Tarr Béla. I used to be a filmmaker


Il dietro le quinte del capolavoro di Béla Tarr delude, e non credo sia un fattore di aspettative: semplicemente delude, disarma, non incanta. Perché? Questione ostica, specie se si considera il fatto che Tarr Béla. I used to be a filmmaker ha tutte le carte in regola per riuscire a far penetrare lo spettatore in quel periodo di gestazione e lavorazione che portò l'ungherese a sfornare Il cavallo di Torino. La scelta del luogo, le parole di un Tarr disincantato che sostiene di voler seppellire «tre metri sotto terra» la mdp, la ripresa di alcune scene, tra cui spiccano il piano-sequenza iniziale e quella del folgorante monologo di Bernhard, le interviste al cast e via discorrendo non lasciano indifferenti, anzi alcune mirano & colpiscono al cuore, come l'inquadratura di un Vig depresso, attonito dal rumore del mondo e alla disperata ricerca di un silenzio che forse non esiste ma che solo può portarlo a cogliere il mood della pellicola da musicare (ci riuscirà, come ben sappiamo); tuttavia qualcosa non quadra, qualcosa manca, ma cosa? Probabilmente il documentario stesso, troppo ancorato a Il cavallo di Torino e così poco concentrato su di sé da non emergere se non come appendice alla pellicola tarriana. Niente di grave, se lo si prende come uno strumento per penetrare nelle pieghe dell'ultimo Tarr - parecchio grave se si pensa che, dopotutto, è un documentario, quindi un film appartenente a un preciso genere che, negli anni, ha saputo regalare perle di estrema bellezza come il Feng ai di Wang Bing o, rimanendo in tema di dietro le quinte, lo strampalato mockumentary de Il grande capo di Lars von Trier o, ancora, il fenomenale Waiting for Sancho, chiosa all'Honor de cavalleria di Albert Serra. Insomma, I used to be a filmmaker rimane qualcosa rivolto quasi esclusivamente ai seguaci di Béla Tarr, i quali, disperati per la dipartita del Maestro, troveranno in questo documentario la riprova del fatto che il cinema di Tarr è vita e forza di volontà, prosecuzione di un'idea e specchio della fragilità umana che lo compone: cinema, ma umano come pochi - lontano dallo sfarzo delle grandi produzioni e ancorato all'esistenza. Cinema umanizzato, relitto recuperato come la casa costruita appositamente per Il cavallo di Torino e abitata, ora, da un membro della troupe, che ammette, nella chiusa, di vivere una vita fasulla, povera, decrepita come altri suoi colleghi (Vig Mihaly, Erika Bók...), pressoché tutti inquilini di casermoni popolari. 

2 commenti:

  1. Contavo di andarlo a vedere giovedì che lo danno ad un orario più decente..non ti chiedo se in definitiva vale la pena o meno, tanto per curiosità penso andrò lo stesso..ma se parli di delusione, mi terrò pronto a buttare eventualmente 7 euro.

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    1. Delusione dal punto di vista del documentario, dipende come lo affronti (e soprattutto cosa sei). A un estimatore di Tarr, un documentario così non può che piacere, però, appunto, non avere aspettative sul documentario in sé, perché penso lo apprezzerai solo in quanto grimaldello del cinema tarriano.

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