Karamay


C'è poco cinema, in Karamay. Ma perché dovrebbe esserci cinema? Karamay nel suo farsi cinema sfonda il cinema, approcciandosi alla realtà o meglio rinvenendola. Ecco, Karamay rinviene una realtà e in questo è cinema, perché utilizza il mezzo al fine di disgregarlo, ponendolo come antitetico rispetto alla realtà che rinviene; il presupposto ontologico dell'operazione tentata da Xu Xin è che il cinema sia finzione o finzionale, dunque dev'essere funzionale, e questo sarà anche il metro di misura di una new wave documentaristica cinese, cui aderiranno registi del calibro di Wang Bing, Ai Weiwei etc., gente che strumentalizzerà il cinema per realizzarlo o, quantomeno, farà di tutto per ricondurlo alla realtà (v. Feng ai - 'till madness do us apart). Ciò che accomuna questi registi è la riscoperta di una tragedia che rinviene la propria tragicità nel fatto di essere quotidiana o, meglio, quotidianamente rinnovata; in questo senso credo sia proficuo leggere Karamay, non come pellicola che fruga nel passato bensì come pellicola che mostra l'attualità del passato: l'incendio divampato nell'omonima cittadina durante una celebrazione non è il centro del film e non ne è nemmeno propulsore o nucleo tematico, ma è ciò che quell'incendio ha lasciato a essere fulcro del lungometraggio, che si apre nell'area cimiteriale di Karamay, dentro la quale la mdp mostra diverse pietre tombali, tutti recanti in fregio la foto di un bambino o una bambina. Seguono lunghe e sofferte interviste ai genitori e agli abitanti del paese, interviste che rinnovano, attraverso l'eclatante dolore degli intervistati, la tragedia di Karamay e di Karamay, senza con ciò mutarne la fisionomia; del resto, la morte è l'impercettibile e sarebbe pure l'impartecipabile se l'essere umano, morendo, non lasciasse nel dolore quanti gli sono stati d'attorno. Ecco, la morte è questo dolore, il dolore di chi le sopravvive, e Xu Xin concentra in ciò la tragedia, facendo emergere nel b/n che la patina il rifiuto all'esistenza dei sopravvissuti, in Karamay presentati alla stregua di morti viventi. Nessun intento apotropaico, dunque. Solo un capolavoro che brancola nella Storia alla ricerca di un senso che si spera non esistere, poiché nulla può giustificare, nell'etimologico senso di render giusto, sia la morte di quei bambini che il dolore dei genitori, anche in vista di una soteriologia cosmica che redimerà l'umanità intera costringendola a una salvezza non terrena ma eterna. Vedetelo, vi farà sentire umani.

8 commenti:

  1. Ok, io l'ho segnato comunque, ma sappi che mi spaventa! E tu mi spaventi ancora di più, quando scrivi su questi film di dimensioni mastodontiche cribbio, 356 minuti e scommetto tutti in un colpo, oltrettutto, conoscendoti :P
    Devo dire che però, fosse solo per questa parte "che si apre nell'area cimiteriale di Karamay, dentro la quale la mdp mostra diverse pietre tombali, tutti recanti in fregio la foto di un bambino o una bambina..." la tentazione è forte. Non prima d'aver posato lo sguardo su "Now Showing" però, già sai ;)

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    1. Difatti è un film parecchio pesante e frastornante, però vatti a vedere qualche fotogramma, la media su MUBI e vedrai che il mio entusiasmo sarà più che giustificato.

      "Now showing" è sbalorditivo, non vedo l'ora di passarti la seconda parte così da permetterti di vederlo, perché è davvero potentissimo.

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    2. Ti credo, infatti ho già visto che la media su Mubi è altissima, praticamente al massimo. Vabbè, nel commento un pò scherzavo, e so già che prima o poi mi sottoporrò all'estenuante visione ;)
      "Now Showing" non vedo proprio l'ora di gustarmelo, dopo quel capolavoro che è "La Ultima Pelicula", Raya Martin è entrato di diritto tra i nomi che non ti fanno dormire la notte. Tra l'altro, quest'estate a Locarno, mi era sfuggito anche questo: http://mubi.com/films/how-to-disappear-completely
      Ho scoperto solo in seguito che l'avevano proiettato e così, sono andato a leggere direttamente sul catalogo del festival che mi ero portato a casa... Mi attira un casino!

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    3. Oltre alla scheda del film e alle informazioni sul regista (è giovane Martin, 29 anni) la trama riporta così: "Una ragazzina di campagna sogna di scomparire. Gioca a nascondino da sola, mentre la mamma cita la Bibbia e il babbo annega nell'alcol. Annoiata, decide di allestire una pièce teatrale basandosi su un vecchio film filippino che parla di una famiglia che scompare nelle montagne durante la guerra. Dopo lo spettacolo, scompare misteriosamente dall'automobile in cui stava seduta e i genitori vanno a cercarla nel bosco. Uno dopo l'altro, spariscono anch'essi..."
      Presentato fuori concorso nella sezione "Signs of Life". Prima mondiale.
      Secondo me, è da brividi!

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  2. Film capolavoro. L'ho visto qualche giorno fa ma continuo a pensarci, il dolore di quei genitori mi ha penetrato. Bella, come al solito, la tua recensione, sopratutto quoto tantissimo la parte finale: raramente un film mi ha fatto sentire cosí umano

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    1. Sì, è un film che non si dimentica, che ti entra nella pelle: l'ho visto una o due volte, indelebile.

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