The river used to be a man (Der Fluss war einst ein Mensch)

Una linea d'ombra separa l'uomo dall'ambiente, rendendolo inadatto a esso, costringendolo a un rapporto di trascendenza: sottomissione, colpa, rifiuto, rabbia, riottosità - mai accettazione, men che meno integrazione.

L'occidentale che qui viaggia in Africa è un uomo sulla luna, costretto all'integrazione. Integrazione umana, non ambientale. Ma, quando il traghettatore cui s'è affidato per guadare il fiume e non entrare, dunque, in simbiosi con esso muore, l'occidentale si ritrova sperso e, non ancora perduto, anzi forse già in un primo stadio di pacificazione colla natura che lo circonda, decide di trasportare la salma del vecchio al figlio. 

L'uomo nasce dalla natura, deve stare nella natura. Viziato dalla tecnica che s'è appropriata dell'era in cui vive, il giovane occidentale rischia di rimanere soffocato dalla vegetazione africana, e tutto il film non è che la mostrazione di come l'essenza dell'uomo si risolva nella natura, debba risolversi in essa.


Löwith, in Significato e fine della storia, scriveva che «quanto più l'uomo primitivo si sente sopraffatto dalla potenza della natura, tanto più egli desidera una potenza superiore che lo salvi». Ebbene, Jan Zabeil mostra come questa potenza sia in realtà l'uomo, l'uomo naturale, che, sopraffatto dalla natura, sente la propria inadeguatezza nei suoi confronti, inadeguatezza dovuta all'alienazione che di cui è soggetto e vittima in ambito sociale.


The river used to be a man è dunque questo: l'uomo che torna alla natura, forse involontariamente, del resto l'altro uomo, il traghettatore, è mediatore di questo movimento, ma non importa, perché quell'uomo era il fiume, lo guadava come l'occidentale non era in grado e, ora, desidera fare; ciò che importa è appunto questo ritorno alla natura, necessario per tornare a essere umani, perché Löwith aveva ragione nel descrivere il primitivo come sopraffatto dalla natura, ma bisogna tener ben presente che siamo ancora nella preistoria, come sostiene Marx, e che i primitivi siamo noi, non più selvaggi ma inselvatichiti dalla società rispetto la natura: abbiamo perso la nostra natura, ed è meraviglioso il modo in cui Zabeil mostra come sia possibile ritrovarla grazie soltanto a noi stessi. Senza rivoluzioni, senza società. Niente di complicato, giusta una scelta, sia anche solo di necessità. E non basta, perché il capolavoro in The river used to be a man si sprigiona nel momento in cui la potenza superiore che salva l'uomo viene a essere l'uomo stesso, l'uomo in quanto tale, non alienato dalla società o dal lavoro ma ricondotto all'ambiente naturale cui va reintegrandosi e, conseguentemente, diventando salvatore di se stesso.

2 commenti:

  1. Però, anche i tedeschi cominciano a esplorare territori più naturalistici a quanto sembra. Di loro, e delle loro incursioni nel contemplativo, finora ho sempre avuto un'immagine diciamo, industrializzata. Minimalisti certo, anche in maniera abbastanza radicale molte volte, ma quasi sempre attraverso film che tendono a svelare una realtà interna; preferibilmente domestica (vedi "Totem" - "Brownian Movement" - etc.), o comunque urbana, nel momento in cui si abbandonano le mura condominiali... Questo sembra un classico "pesce fuor d'acqua" nel panorama germanico. Ovviamente la tua recensione non può che invogliare al recupero. Poi ormai ho capito, che quando inserisci un fotogramma dietro l'altro, l'entusiasmo prende il sopravvento e alla fine, ne escono sempre visioni più che interessanti: "Agrarian Utopia", per esempio, inoltre questo me lo ricorda parecchio ;)

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    1. Effettivamente il cinema tedesco deve molto a un apparato industriale che lo soffoca e gli fa da tappeto, almeno ultimamente. Qui, al contrario, si ritorna a un certo Herzog, coniugandolo con le tendenze del cinema contemplativo attuale e producendo una pellicola davvero inattuale se paragonata a quelle dei contemporanei connazionali. Sì, mi ha entusiasmato non poco, credo fondamentalmente per questa sua inattualità e riscoperta del naturale, certo non un capolavoro, però senz'altro un buono, buonissimo film, autentico (e il rischio dell'incantamento-incartamento estetico/lirico era dietro l'angolo, eh).

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