Bateau Ivre



Bateau ivre* (Belgio/Italia, 2012, 63') di Chafik Allal e Claudio Capanna segue la gita in barca di un professore e dei suoi allievi, adulti di provenienza africana ai quali era stato chiesto, in vista della gita, di leggere durante il week-end Cuore di tenebra di Joseph Conrad; la classe, all'apparenza svogliata, viene meno al proprio dovere, il che innesca un'accesa polemica coll'insegnante, il quale, pur sorvolando sulla negligenza degli allievi, tenta in tutti i modi di intavolare con loro un dibattito sui temi cardinali del romanzo conradiano, quali la schiavitù, la colonizzazione, il razzismo eccetera. Date queste premesse Bateau ivre potrebbe apparire come un film cattedratico, girato col solo scopo di ammiccare a un certo pubblico e di farsi insomma valere per questo suo taglio tra virgolette democratico, ma tali impressioni emergono solo da una lettura superficiale**, fallace; Bateau ivre, infatti, procede dialetticamente, alternando le scene girate in interno con altre dove una voce fuori-campo, evocando passi di foucaultiana e deleuziana memoria, si sperde nell'ambiente circostante, e forse lo permea. Il battello, inoltre, pare procedere alla deriva, scivolando via dal paesaggio onirico di partenza e raggiungendo luoghi di drammatico realismo, connotati da colori che contrastano violentemente con le tinte pastello dei primi: l'apparenza diventa realtà. Con sguardo marxiano, di chi cioè scopre l'apparenza e l'aggira per tastare la veridicità che riveste e oblia, Capanna e Allal trasformano la figura dell'emancipatore - il professore che, attraverso la sua cultura, tenta di mostrare alla classe lo schiavismo che ancora opprime gli immigrati - in un nuovo colonialista e, parallelamente, fanno del battello nient'altro che una rinnovata caverna platonica; anche qui, difatti, labili sono i confini che distinguono l'emancipatore dal tiranno e quel che può infine essere sussunto è, da una parte, la tragicità intrinseca alla persona che contempla il Sole e che in questo suo contemplare è rilegata a una solitudine tremenda e, dall'altra, la proiezione imperialista di questa tragicità nel momento stesso in cui cessa, la persona, di voler contemplare il Sole in solitudine e decide, quindi, di fare ritorno*** alla caverna. In Bateau ivre, Capanna e Allal improntano sostanzialmente questa riflessione, rileggendo - più o meno sommessamente - il mito platonico, archetipo occidentale di qualsivoglia teoria dell'emancipazione, e ciò che ne esce è un film lucido, onesto e disincantato che mostra come la liberazione non sia nulla se non proviene dal basso e da tutti, da quel basso che è di tutti e da quei tutti che stanno nel basso e non aspettano altro che emergere: ogni altro tentativo, per quanto declinato da una nobiltà di spirito che spinge questo o quel santone a farsi vox populi, è irrimediabilmente votato al fallimento o, peggio, all'instaurazione di una nuova e diversa gerarchia.

* Premio della giuria al Roma3 Film Festival.
** «Non volevamo fare un film classico sull'immigrazione, nè tantomeno sul colonialismo. Io penso che questo sia un film che parla giustamente di emancipazione e di manipolazione. E la cosa che ritengo particolarmente riuscita sia la figura del professore Jean-Michel, pensatore di sinistra e colonizzatore allo stesso tempo. In quest'ambiguità riposa buona parte della attuale società fraoncofona, in Francia o in Belgio o altrove.» (Claudio Capanna)
*** «Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?» (Platone, La repubblica)

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