Yumen


Da qualche anno a questa parte un gruppo di documentaristi cinesi sta facendo sul serio. Basta evocare l'ultima Biennale e ripensare a quel capolavoro di Wang Bing, Feng ai, per rendersene conto, o ancora Karamay, Never sorry e via discorrendo. Yumen si inquadra in questa prospettiva di fare cinema, di fare documentario, e veniamo così scaraventati da una nenia o un mantra alienante in una specie di mondo post-apocalittico dove sopravvivono uomini che sono in realtà fantasmi, ricordi, e che soli popolano questa città fantasma, Yumen, di cui conosciamo solamente i resti, i detriti, l'immagine sbiadita di un altro tempo che ce la restituisce come una sorta di cittadina sorta nel nulla grazie al petrolio che si trovava in quelle zone. Alternando documentario a poesia e performance danzerecce, i registi delineano ma sarebbe meglio dire sbiadiscono una realtà desolata, priva d'essenza e d'esistenza, sostanziata da una discontinuità sonica (ora il mantra, ora la canzone pop, ora uno scalpiccio sui rottami lasciati per terra a marcire) che fa del tutto una sorta di luogo onirico in cui la persistenza della memoria si frantuma nei cocci di chi ricorda l'amico che si è ubriacato a morte o l'ospedale infestato dai fantasmi. Triste e al contempo romantico nel suo slancio affettivo verso un passato impossibile da ricostruire, Yumen è un'opera anomala, interessante, per certi aspetti folkloristica, alienante - come s'è detto - specie nel finale, in quel piano-sequenza dove una ragazza col giubbotto giallo cammina quasi fosse in un video musicale, cantando My hometown di Bruce Springsteen.

4 commenti:

  1. "Alternando documentario a poesia e performance danzerecce, i registi delineano ma sarebbe meglio dire sbiadiscono una realtà desolata, priva d'essenza e d'esistenza, sostanziata da una discontinuità sonica (ora il mantra, ora la canzone pop, ora uno scalpiccio sui rottami lasciati per terra a marcire)".. Non sono troppo convinto, sicuramente avevi ragione a dirmi che forse non sarebbe stato troppo nelle mie corde. Peccato, perchè il resto della recensione invoglia: "una specie di mondo post-apocalittico dove sopravvivono uomini che sono in realtà fantasmi, ricordi, e che soli popolano questa città fantasma... l'ospedale infestato dai fantasmi".
    Segnerò comunque anche questo, se non altro per quel 3 su Mubi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mah, come documentario cinese lascia un po' a desiderare se lo si paragona a "Karamay", "Feng ai" e via dicendo, però questo è l'errore che ho fatto io, perché fondamentalmente "Yumen" è un film imparagonabile, un pianeta a se stante che folgora, quindi probabilmente lo apprezzerai più di me, tu.

      Elimina
    2. Tu dici? E' che purtroppo mi frenano queste "performance danzerecce"... Magari non c'entra un fico secco ma dopo l'esperienza di "Fagioli Rossi" ne sono alquanto intimorito :p

      Elimina
    3. Sì, "performance danzerecce" per modo di dire, in realtà nel contesto assurgono a elemento d'alienazione, tant'è che la mia scena preferita è giusto lei che balla in mezzo ai detriti e lui, seduto, che la osserva. Paradossale!

      Elimina