Los muertos


Bisogna fare un passo indietro, forse più di uno. Los muertos richiede una certa distanza, come un dipinto da padroneggiare, da analizzare senza farsi coinvolgere nel limbo che descrive e da cui sembra emergere, perché Los muertos non ha niente del naturalismo che descrive e circoscrive, ed è impervio, se non già pericoloso, ignorare il fatto che, di per sé, Los muertos sia prima di tutto e soprattutto il racconto di una libertà mancata, di «una vita intrappolata in una realtà da cui pare oramai impossibile evadere» (cfr. qui), e per quanto Alonso pianosequenzi una foresta «aspra ma benigna, rigogliosa e lussureggiante» (cfr. qui), tentando di catturare il più verosimilmente e il più oggettivamente possibile la sua naturalità, già dall'antefatto siamo a conoscenza del fatto che, questa, è pure una foresta capziosa, che nasconde (i cadaveri di Vargas) e mormora, sussurra alla memoria e rievoca il passato plasticizzandolo nel presente (la scuoiatura della capra): bisogna stare attenti, fare un passo indietro e accorgersi il prima possibile che Vargas non è mai uscito di galera, che è sempre stato imprigionato, ora in galera, ora nella foresta, e che, dunque, non è tanto il fatto che la libertà gli sia stata negata quanto invece che se la sia negata o che, sì, gli sia stata negata ma in maniera più metafisica, intrinseca e inestricabile. La foresta, un purgatorio? Forse, ma non basta. Bisogna fare un passo indietro, vedere ciò che non è stato mostrato e contemplare quello e la sua assenza. La prigionia, la galera. L'inutilità della prigionia e della galera, inutilità che Alonso ammette sin da subito ponendola all'esterno, nel fuoricampo, prima dell'inizio del film. Non si incarcera un uomo per punirlo, lo si incarcera per mostrare che ha sbagliato a chi potrebbe, in futuro, attentare alle regole della società (v. Foucault, Sorvegliare e punire). Per l'incarcerato, la galera è inutile e a Vargas toccherà il purgatorio soltanto poi, nella «libertà obbligatoria» della foresta profonda: è lì che deve affrontarsi, sopravviversi, magari mangiare un gelato. Per questo, lungo tutto il film, Vargas non è mai un uomo libero, e la sua libertà o (auto)condanna, anzi, andrebbe ricercata in quella che qualcuno ha definito una chiosa, ma sarebbe davvero triste se davvero fosse tale, perché quell'immobilità lavora a ritroso, fino ai due cadaveri mostrati in apertura, rendendo palese l'insensatezza e il fallimento dei tentativi di chi vuole attraversare la foresta, scontare il purgatorio, scegliere per sé dopo aver scelto per altri e sugli altri, votando così presente e futuro al passato innegabile e stringente. Bisogna fare un passo indietro, dunque. Svincolarsi dallo stile documentaristico (notare l'omonimia tra attore e personaggio) e rendersi conto della realtà della finzione (del resto Vargas, in Fantasma, sarà spettatore di Los muertos) o della finzione della realtà, per cui il Vargas di Fantasma è lo stesso attore-protagonista di Los muertos che pare, ora, essere riuscito almeno a reintrodursi in società, a uscire dalla foresta.

4 commenti:

  1. Encomiabile, perchè hai osservato il film da un'angolazione che a primo acchito sfugge, portandoti invece (come giustamente fai notare) a seguire il film prevalentemente per il suo naturalismo. Hai analizzando il personaggio di Vargas in profondità e penso che meglio di così non potevi fare. Resta solo un punto non del tutto chiaro, che a mio avviso, è poi la classica ciliegina sulla torta e cioè, il finale. Quel finale per come l'ho visto io è parecchio inquietante e all'epoca della visione, mi ero immediatamente fatto un'idea, ma che potrebbe essere completamente sballata. Per questo, prima di azzardare, mi piacerebbe sapere come l'hai interpretato te, soprattutto quel giocattolo sul terreno fissato a lungo, troppo a lungo...

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    1. Guarda, ho letto diverse cose internet, tutte che smontavano la mia interpretazione, per cui ho lasciato perdere e non l'ho scritta nella recensione. Se me lo chiedi, però, non posso che sputtanarmi, e sicuramente mi correggerai, ma io credo che quel giocattolo rappresenti, banalmente, l'infanzia. Il fatto che venga fatto cadere credo simboleggi la perdita dell'infanzia. Perdita che è immobilità, immobilità sottolineata dal movimento della gallina: l'immobilità della morte. Che Vargas uccida il bambino e la bambina? Che il cadavere ripreso all'inizio non sia che quello del ragazzino che lo aiuta ad attraccare la canoa? Una somiglianza, in fondo, c'è...

      http://imageshack.us/f/31/nvbs.jpg/
      http://imageshack.us/f/812/wmmq.jpg/

      Te, a che avevi pensato?

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    2. Incredibile! Mi rincuori perchè mi ero fatto la stessa idea e cioè, che Vargas uccida i bambini, anche perchè se non ricordo male (dovrei rivedere) mentre Vargas è fuori con il giocattolo in mano, il machete è appoggiato appena all'interno della tenda, quando lui poi entra, non lo prende in mano? Correggimi se sbaglio...
      Tu comunque hai valorizzato l'idea, mettendo in luce questa "perdita dell'infanzia" a cui non avevo pensato. Forse, invece resta qualche dubbio che il cadavere mostrato all'inizio sia quello del bambino, però devo dire che la tua ipotesi rafforzerebbe ancor di più l'opera...

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    3. Appunto, il machete, secondo me, è ancora più criptico del giocattolo, perché Vargas lo porta nella tenda ma/per poi appoggiarlo subito al suo interno, sul tavolino appena all'ingresso. Curioso...

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