Rapporti prefabbricati (Panelkapcsolat)


Cinema di frammenti ma non frammentato o frammentario, Rapporti prefabbricati, opera terza di Béla Tarr, ritorna all'embolia familiare dell'esordio, Nido familiare, e prefigura la spazialità chiusa, angusta, polmonare di Almanacco d'autunno ponendosi in tutta la sua originalità nella filmografia dell'ungherese, che per la prima volta si ritrova a lavorare con attori professionisti (Pogány Judit per esempio, che rivedremo in Twilight) per descrivere la fine di un rapporto coniugale come già fu per il sopracitato Nido familiare, colla sola, sostanziale differenza che qui la fine è voluta e non dovuta com'era invece stato per Nido familiare, dove l'esterno - situazione politico-economica, genitori etc. - s'insinuava all'interno della coppia per disgregarla; pure la maniera di narrare è mutata, e l'artefatta circolarità del racconto (preludio a quella di Sátántangó?) non fa che fissare, riproducendo a livello formale la materia-trama di cui si compone la pellicola, la prefabbricazione, l'artificialità e l'artificiosità dei rapporti del titolo: un uomo e una donna, sposati e genitori, vivono la fine del loro matrimonio altalenando la sofferenza a una lucidità di fondo che rende questa fine ineluttabile e, forse, intrinseca sin dal principio, aleggiante già da tempo. Come il Cassavetes di Una moglie, il realismo è portato alle estreme conseguenze, perché non c'è scampo dalla realtà. E qual è la realtà? Meglio: cos'è la realtà per Béla Tarr, a quale realtà è destinato l'uomo secondo Béla Tarr? Non parlerei tanto di disperazione, la disperazione, in film come Il cavallo di Torino o Lo straniero, è assente, quanto piuttosto di fallimento, accompagnato ora da rassegnazione (L'uomo di Londra), ora da disperazione e rabbia (Hotel Magnezit). Il cinema di Béla Tarr, in tutto il suo fluire, sembra venato e animato da questa convinzione, e cioè che non ci sia scampo dalla realtà, e se prima il fallimento pareva scaturire dalla particolarità della condizione ungherese, ora, già con questo Rapporti prefabbricati, ci si accorge che è soltanto la realtà a fallire l'uomo, che ogni esistenza è destinata al fallimento o, meglio, che solo non esistendo l'individuo potrebbe smettere di fallire, perché appunto non c'è scampo dalla realtà. L'uomo, dal canto suo, deve accettare, come gli uomini e le donne in fila nel Prologo alle Visioni d'Europa, questa condizione per non disperare: sembra questo il compito dell'essere umano, il che è un'altra maniera per dire che deve vivere, tirare a campare, non subire ma farsi subire. Ed ecco il finale, la chiosa di Rapporti prefabbricati, in quel piano-sequenza (uno dei primi del maestro) che vede i due coniugi affrontare la crisi per risolverla comperando una lavatrice, non accettando quindi la realtà (di fatto) e praticamente dischiudendo di fronte a sé quella disperazione che li annienterà.

4 commenti:

  1. Un altro Tarr a me sconosciuto, anche perchè non l'avevo mai sentito nominare questo film. Interessante, mi attirano i film sulle crisi coniugali. Trasmesso sul Fuori Orario di Ghezzi anche questo?

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    1. Questo era l'ultimo Tarr che mi mancava, ora finalmente ho vista tutta la sua filmografia. Comunque, questo lo trovi anche su eMule o su torrent, come da qualche tempo tutti i film dell'ungherese ;)

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  2. Si, trasmesso su fuori orario e anche più di una volta mi pare..e sta recensione è tanto amara quanto realistica...per quel che mi ricordo della visione, questo potrebbe già essere un prologo di concetti che poi nel cavallo di Torino son stati ripresi con quell'epicità desertica e priva di speranze che ci ha fulminati tutti...

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    1. A me mancava da parecchio questo "Rapporti prefabbricati", mi fa piacere leggere che anche tu ci hai trovato concetti poi ripresi nei film successivi, pensavo di averli presi un po' per i capelli :)

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