Los bastardos



Los bastardos è, senza ombra di dubbio, il film più micidiale mai visto. Retto da un meccanismo di sottrazione che farebbe invidia al Lisandro Alonso di Los muertos e parafrasato, questo meccanismo, attraverso una staticità sempre più allarmante e diafana, che Escalante accosta a una sontuosità fraseggiata in quelle luci che danno plasticità ai corpi, umani od oggettuali che siano, Los bastardos incede nella fissità pianosequenziale che ha come l'effetto di riportare tutto al presente, di fotografare il movimento e ricondurre, con gesto metafisico, quanto è accaduto in quanto accade e sta accadendo per poi far scivolare anche questo nel passato-presente attuale. Ma qual è questo presente? È quello cui dà avvio il finale di Sangre, ovvero il presente degli uomini, di chi ha raccolto la mela e ora vive del sudore della propria fronte. Nessuna maledizione divina però, giusto una causalità stringente e determinante, che gestisce i destini e distribuisce le carte, decretando in anticipo, probabilmente già all'inizio, il finale di ogni cosa; i messicani protagonisti infatti, per quanto sia facile riferire a loro l'appellativo del titolo, non sono che vittime dell'inevitabile, ovvero di una coercizione di fondo (quella capitalistica) che li vuole impossibilitati alla vita e li spinge quindi procacciarsela, la vita, acquisendola solo a scapito di essa. Questo, il motivo di fondo di Los bastardos, da cui la visione cinica o disincantata che Escalante offre di un certo tipo di umanità: si è costretti a vivere (di nuovo il rimando al finale di Sangre mi sembra palese) e tale coercizione implica ineluttabilmente una riformulazione di concetti etici e morali che credevamo, fino a qualche secolo fa, acquisiti, se non ovvi. Perché allora intitolare il film Los bastardos? Chi sono i bastardi del titolo? Credo, e non credo di sbagliarmi, il marito e il figlio della donna cui i due messicani vanno a far visita, persona che, nonostante la possibilità di vivere, hanno scelto la morte: l'uno uccide fisicamente, l'altro sia moralmente (si veda la scena della cena per averne la riprova) che fisicamente (fa uso di droga). Escalante chiude così i giochi e vince la partita, capovolgendo i punti di vista e mostrando, attraverso un minimalismo e uno stile documentaristico che permeano di oggettività la vicenda, la quale, da particolare che sembra, viene in questa maniera universalizzata, come una certa etica sia impossibile nella società odierna, anzi come in essa sia stata inoculata un'etica di ascendenza utilitaristica e xenofoba, sempre pronta a difendere il più forte (leggi: il più ricco, il più occidentale, il più borghese...) e a trasmutare i suoi privilegi in diritti inalienabili.

2 commenti:

  1. 'Azz, che bomba! In effetti ti mancava una recensione su questo filmone di Escalante, che io, sinceramente non avrei saputo come imbastire. Proprio per questo suo vuoto apparente (almeno fino agli ultimi 10 minuti, letali!), qualcosa che a prima vista scorre con una semplicità talmente estrema da lasciarti senza parole. Complimenti, ne hai stilato un'analisi che lo completa il più possibile, e che lo rafforza. Oltremodo, ho trovato brillante, quel nesso con il finale di "Sangre", non ci avevo mai pensato.
    Scena pazzesca il fotogramma qui sopra (l'altro che osserva - e che stava sempre ad osservare, tra l'altro... ;)

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    1. Dici? Grazie mille, temevo fosse un'analisi un po' faziosa, mi rincuora saperti di quest'opinione. Per quanto mi riguarda, l'ho rivisto ieri contro voglia, temendo appunto di non riprovare le stesse emozioni e temendo insomma che fosse un film-feticcio o, meglio, qualcosa che funzionasse solamente la prima volta, invece no, anzi, c'è molto di più, e quel di più a me l'aveva corroso, tolto la prima visione per l'effetto sorpresa finale. Non posso che tornare a ringraziarti, quindi, per avermi consigliato 'sto filmone qua. Pazzesco!!

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