Lezuo


Girato in MiniDV (come il Death in the land of encantos di Lav Diaz), a tre quarti e con filtri analogici, Lezuo riesce nell'impresa di riportare il cinema a quell'artigianalità ormai perduta, che sola può riavvicinare il film allo spettatore, fare del film il prodotto di un'operazione umana, e lo fa,  Boccassini, attraverso un'operazione macchinica, di divenire dell'immagine, continuamente disfatta e ricomposta in altre figure, altri mondi: un'odissea (quella di un intagliatore del nord-est italico in viaggio per La Merica) percettiva e introspettiva, pronta a cogliere nella spazialità dell'oggetto una sinfonia cosmica e abissale, perché in Lezuo il cielo, l'infinito, sta in fondo al mare, nell'ignoto vivo e tremante... il resto - la terra, i cittadini, il porto - è qualcosa di ingrigito dalla spazializzazione, dalla conquista degli spazi e dal loro conseguente svuotamento di energia adoperato sulla natura dagli umani. «Per certi versi, dunque, quella che abbiamo vissuto è stata la storia di una progressiva saturazione dello spazio terrestre. E quella che alcuni hanno chiamato la fine della storia corrisponde, appunto, a questa occupazione completa dello spazio» (Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale).

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