Batang west side




Dopo Naked under the moon (Filippine, 1999, 112'), Lav Diaz prefigura quelle che saranno le grandi epopee del suo cinema - Melancholia (Filippine, 2008, 480'), ad esempio - con questo Batang west side (USA/Filippine, 2001, 300'), recuperando comunque tutto un apparato già maturato in Naked under the moon (immagini corrose che sembrano recuperate da vecchie VHS, un esistenzialismo votato al tragico o, almeno, al disincanto etc.), e lo fa, Lav Diaz, accostandosi al cinema di genere, mutuato però secondo l'estetica del regista, quasi a voler non solo segnare un divario rispetto l'americanità di certo cinema ma pure a rivendicare un'arte (la settima, per l'appunto) che Hollywood è finita collo storpiare*. Ambientato nel quartiere filippino del New Jersey, BWS racconta le conseguenze della diaspora che ha condotto molti filippini sulle sponde americane, ritrovandosi a vivere ai margini e procacciandosi da vivere mediante espedienti o criminalità. Il giallo sulla morte di Hanzel su il detective Mijares tenta di indagare è dunque soltanto la patina al di sotto sotto della quale Lav Diaz mostra le condizioni in cui cui vessa il popolo filippino che si è ritrovato a dover emigrare negli States. Tutto il film è costruito attraverso interviste, flashback e, insomma, documenti e documentazioni che dipanano quella foschia sulla realtà che mistifica la miseria esacerbante la quotidianità di chi non è nato nel paese in cui si trova ed è troppo povero per poter mostrare il dollaro anziché il passaporto. In questo senso è interessante osservare l'architettura del lungometraggio, perché per mezzo dei piani lunghi (spesso saturi di edifici, cose, persone) non solo viene concretizzato lo spaesamento dell'investigatore, sì da acuire l'effetto giallo del film, ma si ha soprattutto l'impressione che il quartiere sia in realtà una gabbia che ghettizza lo straniero e, in sostanza, lo condanna a una situazione che è il quartiere stesso a rendere ontologica, coercitiva, ineluttabile, il che - più o meno a metà film - scardina completamente la pellicola scagliandola da quel film di genere che pareva essere a studio antropologico, sociale, politico che in realtà è. Così, quando l'ispettore inizia a credere d'essere stato lui stesso ad aver ucciso Hanzel si ha la netta percezione che il rimando sia eminentemente sovrastrutturale (per così dire), che cioè la morte di Hanzel, nell'economia del film, non figuri altro se non la condanna cui ogni filippino è soggetto per volere politico... ed è giusto qua, infatti, che Lav Diaz compenetra Batang west side di altri filippini, fantasmi che si identificano per il solo fatto di essere filippini, vittime come Hanzel. D'ora in avanti il giallo così come la narrazione che sinora l'ha trasportato saranno totalmente soggiogati dal documentario e dalla riflessione sin quasi a divenire appendici di questi ultimi elementi, e Batang west side sarà radicalmente riformulato dalla mente dello spettatore, il quale - a posteriori - lo rileggerà dal principio seguendo il filo rosso non delle indagini ma della desolante meditazione che Lav Diaz ha dischiuso per mezzo dei documenti di cui sopra, arrivando infine a intendere il vero fulcro della pellicola, ovvero la precarietà dell'esistenza di chi non ha più patria né, conseguentemente, identità**.

* Un anno prima la stessa operazione era stata compiuta da Takeshi Kitano con Brother (Inghilterra/USA/Giappone, 2000, 114').
** E il rimando, naturalmente, è a Death in the land of encantos (Filippine, 2007, 540') e a Heremias. Book one: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540'), dove ancora è indagata l'identità nazionale filippina e dove ancora è presente la perdita delle proprie origini (in Death... per opera di un disastro naturale, in Heremias per opera di una migrazione in vista di un disastro naturale). Come si è già detto, del resto, il tema dell'identità nazionale sembra essere caro a questa new wave, il che è anche dimostrato da quei due mastodontici lavori che rispondono ai nomi di Now showing (Filippine/Francia, 2008, 280') e Sewer (Filippine, 2008, 212'), rispettivamente di Raya Martin e Sherad Anthony Sanchez.

4 commenti:

  1. Mmmhh... Mi sa che per questo attenderò, anche se l'intessatura da film di genere (giallo, tra l'altro) alla fine risulta solo un'appendice (e meno male), non credo comunque (poi tu ormai conosci un pò i miei gusti quindi potrai confermare o meno la mia sensazione) sia uno di quei film che possa apprezzare più di tanto. Visto che Diaz non ha ancora occupato uno spazio rilevante nella mia personale collezione di visioni, preferisco piuttosto dare precedenza ad altri suoi lavori, tipo DitLoE o "Heremias"...

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    1. Sì, sapevo che avresti scritto qualcosa del genere, però sai come la penso riguardo Lav Diaz: è il miglior cineasta in attività, almeno per il sottoscritto, e insomma è uno di quei registi di cui si dovrebbe vedere tutto, assolutamente. Però hai ragione, meglio lasciare la precedenza a quei capolavori che sono "Death in the land of encantos" ed "Heremias", così da non imbastardirselo nel caso una delle sue prime esperienze cinematografiche non risultasse del tutto sulle nostre corde. Comunque, ti assicuro che è un film davvero interessante, di genere sì ma come può esserlo, ad esempio, "L'umanità" di Dumont.

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  2. Aspetterò anch'io. A marzo, se tutto va bene.
    Ormai sei diventato uno dei massimi esperti di Lav Diaz in Italia, tra i pochi che sono riusciti a vedere quasi tutta la sua produzione. Che invidia!!

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    1. Eh, e sottolineerei tra i pochi, ma pian piano le cose cambieranno, mi auguro.

      Grazie dell'apprezzamento bombus, a marzo Lav Diaz devi assolutamente recuperarlo in toto. Buon viaggio, e ricordati di filmare!!

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