Liverpool

C'è qualcosa che non quadra, nell'ultimo lavoro di Lisandro Alonso. È un gran bel film, continua il discorso iniziato, tempo addietro, con La libertad e non si discosta neanche poi tanto da Los muertos. Ma, allora, cos'è che non fa scattare quell'amore bruciante che mi aveva pervaso nel vedere queste due, immense pellicole? Be', fondamentalmente niente. Liverpool è un film che funziona benissimo, che recupera il materiale approfondito nella filmografia antecedente del regista e, anzi, ne amplia gli spazi, quasi a voler radicalizzare la riflessione riguardante il rapporto uomo/ambiente, la riappropriazione degli spazi da parte dell'uomo, un protagonista così attuale da risultare inattuale («La particolarità di Liverpool, oltre che per l'ambientazione, sta nel fatto che, poco dopo la metà del film, il protagonista scompare, non viene più seguito nel gelido pellegrinaggio alla ricerca del suo passato, lasciando solo una indicazione, un labile indizio su dove possa essere finito», scrive qui bombus) eccetera. Tutte cose note (e apprezzate), insomma, e forse è proprio per questo fatto, per questo loro essere già note, già apprezzate, che Liverpool, almeno in parte, si smorza, perché in fondo, pur non scadendo nel già visto, Alonso, che qui, per la prima volta, si trova alle prese non con una telecamera ma con una videocamera (aneddoto curioso: la videocamera in questione è un premio che l'argentino ha ricevuto al Karlovy Vary Festival, premio di cui ha tentato subito di sbarazzarsi una volta tornato in patria, rifilandola prima a qualche amico e poi inserendo un annuncio su internet), quantomeno per la ricerca dei luoghi, pare uscire da un ciclo, concluso con Fantasma, senza però chiudere del tutto i conti con esso, anzi recuperando i suoi elementi portanti (soprattutto il discorso sul cinema) e veicolandoli in altra maniera; restano, dunque, le lunghe inquadrature, i momenti più contemplativi, una storia tutto sommato lineare e quant'altro, ma restano, come dire, aleggianti, se non aleatori, quasi metafisici nella loro acquisita libertà (la libertà del morto) dal cinema, quel fantasma che ingabbia la vita in una narrazione stereotipante e stereotipata, sterile, e questo perché il discorso è già stato iniziato, è già stato fatto, quindi non c'è bisogno di allacciarlo a niente se non a se stesso come compimento o traguardo di un percorso che ha portato il regista a girarlo: si liberano gli spazi, si sprigiona il cinema dal cinema, il protagonista vaga e dopo un po' scompare e Liverpool diventa il trionfo di Alonso, la concretizzazione di quanto era stato studiato e detto precedentemente, la registrazione di un cinema finalmente emancipato.

6 commenti:

  1. Abbiamo avuto la stessa impressione: un bel film "che recupera il materiale approfondito nella filmografia antecedente del regista e, anzi, ne amplia gli spazi, quasi a voler radicalizzare la riflessione riguardante il rapporto uomo/ambiente, la riappropriazione degli spazi da parte dell'uomo, etc" Tutto quello che vuoi ma anche a me, in definitiva, è parso un Alonso sottotono rispetto al passato, tende in parte a scomparire, come il protagonista. E ripensandoci, forse è proprio "Fantasma", il film "puro", quello che chiude il ciclo, quello sì, un vero "trionfo" per l'elitè cinefila. Staremo a vedere cosa combinerà Alonso con Viggo Mortensen, la speranza è sempre l'ultima morire...
    Non sapevo nulla sulla storia della videocamera, pazzesco, dove l'hai pescata?

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    1. Sì, infatti qui il trionfo è di Alonso IMHO, che dimostra di riuscire a fare un film con le acquisizioni maturate con il ciclo precedente. "Fantasma" è senza ombra di dubbio un capolavoro, vicinissimo a "Goodbye, Dragon Inn" ma in qualche modo meno nostalgico e più vibrante, vivo o quantomeno rinascente.
      "Staremo a vedere cosa combinerà Alonso con Viggo Mortensen, la speranza è sempre l'ultima morire..." Povera speranza, sai che agonia! :p
      La storia della videocamera, l'ho letta nell"Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo", di cui forse ti avevo linkato qualcosa. Un libro curioso, sono fondamentalmente cinquanta interviste ai registi che apprezziamo, ma onestamente niente di così definitivo come credevo e, appunto, tranne qualche curiosità qua e là (la storia della videocamera, appunto) aggiunge davvero poco di nuovo al già noto. Anche perché di certi registi è fitta la rete di loro interviste, anche più lunghe. (E poi, cazzo, manca Reygadas!)

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    2. Si, ricordo me ne accennasti via mail di quel libro, e che volevi comprarlo. Strano: intervistano Alonso e non Reygadas?... C'è almeno Dumont o nemmeno lui?

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    3. Macché, nemmeno Dumont. Le conversazioni sono con Stan Brakhage, Takeshi Kitano, Kiyoshi Kurosawa, Naomi Kawase, Alberto Grifi, Amir Naderi, Julio Bressane, Atom Egoyan, Franco Maresco, Tsai Ming-liang, Béla Tarr, Lisandro Alonso, Paulo Rocha, Jia Zhang-ke, Werner Herzog, David Lynch, Shinya Tsukamoto, Raoul Ruiz, Hou Hsiao-hsien, Tonino De Bernardi, Quentin Tarantino, Monte Hellman, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, Aleksandr Sokurov, Pedro Costa, Abel Ferrara, Johnnie To, Wai Ka-fai, Manoel de Oliveira, George Romero, Amos Gitai, Otar Iosseliani, Jean-Marie Straub, Philippe Garrel, Andrej Ujica, Frederick Wiseman, Goutam Ghose, Aki Kaurismaki, Lav Diaz, Roger Corman, Kira Muratova, Mohsen Makhmalbaf, Wang Bing, Želimir Žilnik ed Enrico Ghezzi.

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  2. Condivido tutto, bellissimo post ("si liberano gli spazi, si sprigiona il cinema dal cinema, il protagonista vaga e dopo un po' scompare e Liverpool diventa il trionfo di Alonso).
    Non conoscevo la storia della videocamera. E' riuscita almeno a venderla su internet?
    Grazie per la citazione

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    1. Grazie, sei gentile. Comunque no, non c'è riuscito. Meglio così, l'ha usata poi per fare i sopralluoghi nelle località dove ha girato questo "Liverpool".

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