Simulacri #2: Au hasard Balthazar

Si legge spesso in giro che uno dei punti di forza di Au hasard Balthazar risieda nel suo approccio mostrativo piuttosto che dimostrativo, nel fatto cioè di aver usato il punto di vista oggettivo di un asino per mostrare la miseria umana, l'intima cattiveria che l'uomo è capace di lasciar fluire al proprio esterno. Non si capisce, stando così le cose, come lo spettatore provi pena per quell'animale, e non solo nel finale, quando, morente, lo vediamo contornato dagli ovini, ma pure in tutto l'arco della pellicola, nelle successive angherie che Balthazar è costretto a subire. Ebbene, Balthazar non è un oggetto, e il suo punto di vista non è quello di un oggetto, non è oggettivo e risulta anzi perfettamente in linea con quello dello spettatore. Certo, non conosciamo la logica delle bestie, ma non la conosciamo perché ci siamo distanziati da esse, divenendo umani; le emozioni, però, ci ricordano che in qualche maniera siamo animali, lo rimaniamo o lo eravamo e ne conserviamo un piccolo residuo, ed è questa residualità animale che ci fa soffrire per Balthazar, perché in fondo lo sappiamo, che il suo sguardo non è più oggettivo che sofferente, e laddove c'è la sofferenza, ecco, là c'è una soggettiva, ma è una soggettività così elementare, così rozza da diventare subito oggettività animale. Non piangiamo perché rompiamo una tazzina di caffè e sulla morte del nonno ormai vecchio riusciamo a mettere una pietra sopra, ma di fronte allo stupro, all'omicidio, all'ingiusto che trova compimento nell'esistenza non riusciamo a tacere e, spesso, a dimenticare o a tornare in pace con noi stessi, e questo perché è così perspicua l'ingiustizia da giungere prima della morale, prima dell'etica - nella vita animale stessa. Soffriamo per Balthazar, dunque, ma «soffrire per» significa da una parte soffrire a causa di o in favore di Balthazar, dall'altra soffrire al posto di Balthazar, il che significa che o Balthazar è molto più umano di quanto noi immaginiamo essere l'animale oppure noi siamo molto più animali di quanto crediamo essere reputandoci umani. Questioni di semantica, forse. Comunque non è del tutto rilevante snocciolare una risposta, scegliere uno dei due bivi, ciò che importa è ricondurre Balthazar a noi (o noi a Balthazar), toglierlo da quel limbo d'oggettività, sinonimo d'oggettualità, nel quale diversa critica l'ha scagliato. Come essere così ottusi? Del resto, già in principio Balthazar acquisisce un nome, viene battezzato, viene comperato, sì, ma giusto per amore dei bambini, che lo volevano a tutti i costi... ed è importante tenere bene a mente questo, perché, altrimenti, salta molta parte del discorso susseguente, snocciolato da Bresson in diversi punti della pellicola (v. la destrutturazione dell'asino nelle parti che lo compongono mentre traina il carretto, destrutturazione che sembra non voglia mostrare altro come, di per sé, Balthazar altro non sia che la propria forza lavoro e nient'altro), e cioè che, solo una volta conquistata un'esistenza para-umana, Balthazar può essere oggettivato, ma può esserlo solo nel momento l'essere umano stesso può essere venduto e acquistato nella sua persona come merce di lavoro: il proletario. La registrazione dell'umana crudeltà per opera di Balthazar, del resto, è una registrazione che avviene non per via visiva ma per via corporale, ed è il corpo, il fulcro, perché è lì che agisce il potere (cfr. Foucault) e, inoltre, è attraverso di esso che Balthazar canalizza il mondo intero. Balthazar, chi se non altri? Quel Baldassarre che ebbe la visione della fine dei tempi, questo Balthazar che annuncia, quale simbolo (nella sua forma) del proletariato, la fine della storia o, meglio, della preistoria marxianamente intesa, dal che la micro-apocalisse nel finale del film e il nostro, silenzioso, rammarico nel considerare che altrimenti non sarebbe potuta andare a finire.

10 commenti:

  1. Un film che come nessun altro, né prima né dopo, è riuscito a sottolineare l'umana crudeltà nei confronti dei suoi (cosiddetti) amici animali. Impossibile non immedesimarsi in Balthazar e urlare con lui la disperazione dei predestinati. Nemmeno John Merrick riuscì a coinvolgermi altrettanto profondamente quando vidi per la prima volta quella famosa scena del "Sono un essere umano!".
    E' un film questo che dovrebbero mostrare a scuola ai ragazzini: il mondo forse ne uscirebbe diverso.

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    1. Pure secondo me è molto più potente AHB, anche se non riesco bene a spiegarmi come. Del resto, Bresson è molto didascalico in diversi punti, quasi ci tenga ad accompagnare per mano lo spettatore, ma il finale di AHB è qualcosa che nel cinema si è visto davvero poche volte: hai ragione, da proiettare nelle scuole, nelle piazze, ovunque, un cinema che fa scuola e non solo di cinema ma pure di umanità.

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  2. "come lo spettatore provi pena per quell'animale, e non solo nel finale, quando, morente, lo vediamo contornato dagli ovini, ma pure in tutto l'arco della pellicola, nelle successive angherie che Balthazar è costretto a subire"... Mannaggia a te che mi hai invogliato a rivederlo! Ora, a fine film, sono di nuovo qui con il groppo in gola per la commozione. Che ti devo dire, ho la lacrima facile ed era inevitabile, visto l'esperienza avuta la prima volta. D'altronde penso che solamente chi si rispecchia in quella "bestialità" che contraddistingue molti dei cosiddetti "esseri umani", dalle povere bestie, possa restare impassibile a tale film; un film che fa male, un capolavoro struggente... Comunque sarà veramente arduo aggiungere altro a quanto hai già egregiamente espresso, caro Yorick. Recensione stupenda e pregna di grande sensibilità, complimenti!

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    1. Negli ultimi giorni l'ho visto e rivisto, non c'è stata una volta che non mi sia sentito uno straccio nel terminarlo. Un film che fa male, hai ragione. Per questo odio le critiche animaliste riguardo AHB, perché secondo me non colgono a fondo il significato del film: non è un film a favore degli animali, forse non è nemmeno un film contro gli uomini (prova ne è la figura di Marie, che, come la Madonna, se non salva quantomeno redime l'umanità, da cui però poi rimane schiacciata....), credo sia un film, appunto, mostrativo, senza pretese morali o che altro. Ed è qui che è struggente. Comunque sia, c'è davvero tanta altra roba da aggiungere, con questa rece volevo solamente dare un punto di lettura mio personale e nient'altro, ma - fidati - ce n'è davvero di roba su cui concentrarsi ancora!

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  3. io aggiungerei "soffrire con Balthazar", Balthazar è simbolo, ma è anche un povero animale, che viene sfruttato come il proletario, in più spesso viene ammazzato per essere cibo, più proletario del proletario.

    ne avevo scritto qui: http://markx7.blogspot.it/2012/05/au-hazard-balthazar-robert-bresson.html

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    1. Orpo, scusa, me l'ero persa. Di solito controllo sempre se qualche blog che seguo aveva già scritto dei film di cui parlo, ma non mi era comparso nulla: ismaele, hai scritto un bordello, destreggiarsi nel tuo blog è un'impresa - un pozzo senza fondo di cinefilia, markx7! Comunque sia, concordo che si soffra con Balthazar, probabilmente si soffre prima di tutto con B., dopodiché si soffre per B. Anzi, credo proprio sia questa simpatia a far scattare le sofferenze successive.

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    2. e hai perso tutta la parte che era in splinder:(

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    3. Ah, splinderiano anche tu! Anch'io ho sofferto il lutto con il mio altro blog... ;(

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  4. L'ho rivisto ieri, e giuro che ho screenato praticamente lo stesso fotogramma. Ho trovato molto sottile la puntualizzazione intorno a Marie ( - peraltro la Wiazemsky mi manda in sollucchero... ha una grazia infantile che definirei "ineluttabile", leggera ed insostenibile allo stesso tempo). Ho osservato che personaggi sono caratterizzati in maniera simile a quelli di Le diable probablement: voci senza particolari intonazioni, gesti quasi meccanici/robotici (?), dialoghi ridotti al minimo. Una sorta di umanità disumanizzata dallo stesso Male metafisico.

    Bella recensione e bei commenti!

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    1. Sei gentile, ti ringrazio. Purtroppo, io ogni volta che guardo un film di Bresson rimango afasico, quindi mi riesce difficile esternare ciò che davvero penso o provo durante la visione. Credo che questo abbia a che fare con l'assurdo e commovente tentativo di Bresson di destituzionalizzarsi del tutto, almeno come autore. Ne nascono film bellissimi, che travalicano ogni cosa.

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