The act of killing


Curioso componimento, quello di Joshua Oppenheimer; in The act of killing, infatti, vengono abbandonati tutti i codici caratteristici di quel cinema là e gli elementi che essi comprendono o enucleano, e viene a farsi, The act of killing, alla stregua di un'antitesi non solo rispetto al cinema narrativo di stampo hollywoodiano ma pure rispetto a tutta una lunga tradizione documentaristica che ha per padre putativo Werner Herzog, guarda caso qui in veste di produttore esecutivo: insomma, The act of killing non è assolutamente un film accomodante e non lo è perché fa a meno di tutto un apparato didascalico che presenta la pellicola come una finzionale restituzione oggettiva della realtà. Credo sia questo il suo punto di forza, nel fatto cioè di mostrare una realtà attuale e di mostrarla nel suo farsi, nel suo porsi e nel suo ricrearsi attraverso i protagonisti di quella realtà, liberi e si direbbe orgogliosi di stare davanti alla mdp per raccontare le loro eroiche gesta, ovvero lo sterminio di quanti, in Indonesia, sono ritenuto comunisti. Ma al di là della facile critica alla dittatura militare indonesiana, del lavoro di Oppenheimer colpisce soprattutto la riflessione, carsica e si direbbe pure posteriore rispetto al resto, sul cinema, il cui compiersi coincide col compiersi della Storia. Come nel cinema sovietico, i personaggi rappresentati sono personaggi viventi, attuali, il cui posto nella Storia è ben preciso e non necessita di determinazioni postume e posteriori ma anzi urge adesso e urge nello stesso spazio occupato dai protagonisti del film. Ecco, allora, che ritroviamo i carnefici alle prese con se stessi, rivolti verso le immagini di loro stessi intenti a raccontare delle atrocità di cui sono capacità: il cinema diventa specchio, e diventa specchio della Storia. «Viviamo sempre di più in un mondo spogliato dal cinema. Un mondo che tende a trasmutare la propria immagine. Centinaia di migliaia di schermi ci fanno assistere, all'ora del cinegiornale, alla formidabile desquamazione che secernono ogni giorno decine di migliaia di macchine da presa. Appena formata, la pelle della Storia cade in pellicola», scriveva Bazin, ed è come se Oppenheimer disgregasse i timori del padre spirituale della nouvelle vague naturalizzando il gesto di documentare la realtà, facendo in modo che The act of killing sia più dei protagonisti rappresentati che di Oppenheimer stesso, al quale sembra premere soltanto il levarsi fuori il prima e il più possibile dal film e lasciare che il film si faccia - come dire - da sé. 

6 commenti:

  1. Ti confesso che prima di leggere ho dovuto sbirciare il tuo voto mubiano, temevo avessi rafforzato quella media che ho trovato, a mio parere, eccessivamente alta e che inizialmente mi aveva convinto al recupero. Poi, per carità, TAOK è senza dubbio un progetto interessante, un documentario curioso che però mi ha convinto a tratti: è un film che difficilmente rivedrei per intero, ne rivedrei piuttosto determinati passaggi (tipo lo sterminio di massa, inquietante perchè conosci i fatti realmente accaduti). Ma trovo giusto il tuo approccio all'opera "colpisce soprattutto la riflessione, carsica e si direbbe pure posteriore rispetto al resto, sul cinema, il cui compiersi coincide col compiersi della Storia" perchè al contrario, credo che in molti, in TAOK si siano soffermati solamente sulla "facile critica alla dittatura militare indonesiana". E penso sia qui, attraverso queste letture che allora, forse, ci si potrebbe spiegare tali elogi. A questo punto, se vogliamo veramente deliziarci di fronte a un simile concetto di cinema: il mostrare l'atto in se. Tanto vale la pena farlo schiacciando il tasto play su "La UItima Pelicula" e detto fra noi, penso sia innegabile il primato, nel film di Martin...

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    1. Concordo. Conta comunque che questo, su gliSpietati, ha una media altissima, più vicina al 9 che all'8, e insomma un recupero era doveroso: ed effettivamente è un bel film, un documentario ben fatto eccetera eccetera... ma è audace? Secondo me, no. Grandissima apertura e grandissima chiusura, ma per il resto rimane solamente un buon film e nient'altro. Raya Martin ci mangia il riso in testa a 'sto Oppenheimer.

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    2. E' un film "spietato", senza dubbio :-). Mi ha impressionato molto per la sua atrocità, ma anch'io non lo rivedrei. Anzi ho fatto fatica a vederlo la prima volta.

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    3. Un pugno allo stomaco, altroché. Infatti è piaciuto molto a Oltreilfondo, che ogni volta che segnala un buon film ti ritrovi stracciato sotto tutti i punti di vista (v. Staho) :p

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