The forest (Las)


Precisazione: di Las hanno scritto quelli che credo siano i due migliori blogger italiani, Eraserhead e ViS, entrambi in toni encomiastici, il che implica necessariamente due cose, cioè da una parte che il lungometraggio del polacco Dumala sia un film da vedere a tutti i costi e dall'altra che ci sia ben poco altro da dire, da aggiungere o da chiosare alle puntuali recensioni di cui sopra. Perché scriverne, dunque? Be', fondamentalmente perché mi va, perché non fa mai male amplificare la diffusione di certe pellicole e, in fondo, perché credo che per quanto poca cosa sia, qualcosa, ce l'abbia anch'io da dire, e questo qualcosa risiede quasi esclusivamente nell'aspetto tramistico del film, che, assieme alla potenza espressiva di un bianco e nero che qui abbacina il minimalismo della stanza in cui un figlio si prende cura del padre e lì graffia la spazialità della «selva selvaggia» nella quale brancolano figlio e padre, merita di particolari attenzioni. Dunque, di per sé, il film è costituito di tempi, come si legge un po' ovunque (il figlio che diventa grande, che matura sotto le attenzioni del padre nella foresta, e il padre che viene accudito dal figlio nell'inverno della sua esistenza), ed è condivisibile, ma sono due temporalità che non coincidono in un unico tempo, l'una antecedente all'altra, anzi sono due temporalità eminentemente antitetiche, facenti parte di due realtà differenti, e questo lo prova il fatto che, nel finale, il padre replica il sacrificio di Abramo senza però che l'angelo sopraggiunga a fermare la sua mano, per cui è impossibile che le sequenze nella foresta siano proprie di un tempo precedente quelle girate all'interno della stamberga, all'interno della quale il figlio sta assistendo il padre durante i suoi ultimi istanti di vita: è un film sulla morte, questo è chiaro. Sull'approcciarsi, sul vivere la morte come in Madre e figlio o The second circle di Sokurov o, come più recentemente s'è fare, in It's all so quiet di Leopold, pellicola vicinissima per tematica e mise-en-scène, anch'essa sottraente, all'opera dumaliana. Il punto è: quale morte? Non c'è solo la morte del padre, in Las. C'è pure e, soprattutto, l'altra grande morte, quella simbolica del figlio, e sta qui la grandezza di The forest, nel fatto di rappresentare entrambe le morti, sia quella carnale del padre che quella spirituale del figlio; questi, infatti, è ridotto ad appendice del padre-padrone (e con ciò si rimanda direttamente al Franz Kafka dello stesso Piotr), dal quale è tiranneggiato nel corso di tutte le sequenze girate en plein air (si noti che, sia negli appostamenti che nelle camminate forestali, il figlio è sempre alle spalle del padre) fino a essere impossibilitato alla vita, ad arrangiarsi di fronte alle sventure che questa impone; la foresta tarkovskijana (Stalker) del titolo vuole infatti rappresentare, in nuce, entrambe queste morti come una sorta di stare-nella-morte che dischiude una doppia realtà, una doppia morte, quella del padre e, conseguentemente, quella del figlio, che, come l'animale addomesticato, è destinato a morire senza il padrone. Las viene così a suggerire un tempo che vuole stare sul crinale, che prepara l'esperienza della morte e, subito, la fa coincidere con la vita, come evento interno e, si direbbe, irriducibile della vita stessa attraverso un incessante lavorio di sottrazione e sublimazione sintetiche e sinestetiche che aggredisce i sensi e le speranze, così come le paure, le fragilità, i dubbi e insomma l'esistenza tutta dell'essere umano agli occhi del quale la morte non può che presentarsi in modi totalizzanti e assoluti, disperanti e ineluttabili, e del resto si sa che «in fondo alla notte c'è ancora la notte» e soltanto essa.

6 commenti:

  1. "Perché scriverne, dunque?".. Cribbio, Yorick! Perchè era cosa assolutamente necessaria avere un terzo approfondimento (e che approfondimento!). Infatti sei andato a sviscerare in quella temporalità su cui inizialmente non mi ero soffermato più di tanto. E devo dire che trovo interessante questa ipotesi del tempo "temporalità eminentemente antitetiche / o realtà differenti" che non avevo colto. Dunque, correggimi se sbaglio interpretando questo passaggio: "è impossibile che le sequenze nella foresta siano proprie di un tempo precedente quelle girate all'interno della stamberga". Secondo te, i momenti nella foresta potrebbero ricondurre dunque a una visione post-morte? La foresta, è la morte stessa?...Scusa ma mi perdo un pò in questo punto. Comunque recensione encomiabile, e acuto anche il riferimento al film della Leopold, che come sai ho apprezzato forse più di te.

    P.S. Grazie, ma addirittura tra i migliori blogger italiani? Tu lo sei senz'altro più di me, credimi :)

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    1. Sì, diciamo che ho preso alla lettera ciò che Piotr ha detto riguardo "Las", che cioè vuol essere un film sulla morte. La morte, però, non è solo carnale, è anche spirituale, metafisica. L'uomo muore ogni giorno, seppellisce le proprie convinzioni, ne formula di nuovo; alcuni, addirittura, si perdono nel limbo, per esempio smettono di credere in Dio o nell'ideologia che formava la loro vita e via dicendo. La parte della foresta è, appunto, secondo me la formulazione di questa morte continua e anticipata. Il padre muore, ma anche il figlio morirà, e Piotr lo mostra quando, nella foresta, lo pone come appendice del padre, come un'esistenza dipendente da quella del padre (se vedi è sempre alle spalle del padre, non gli sta mai davanti. Il padre, inoltre, va diritto, sa cosa fare, mentre il figlio è guardingo, impaurito), alla morte del quale pure il figlio non può che soccombere - vedi infatti il suo disporsi, nel finale, sul letto di morte del padre.

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    2. Infatti, questo comportamento titubante del figlio, significava qualcosa ma non riuscivo ancora a decifrarlo. Ora è chiaro e credo proprio che tu abbia centrato giusto con questa interpretazione. Sicuramente la più corretta, senza contare inoltre che sotto tale ottica, la potenza dell'opera si rafforza ulteriormente; più metafisica, in sostanza più affine al cinema che privilegiamo o almeno, al nostro modo di vedere e penetrare il cinema. Complimenti ancora!

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    3. Sei gentile, grazie. Comunque sì, è molto metafisico come film, infatti la prima folgorazione, come noti tu nella tua rece, è prettamente tarkovskijana.

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    4. Vero, ho dovuto rileggermi. Non ricordavo più il mio riferimento a "Stalker". E hai perfettamente ragione; una folgorazione, tanto che al momento della visione credo fosse stato abbastanza intuitivo ricollegare la foresta alla "zona" del film di Tarkovskij.

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    5. La brutta abitudine di leggere recensioni prima di vedere il film mi toglie il gusto di ritrovare parecchi riferimenti sulle pellicole, però sì, "Stalker" era abbastanza palese in "Las".

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