Syndromes and a century (แสงศตวรรษ)


Davvero poco da aggiungere alla centratissima recensione di ViS, che credo colga perfettamente il senso, ovvero la direzione (palesemente umanista), di Syndromes and a century, specie nella chiosa: «L'interno ospedaliero diventa industria assimilante per quelle anime in procinto di riaddormentarsi; il corpo-uomo si avvia lentamente alla propria disgregazione (l'inquietante stanza delle protesi – l'uomo monco) mentre il corpo-cinema avanza sinuoso ed insinuante tra i corridoi asettici, le stanze fumogene, i macchinari in funzione. Il sensoriale prende forma, la destabilizzazione è accompagnata da un tappeto sonoro penetrante che si fa sempre più ossessivo, fino a soffermarsi sotto quel tubo di aspirazione, un pozzo uterino sospeso che tutto assorbe: un tempo, l'ambiente stesso, noi che osserviamo. Ed ecco allora, che attraverso una sorta di parallelismo si riforma quell'eclisse, a fare da transizione per l'ennesimo ciclo vitale»; di per sé, infatti, SaaC è tutto giocato sulla ciclicità, ma è una ciclicità particolare, alternata e ripercorsa. Apichatpong ritornerà anche in seguito (penso all'elegiaco Lo zio Boonmee che si ricorda delle sue vite precedenti) sul tema della reincarnazione, a lui caro, ma sarà una reincarnazione a-ciclica, in qualche modo più fluida nella propria ridondanza, quasi escludente non solo la ciclicità ma il tempo stesso. Qui, invece, Apichatpong spezza – come già in Tropical Malady (ora richiamato dalla figura del monaco Sakda, che lì diventerà addirittura una tigre) e in quello che il sottoscritto, considera, assieme a Mekong Hotel, il suo picco artistico, vale a dire Blissfully yours, capolavoro di rara bellezza e discreto intimismo – ma lo spezzare è soltanto un artificio, che non differenzia l'oggetto ma la località da cui lo si scruta e contempla, un artificio che dunque restituisce integralmente la realtà della reincarnazione, la quale, come realtà altra rispetto a quella che popolano le coscienze dei personaggi, si configura attraverso il dislivello e il frammento, la dualità e l'eclisse, le luci naturali e quelle artificiali, il passato e il presente. Tutto scorre, direbbe un eracliteo, ma nel proprio scorrere ogni cosa rimane irriducibile, immutabile, somigliante a se stessa perché di ora in ora differente a se stessa. È questo il principio della somiglianza, essa sussiste solo laddove perviene una, anche minima, differenza, e non è vero che non si potrà nuotare nello stesso fiume, perché sono l'acqua, il letto e i detriti a cambiare ma non il fiume in sé, il quale anzi totalizza la somma dei propri elementi costitutivi. Ecco, allora, il tempo disfarsi, la morte, aleatoria presenza durante tutto il film, perdere senso, direzione. Dove, dove? Cosa muore, e quando? Muore il mio passato nel momento in cui vivo o muoio io nel momento in cui cesso di vivere? Niente di tutto questo, perché il tempo si disfa: è il passato che riecheggia nel presente o il presente che richiama il passato? Apichatpong non costruisce un film sulla memoria, lo costruisce attraverso di essa, facendo uso di ricordi, quindi presentizzando il passato, resuscitando il morto. «Ciclicamente a uno stato embrionale» scrive acutamente ViS intendendo con ciò sottolineare (credo) non solo il valore dell'origine ma pure l'origine dei valori e, così facendo, centrando in pieno il fulcro del film, nonché il suo senso, questa sua direzione che prosegue e avanza, sì, ma verso l'inizio, verso l'origine e l'esistenza, verso quell'origine che è esistenza, ed è precisamente in questo momento - e, di nuovo, bisogna rendere ragione d ViS - che «il corpo-uomo non ha più importanza, svanisce, si dissolve con il fumo aspirato», ma questo accade per il fatto che il corpo è l'involucro (in Tropical Malady Sakda è ora uomo ora tigre) che si acquisisce e che si è limitatamente, non tomba platonica, ma esistenza autentica che fa rarefacendosi in ciò che di più ha e, per certi versi, lo possiede: non più il corpo-uomo ma l'uomo, corpo.

2 commenti:

  1. "...il corpo-uomo non ha più importanza, svanisce, si dissolve con il fumo aspirato..." Pensa che nemmeno ricordavo di aver scritto tutte queste scempiaggini :P Scherzi a parte, ti ringrazio (ma troppi riferimenti, mi ci vorrà una vita per ricambiare) e la tua recensione completa perfettamente quanto iniziato da me, chiudendo quindi l'ennesimo ciclo ;) Dovrò decidermi a rivedere "Mekong Hotel", mi stuzzichi sempre e credo proprio d'aver preso un bel granchio con quel voto!

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    1. La tua recensione era di una completezza unica, c'era davvero poco da aggiungere, questa, per conto suo, non vorrebbe che esserne una chiosa, una postilla, una nota a pié di pagina. Per quanto riguarda il MH, probabile che l'abbaglio l'abbia preso io, ma, ad oggi, penso sia uno dei film minimalisti più riusciti: autentico, minimalista fino all'osso, dialoghi e trama comprese, non sono nell'apporto scenico. In più, in MH, AW riformula quasi integralmente il proprio modo di fare e modulare cinema, costruendolo per sottrazioni, cioè decostruendolo, portandolo all'osso e, last but not least, crea nuovi campi d'indagine, riformulando anche il tema della ciclicità circolare della reincarnazione. Sarei davvero curioso, qualora lo rivedessi, di sapere che ne pensi.

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