La última película


Raya Martin è il Cristo del cinema: rivoluzionario e crocifisso, martire e salvatore. Il lavoro sul cinema, già palesato in Now showing, trova in questo miracolo cinematografico, La última película, il proprio coronamento, cioè fine e chiosa, epilogo e senso: tutto, da queste parti, è da buttare, quindi la salvezza è dietro l'angolo e implica redenzione. Una redenzione che sulle cose del mondo non può che ascendere da ciò che il mondo stesso ha creato (il cinema) in una sorta di sintesi d'immanenza e trascendenza: La última película è il prodotto sottratto all'arthouse e all'avant-garde, probabilmente al cinema stesso, e per quanto si palesi come un documentario sulla fine del mondo (Raya è in Messico, nei pressi dei templi maya ed è il dicembre 2012) si dischiude invece a mo' di pellicola della fine e sulla fine, sospesa sul crinale, sul limite che non la separa dalla fine da cui è separata. Quale fine? Quella che avviene ogni giorno, incessantemente, da centinaia d'anni, e se Rousseau parlava di recinzioni come origini della disuguaglianza tra gli uomini, Raya Martin ne esaspera i termini e, prima ancora di arrivare alle piramidi maya, si sofferma su una recinzione in pietra e la chiama «rovina», imputando così all'imperialismo la colpa di questo finale e, al contempo, ritrovando in esso l'essenza della nostra civiltà. Tutto il resto è formulato in maniera diacronica, ma sempre stemperando questa concezione della temporalità (un atomo o una linea, mai un cerchio, quindi non qualcosa che ritorni o riaffiori ma con determinati inizio e termine), specie con raffinate tecniche di montaggio che dissacrano le teorie éjzenštejniane per far emergere l'intero film, non una sua parte; assistiamo, dunque, ai tagli, ai ciak, ai dietro alle quinte, alle preparazioni delle scene e alla loro finzionalizzazione di quanto prima era presentato come reale, al cadere una, due, tre, quattro volte di Raya nella chiesa per girare una scena che sembra non riuscire mai: è la totalità, la confusione, insomma la libertà di scelta. Non c'è, ne La última película, una scelta, una strada - ci sono il dilemma e il bivio, la destra e la sinistra, il reazionario e il rivoluzionario: c'è la possibilità, ovvero il reale, il vero, il cinema in quanto tale - in quanto reale, vero. Folgorante. Raya Martin parla apertamente al pubblico, espone le sue scelte, le sue idee, e non solo fa la rivoluzione (tanto politica quanto cinematografica) ma pure mostra la rivoluzione, i retroscena e la raison d'être che la vivificano, che la rendono urgente, necessaria, fatale: finale. Un capolavoro, insomma. Un film che andrebbe proiettato nelle scuole, nelle piazze, nelle chiese e nei posti di lavoro. Intimo e sociale, politico e romantico, onesto e coraggioso, La última película è con ogni probabilità il film definitivo.

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