Errata corrige #2: Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo


Testo interessante, quest'Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo, e soprattutto testo essenziale, almeno nell'ottica dell'editoria italiana, dove ancora mancava un libro su quel cinema che Ghezzi definirebbe (im)perso, il cinema, giusto per intenderci, di Béla Tarr, Raya Martin, Lav Diaz, Tsai Ming-liang e Lisandro Alonso - tanto per fare dei nomi. Un libro di scoperta più che un'ontologia, un libro che, attraverso cinquanta interviste, sembra voler delineare ma non stilare una geografia di territori quasi del tutto inesplorati o non esplorati completamente: un libro che quindi vuole muovere alla curiosità il lettore, e sta qui - credo - il suo punto di forza, nel fatto appunto di fare del lettore un viaggiatore prossimo, un esploratore futuribile di quelle lande cinematografiche ancora così maledettamente misconosciute; da questo punto di vista l'Atlante fa perno sulle sue caratteristiche di enciclopedicità mancata, poiché lungi dall'esaurire l'argomento trattato (come se si potesse!) e, più importante ancora, lungi dal raggrinzirsi in definizioni unilaterali, specie in risposta alla domanda baziniana, «più o meno celata, se non ottusamente espressa», che vena praticamente ogni intervista. Omogeneo nella sua eterogeneità, l'Atlante vuole dunque essere composto e non comporsi, vuole parlare al lettore, pretende che sia questo a enciclopedizzarlo, a saturare la mancanza senza la quale l'Atlante non sarebbe altro che un noioso manuale che, come 3/4 dei manuali, sterilizza la curiosità di andare oltre il testo, di fare cioè il testo. Non parlerei di interattività, ma non sarebbe nemmeno sbagliato, perché - come viene detto nella prefazione - l'atlanticità del libro è un'atlanticità antica, rimediata non da lontano ma da vicino, attraverso il viaggio, l'incontro. Un incontro che, come voleva Deleuze (cfr. l'Abecedario), è sempre incontro di idee e mai di persone, ed è così che ogni intervista si trasforma in scoperta, in un incontro rinnovato ad ogni domanda e a ogni risposta, lontano dal didascalismo giornalistico e, appunto, eminentemente sentimentale, ovvero percipiente, quindi trasduttivo, prossimale, marginale, sempre e comunque vicino: Momo e Fumarola vanno al di là dello schermo e portano il cinema alla sua propria originalità, vale a dire all'atto creativo stesso di fare (il) cinema - a quel flusso sentimentale di idee che vede nella pellicola nient'altro che una concretizzazione, un a posteriori che segue necessariamente l'incontro tra persone, ovvero il confronto di idee. Una cosa palesemente sentimentale insomma, e in un'epoca di postmodernismo lyotardiano, di commerciabilità dell'opera d'arte etc. etc., è un gesto, questo, che merita, per coraggio e acume, gli applausi più fragorosi e sentiti, non nostalgici e sentimentalisti ma sentimentali, punto.

4 commenti:

  1. Tutto sommato, alla fine lo hai apprezzato 'sto libro. Per curiosità, così al volo, fra tutti i registi intervistati, qual'è uno degli interventi che hai trovato maggiormente interessante?

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  2. Sembra interessante. Sai se esiste in versione digitale? Leggo solo quelli per ora.

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    1. Par di no, però ti consiglio di tenere d'occhio la pagina di DA dedicata al libro, ché magari lo fanno uscire anche in eBook: http://www.deriveapprodi.org/2013/09/atlante-sentimentale-del-cinema-per-il-xxi-secolo/.

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