Sceneries of new beginning


La scena iniziale di Sceneries of new beginning sbalordisce per il minimalismo: ci sono lui e lei, seduti al tavolino della colazione, lei guarda lui mangiare, lui mangia e lei lo guarda e ride - è un piano-sequenza a macchina fissa, e sbalordisce, credo quasi sia toccante. È questo il nuovo inizio di cui parla il titolo, mi son chiesto. Poi, però, le cose prendono un'altra piega, una piega sbagliata, com'è logico che succeda in ogni storia d'amore che venga a porsi come tale, perché l'amore è capzioso, trae in inganno, e così assistiamo al lento declino nella solitudine e nell'isolamento - fisico ed emotivo - del ragazzo di lei, che diventa un hikikomori. Non aspettatevi un nuovo Last life in the universe del geniale Pen-Ek Ratanaruang o qualcosa di anche lontanamente simile all'episodio che Bong Joon-ho girò per Tokyo!: siamo su un altro pianeta, e non convince; non convince, fondamentalmente, per il minimalismo castrato con cui procede, quasi Atsushi Shinohara non volesse osare troppo, allungare più di quel tanto le scene d'inazione e immobilità che caratterizzano la vita di un hikikomori. Non dico sia un film ammiccante, Sceneries of new beginning: semplicemente, non sta né qui né lì (ed è un bene che non stia lì), né nel minimalismo né nel cinema narrativo classico, il che andrebbe anche bene, purché creasse per sé una nicchia che lo caratterizzasse. Ma è insipido, Sceneries of new beginning, e fondamentalmente non convince, per quanto il finale batta cassa e rassegni le dimissioni all'esistenza, dimostrando ancora una volta che le buone intenzioni saranno necessariamente punite (Deleuze): troppo teso alla singolarità, all'intimità di quella coppia, Sceneries of new beginning si trasforma inevitabilmente in una sorta di faccia-a-faccia del regista con se stesso, fuori dagli specchi del fruitore-spettatore, ed è una delle cose più orribili che possa succedere in campo artistico, perché l'arte - il cinema, la letteratura, la musica, la pittura e via discorrendo - non può parlare di una disgrazia particolare, singolare, dev'essere umana e non dell'umano, estensiva e non intensiva: universale.

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