La gabbia dorata (La jaula de oro)


Due ragazzi e una ragazza guatemaltechi emigrano verso nord, alla volta del Messico, quindi degli Stati Uniti. Durante il viaggio, fanno la conoscenza di un indio, ma arrivati in Messico vengono sorpresi dalla polizia e rispediti in Guatemala. Ripartono, uno di loro molla. Rimasti in tre, si ritrovano a cavalcare treni merci, a fronteggiare le minacce interne e la precarietà della coesione del gruppo, minacciata dall'astio tra l'indio e il guatemalteco, astio che la ragazza tenta di appianare. Esordio alla regia di un lungometraggio, La gabbia dorata, titolo curiosamente tradotto e stravolto negli States con The golden dream, abborda il cinema contemplativo del connazionale Reygadas, senza però farne cifra stilistica propria, anzi scavalcandolo e tornando a documentare più che a narrare l'odissea dei tre ragazzi, e riuscendoci anche piuttosto bene, grazie anche alla straordinaria fotografia di Maria Secco, reduce da collaborazioni che l'hanno portata a lavorare con Fernando Eimbcke, Rodrigo Plá e via discorrendo. Al contrario dello stupefacente Los bastardos di Amat Escalante, però, Quemada-Diez non satura la propria pellicola proponendo esclusivamente una descrizione dell'emigrato, ma pure riflette dipanando una riflessione che va al di là della condizione dei migranti messicani e guatemaltechi e che, forse, va a configurarsi come quell'elemento che avvicina il film allo spettatore occidentale. L'amicizia per esempio, ma ancora di più il razzismo, il fatto che ci sia sempre qualcuno che puoi considerare inferiore a te (i messicani per gli statunitensi, i guatemaltechi per i messicani e, all'interno del gruppetto, l'indio per i guatemaltechi). Temi fondamentali e fondanti, chiosati senza troppa retorica... allora, però, cos'è che non funziona ne La gabbia dorata? Forse proprio queste ulteriori riflessioni, prima di tutto quella sull'amicizia, che contamina il tema dell'emigrazione astraendo e sacralizzando alcuni aspetti in maniera del tutto stucchevole (il guatemalteco che torna a salvare l'indio mettendo a rischio la sua stessa pelle, anzi scambiando la sua vita per quella dell'amico). Poca cosa, si dirà. Certo, a conti fatti infatti La gabbia dorata funziona, e funziona prima di tutto come fiction, come pellicola fruibile e apprezzabile da chiunque (non come Post tenebras lux, per intenderci) abbia un cuore, e per questo lascia parecchio a desiderare il fatto che in Italia soffra di una distribuzione così monca, limitata e limitante (ma evidentemente bisogna lasciar spazio a film che trattano lo stesso tema in tutt'altro modo, come Machete kills), e anzi dispiace se si considera l'estrema riflessione lanciata da Quemada-Diez già dal titolo, La gabbia dorata. Qual è questa gabbia? Sono il Messico, il Guatemala - territori sprofondati nella luce che abbaglia i colori caldi di quelle terre, dorandoli. Di certo la gabbia non sono gli States, identificati nella chiosa finale col mattatoio dove il guatemalteco trova lavoro come un ambiente asettico, murtuario, dai colori freddi che congelano le speranze e, senza troppi forse, anche la vita.

2 commenti:

  1. Era uno dei (pochi a dir il vero) titoli che mi ero segnato dall'ultimo Cannes, rassegna secondo me un pò sottotono rispetto alle due precedenti, benchè in giro se ne dica il contrario. A parte il fatto che qui da me, una proiezione, manco a dirlo, però ti ringrazio lo stesso per questa recensione; mi hai illuminato almeno in parte su un film che mi attirava vedere, ma che al contempo lasciava anche molti dubbi. E a quanto pare, si può tranquillamente aspettare altre vie...

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    1. Effettivamente l'ultimo Cannes ha lasciato molto a desiderare, ma credo per il semplice fatto che, oramai, il festival voglia palesarsi come una Hollywood europea e pseudo-intellettuale. Comunque sia, il film merita, è senz'altro un buon film: certo, io e te siamo abituati ad altre cose, probabilmente abbiamo un altro canone, ciononostante a questo, se ti capita, degli un'occhiata.

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