenissima si racconta che ai condannati a morte venisse detto di salire sul basamento di questa colonna e, qualora fossero riusciti a circoscriverla stando in piedi sul basamento, avrebbero avuto salva la vita. Nessuno ci riusciva naturalmente, dato il difetto della colonna, ma tutti ci provavano. È il supplizio della speranza: cadi nell'abisso da pochi centimetri di altezza. Ci si crede filosofi a dire che viviamo nell'epoca delle passioni tristi e ci si crede artisti perché si mostra la desolazione e l'inquietudine del presente e si chiama questo abisso, ma non sono che quisquilie, queste, cose che potrebbe riconoscere anche un bambino che di geopolitica non sa niente. Al contrario, la mossa di Lav Diaz è molto più interessante e molto più succosa dal punto di vista concettuale, perché riappropriandosi della storia e localizzando, attraverso di essa, il presente Lav Diaz indaga l'altezza da cui il popolo filippino è caduto, cercando così di dare una metratura all'abisso*****, calcolando lo spazio che separa il popolo filippino dal basamento, dalla terra, da una situazione di vita dignitosa, umana. La famiglia del titolo si ritrova quindi a essere prima veicolo della storia e poi macchina produttrice di storia, e l'intimità che va dischiudendo finisce per diventare qualcosa di universale****** e paradigmatico. Radicale e al tempo stesso totale, Evoluzione di una famiglia filippina è in un'ultima analisi un gesto d'amore nei confronti del cinema, perché è al cinema******* che Lav Diaz affida tutto quest'apparato teorico colla logica conseguenza sia di riformularne il linguaggio che di consacrarlo definitivamente. E di fronte a questo gesto estremo di amore, speranza, forza e devozione non si può che rimanere afasici, perché è così dannatamente commovente.

* «Contrariamente a quello che si dice non sono gli uomini che sanno morire o che muoiono, sono gli animali, e, quando gli uomini muoiono, lo fanno come bestie» sostiene Deleuze nel suo Abecedario (Francia, 1946, 453'), riferendosi alla condizione di solitudine in cui la morte scaglia gli esseri nel momento del trapasso.
** Ma pensato già prima di questi, tant'è che si parla, a proposito di Ebolusyon..., di un periodo di gestazione lungo circa nove anni.
*** La miniera è un topos del cinema di Diaz, presente, tra gli altri, sia in Naked under the moon (Filippine, 1999, 112') che Butterflies have no memories (Filippine, 2009, 61').
**** L'uomo è un animale che lavora.
***** «Perché c'è tanta follia e tanto dolore a questo mondo? La felicità è solo un'illusione? La vita è solo una successione di eventi per misurare la sofferenza dell'uomo?» si chiede il rivoluzionario al fronte in Melancholia (Filippine, 2008, 480').
****** Analogo procedimento (dall'intimità all'universalità), mutuato però secondo interessi squisitamente cinematografici, sarà adottato anche da Raya Martin nel fenomenale Now showing (Filippine/Francia, 2008, 280').
******* Il quale occuperà una posizione di tutto rilievo in Century of birthing (Filippine, 2011, 355').

2 commenti:

  1. Molto interessante, anche per quel riferimento ai lavoratori, alla terra, all"Agrarian utopia" insomma. L'opera più totale di Diaz quindi, questo è chiaro ma nonostante ciò, se dovessi pensare velocemente a tutti i suoi film (quelli che hai visto, ma dubito ti manchi qualcosa) potresti considerarlo anche il migliore esteticamente? Domanda curiosa!
    A ogni modo lo appunto come terzo film del filippino che vedrò, dopo DitLoE e "Heremias". Ora però, sono curioso di sapere chi è la figura enigmatica che osserva quella croce nel fotogramma "infornato" qui sotto... Inquieta un pochino :p

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Be', forse il picco estetico di Lav Diaz è appunto "Century of birthing", seguito a ruota da "Heremias", ma qui diciamo che è già in nuce tutta la sua poetica e tutta la sua estetica, e insomma è un'opera davvero grandiosa, da vedere assolutamente.

      Elimina