Pieghe #7: Che cos'è il cinema contemplativo?


a ViS,
con profondo rispetto
e amicizia.

Cos'è il cinema contemplativo è la domanda che ci si pone in segreto, in quella particolare forma di intimità che sovviene quando il dubbio è esteso a tutto ed è così radicale da inchiodarti nella tua incertezza, nella tua inquietudine, nella tua persona. Nella fragilità che ti espone al ridicolo di chi ti è caro, perché che cos'è il cinema contemplativo è la domanda che si pone chi non ha capito cosa sia il cinema contemplativo – e la pone a sé, destinando così la domanda a rimanere senza risposta, gorgheggiante nelle pieghe, nel profondo, e di tanto in tanto emergente come una possibilità che scaglia nuova luce sulla proiezione cui si sta assistendo. Ecco, il cinema contemplativo è questo emergere del possibile: emerge dal possibile, è forma e, come tale, implica una sostanza da formare e informare, da contemplare. Se il cinema postmoderno, a esso coevo, si configura come «fun» (cfr. Jullier), il cinema contemplativo vuole essere percettivo e metafisico (Reygadas), ironico e tragico (Hsiao-hsien), pomposamente o eccezionalmente minimalista (Escalante). Invano si cercheranno i pionieri di questo cinema, scavando magari nei meandri delle cinamatografie più remote, da Dreyer ad Angelopoulos, passando al setaccio Antonioni, Bergman e Tarkovskij, perché il cinema contemplativo è il film contemplativo, non una specie ma un individuo che, nel suo modularsi, si fa contemplativo. Come spiegare, altrimenti, l'assonanza tra Un lac e Jiaoyou, come incastrare la verbosità di Historia de la meva mort in un genere che trova tra le sue massime espressioni il silenzio estatico di Hors Satan? Appunto, nel fatto che non esista un genere, un filone cui ricondurre le varie pellicole, il che tra l'altro scardina la domanda originaria; cos'è il cinema contemplativo, infatti, è una domanda sporca, infima, pericolosa, perché vorrebbe estendere lo sguardo alla totalità, esaurire l'argomento, porre dei paletti e territorializzare, quando invece bisogna diffidare dei manualismi, delle ontologie che, volgendo l'analisi indietro nel tempo, vanno a configurarsi come teleologie più esclusive che inclusive. Si direbbe che il cinema contemplativo preferisca il montaggio interno attraverso lunghe carrellate (Tarr) o la lentezza estraniante di queste (Fliegauf) allo zoom che dettaglia l'immagine e dirige lo sguardo dello spettatore, che quindi prediliga la libertà di scelta e movimento dello spettatore (Lav Diaz) alla costrizione, alla coercizione di un regista-tiranno, la possibilità alla necessità, l'identificazione con l'occhio della mdp all'identificazione con tale o tal'altro personaggio, oppure che il cinema contemplativo sia un cinema di sottrazione anche quando narrativo, mostrativo piuttosto che dimostrativo, isola più che continente o arcipelago di citazionismi e derivazioni di sorta, eppure non si centrerebbe ancora il punto, non si risponderebbe alla domanda. Cos'è il cinema contemplativo? È il cinema che ti permette di divagare con lo sguardo, di sospendere il momento e al contempo dilatarlo e rarefarlo, di pensare per interpretare, di fare tuo il film, di essere sceneggiatore di un secondo film (lo spettatore-attore, l'attore che diviene spettatore: cfr. Fantasma), quello che rammenti una volta terminata la pellicola, quando ne scrivi nel blog o ne parli con gli amici. È il cinema che si fa film, che si particolarizza e fugge gli schemi e dagli schermi per farsi realtà e rinnovarsi ogni volta, irriproducibile nella sua riproducibilità perché differente a seconda, anche, dell'animo dello spettatore... ma ancora non basta. Non si cercherà, qui, di fare un'ontologia del cinema contemplativo, la domanda è capziosa e fallace, sbagliata in partenza, improponibile, eppure viene posta, io e l'amico ViS ce la siamo posta più volte, notando una certa tendenza, propria anche di un cinema tra virgolette commerciale (v. Canìbal), a rendere estatico l'attimo, ma anche quando, faccia a faccia, ce la siamo rivolta ad alta voce, l'uno all'altro, non abbiamo avuto di che rispondere. Perché rispondere? Non ce n'è motivo, non ci deve essere motivo. Il cinema contemplativo diviene, si riformula e si disgrega, è perennemente inattuale. Umano, troppo umano, e dunque fastidioso perché, per quanto composto nell'estetica, dà l'impressione di voler essere intellettuale e indecifrabile, cinema per pochi. No, niente di tutto questo. Il film contemplativo non è mai per pochi, è semmai di pochi (di nuovo il pubblico per la proiezione di Los muertos in Fantasma), perché sono ancora molti coloro che vogliono il cinema come «fun», come divertimento, come svago o, d'altro canto, come riflessione o ricerca che corrobori le proprie convinzioni, insomma sono ancora molti quelli che vogliono utilizzare il cinema, farne strumento. Il cinema contemplativo lancia una sfida, chiede risposte e richiede quello sforzo che solo l'arte, quand'è tale, richiede per poter ripagare. È un orizzonte vasto, quello che dischiude, e tre quarti dei film contemplativi sono ancora da scoprire perché fuori dai grandi circuiti, dall'imperialismo delle major. Richiede la curiosità di ricercare e scoprire, la fratellanza e l'amicizia del passaparola, del consiglio. Ultimamente, però, i blog si sono dovuti presto cimentare nelle sfide più impensabili, prima tra blogger di etiche e gusti differenti, poi con avversari esterni, più subdoli e insignificanti come le pagine Facebook o i vari Tumblr, dove basta qualche foto, il post di un video e il gioco è fatto. Non si prende più il cinema seriamente, perché sono diventati tutti cinefili. Tutti, tranne i blogger, che ancora trovavi lì a provarle tutte (tra gadget di lettori fissi e visualizzazioni statisticizzate in maniere inquietantemente dettagliate) per essere letti, per far sì che non solo il film venisse visto ma che anche la loro opinione, la loro misera esegesi fosse presa in considerazione e desse il via a una discussione o, più semplicemente, che qualche lettore, più o meno sprovveduto, si sentisse affiliato al blogger; ora nemmeno più questo, perché i blogger hanno iniziato a suicidarsi, a stilare le solite liste, a spersonalizzarsi in agenzie ANSA postando gli incassi del week-end e a lasciare commenti insipidi solo per riceverne di altrettanto insipidi e incrementare così le visite e i commenti del proprio blog: anche noi blogger, purtroppo, siamo diventati cinefili. Bisogna allora tornare indietro, tornare al film e non considerare nient'altro, solamente il film nella sua peculiarità, nella forza sismica che crolla lo spettatore schiantandosi nella sua vita. In un certo senso potremmo ora dire che il cinema contemplativo richiede che si sia persone prima che spettatori, fa in modo che si ritrovi quella dimensione umana che, «in questi tempi chimicamente tormentati» (DFW), si è andata sbiadendo se non anche perdendo. Per questo è impossibile darne uno statuto ontologico, farne un'esegesi, perché ci coinvolge come persone, come realtà. Al cinema contemplativo, al massimo, può essere fatta una dichiarazione d'amore, come questa.

18 commenti:

  1. Senza parole, tanto di cappello. Io lo voto come miglior intervento di tutto il blog... Mi ha davvero fatto emozionare. Un post che trasuda passione, pura, sincera. Messo da parte (non troppo, perché è comunque tuo marchio distintivo) l'astio e la rabbia hai scritto delle parole bellissime... Più che "complimenti", a questo giro mi sento di dirti "Grazie"... spero tu capisca cosa intendo!

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    1. Grazie, però non trovo che ci sia astio nelle mie parole, tantomeno rabbia. Sai bene che mi dà fastidio questo fascismo delle buone maniere per cui tutto deve farsi teodicea altrimenti non deve proprio dirsi, credo sia la morte della ragione e del libero pensiero, nonché della democrazia e della discussione. Raramente mi capita di fare qualcosa di diverso dal criticare e le mie critiche, fondate o meno che siano, si prestano sempre a controcritiche, anche se, appunto, oramai oggi funziona che non si fa nemmeno più critica: ognuno scrive la sua recensione, aspetta qualche commento e poi, quando non gli arrivano più commenti o visite o vuole incrementare commenti e visite, fa un giretto in un altro blog, lo followa o lascia un commento così da ricevere la medesima cosa: è un atteggiamento che trovo frustrante e che mi annoia e, come vedi, preferisco avere pochi lettori ma interessati piuttosto che tanti disinteressati per utilità statistiche. Sarebbe bello confrontarsi con altri blogger, purtroppo questo non accade o accade raramente. E non parlo solo di me. Fatti un giro nei blog più "grossi" e vedi lo spessore dei commenti che lì circolano. "Grazie, me lo segno!" "Bel film, non vedo l'ora di vederlo!" "Confermo: bellissimo film" e via di questo passo. Tanto più che ora vanno di moda pure queste cose delle liste ("Biglietti prego", le uscite in sala etc.) che sono quanto di meno personale possa esistere in uno spazio (il blog, appunto) che dovrebbe essere eminentemente personale ("blog" è contrazione di "web-log", ovvero DIARIO in rete). Dopodiché, ognuno ha la libertà di fare quel che vuole. Io, nel mio piccolo, faccio questo.

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    2. Dai, ormai la sappiamo che su certi interventi non la pensiamo allo stesso modo. e sicuramente ti sto un po sul cazzo perchè te lo ricordo ogni volta. Ma io sono fatto così, e te cosà...è il su bello! Purtroppo non ce la faccio...a volte mi metti una rabbia. però quando scrivi queste cose ti amo!! tanti di questi interventi!!!

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    3. il "non ti curar di loro ma guarda e passa" è proprio agli antipodi della tua filosofia eh?? :-P

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    4. Non mi stai sul cazzo, sul cazzo mi sta altra gente, di cui non credo serva fare i nomi (tanto sono palesi!). L'importante, comunque, credo sia trovare i punti in comune e concentrarsi su quelli, anziché far la cernita delle differenze e/o di ciò che ci divide dall'altro; dopodiché, dai punti che si hanno in comune (la passione per il cinema, l'amore per uno stesso regista com'è, nel nostro caso, Staho o che altro...) discutere delle differenze, ma tenendo presente, appunto, ciò che ci accomuna, perché senza un terreno simile è impossibile non solo la discussione ma anche la comprensione reciproca. Ripeto, nel rispetto e nell'ottica di una discussione edificante, cioè con queste premesse, credo che la critica giovi e, anzi, che giovi ancor più al criticato che al criticante. Il criticante, molto spesso, è chi più ne risente della critica, perché spesso finisce per essere isolato o tenuto nascosto dai criticati.

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  2. Che cos'è il cinema contemplativo? Domanda interessante per la quale però, qualunque tormentata risposta alla fine può non valer nulla, o tutto allo stesso tempo; personalmente il cinema contemplativo è tutto, e nulla; è un come un film di Dumont, dove apparentemente non c'è e non succede nulla, ma al contempo c'è talmente tanta roba da poter scriverne (come ho detto spesso) un trattato a sè. Comunque, due righe in maniera molto basilare e cominciando a scartare la derivazione più ovvia, ossia "contemplare"; una contemplazione che è contempla-azione e che quindi non implica necessariamente osservare un piano-sequenza fisso su un soggetto fisso per 5/10 minuti (Ming-liang), ma che è un contemplare l'azione di un soggetto, qualunque essa sia (mi viene in mente per esempio "4m3s2g" - Mungiu - quando la protagonista è seguita a spalla nel suo cammino notturno per le vie di Bucarest, per me quello, è cinema contemplativo) anche la più statica come quella di uno spazio; il vento che muove le foglie di un albero inquadrato nella sua "apparente staticità" - General Orders, esempio - crea di per sè un'azione. Come dicevo, tralasciato comunque questo aspetto, penso si sia capito che il cinema contemplativo è fondamentalmente un cinema di "non genere", prima di qualsiasi altra cosa bisogna tener atto di questo. Io l'ho ribadito più volte (incazzandomi anche) a chi, facendomi sempre la stessa (e inutile) domanda riguardo un film: "ma che genere è"? Non esiste, non è "genere" e mi piace che tu lo fai notare quasi subito qui, dove a mio avviso dai già la risposta fondamentale: "Appunto, nel fatto che non esista un genere". Se ci fosse un genere, sarebbe cinema "di genere": fantascienza, commedia, western, azione; azione che non ha nulla da spartire con l'azione della contempla-azione (per fare un altro esempio lampante, nonchè originale: "Caracremada", un film di guerra, fondamentalmente, sulla guerra, ma dove l'azione della guerra non è mai mostrata, te ne avevo già accennato a Torino). Quindi non sarebbe cinema d'autore di cui, il cosiddetto cinema contemplativo ne è alla fine una costola o meglio, forse a noi, con CC piace definire tutto quel cinema "arthouse" (d'essai/d'autore) che trascende e si fà "art-house" (più underground, più sperimentale, più metafisico, ecc.)...
    Questo vale solamente come un appunto, un tassello scoperto in un puzzle che è impossibile ricomporre in quattro righe, per lo più non cartacee, impresse nel gelido digitale di uno schermo. Io credo dunque che al momento non serva aggiungere altro alle bellissime parole che hai già, ammirevolmente espresso e sono convinto inoltre, che alla fine di tutta questa discussione ci sia una sola frase che veramente conti: "Al cinema contemplativo, al massimo, può essere fatta una dichiarazione d'amore, come questa." Commovente!

    - con profonda stima e amicizia da ViS ;)

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    1. P.S. Una cosa d'aggiungere c'è in effetti, un consiglio in piena amicizia, se posso: questo articolo meriterebbe assolutamente una pagina a sè. Come una pagina di presentazione se vogliamo. Non lasciare che si dissolva in mezzo agli altri post, sarebbe un peccato!

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    2. ViS, che rispondere a un commento simile? Concordo in pieno, specie quando parli di non-genere che, però, è anche un panta-genere, un conglomerare tutti i generi per, in qualche modo, assorbirli ("Flandres", mi viene in mente, giusto per citarne uno). Strepitoso, non posso che ringraziarti per questo tuo prezioso commento che corrobora questo piccolo spazio, che come hai suggerito tu ha trovato un luogo a sé nel blog. Non aggiungo altro, perché risulterebbe pleonastico: contempla-azione, ecco il succo - "ogni tanto muovo un dito" ;)

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    3. ... e qui dovrebbe risponderti bombus ;)
      @bombus, torna tra noi!

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    4. Bombus! *______*

      Quanto mi manca... :(

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  3. Concordo pienamente con Frank, dedica a questo articolo un suo spazio, una pagina a sè!!!

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  4. mi sembra importante la differenza fra guardare un film di cui sai tutto, o che confermi le tue convinzioni, e abbandonarsi a un film e a una visione che non può essere raccontate, ma solo vista, farsi prendere per mano da un regista che ti invita ad un viaggio, in posti e con persone che non vedresti mai altrimenti, magari poi può non piacerti, ma provare bisogna.
    poi si è in venticinque a provarci, e nella sala accanto sono diecimila, e chi se ne frega.

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    1. Hai ragione, credo anch'io sia importante, oltre che meraviglioso. Purtroppo, è vero, si è in pochi, però non così pochi: penso, per esempio, a "Il cavallo di Torino" o a "Post tenebras lux", che nonostante una distribuzione ridicola sono riusciti a emergere, almeno nella rete, a conquistare un pubblico non indifferente.

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    2. intendevo la sala, e forse questo è il motivo per cui non arrivano al cinema, certi film, ai distributori non piace rischiare, in rete, sempre dia lodata, il discorso è diverso.

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    3. Sono più cinico di te forse, però non credo che sia un semplice discorso di rischio: credo sia anche un discorso politico.

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    4. discorsi di politica, di rischio, di pigrizia intellettuale si intersecano, in fondo poi sono scelte scontate, fra un film che disturba e uno che rassicura, a parità del resto, solo il secondo appare, fra un film che interroga e uno che ti da le soluzioni, è difficile che arrivi il primo.
      in fondo il confine fra scelte economiche e scelte politiche non è così chiaro.

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