La danza della realtà (La danza de la realidad)


La danza de la realidad è una sorta di biografia, un focus sull'infanzia di Jodorowsky, quindi la domanda sorge spontanea: a chi cazzo frega qualcosa di un vecchio rincoglionitosi con la psicomagia? Esatto, più o meno a chiunque. Sala piena e scroscio di applausi nel finale non solo danno ragione a Jodorowsky ma giustificano pure la mia sfiducia nel genere umano; niente di nuovo sotto il sole insomma, del resto la gente impazzisce per quel Lynch che è finito a tenere seminari di yoga colla moglie in giro per il mondo, ma, se cercassimo per un attimo di fare chiarezza sul ritorno di Jodorowsky, che dagli schermi mancava da ventitré anni, scopriremmo che La danza de la realidad è fondamentalmente merda. D'artista, ovviamente: e forse è questo che fa applaudire la plebe. Jodorowsky pesca a piene mani dal Fellini di Amarcord (la madre prosperosa) e dal Kusturica di Underground (l'alluvione di pesci), ma non c'è magia nel suo film né quel tocco di surrealismo che ammaliava in El topo o quei colori sgargianti e pazzi che venavano Santa sangre. È lontano, lo Jodorowsky de La montagna sacra, e a voler essere anacronisti, dando una lettura a ritroso, partendo appunto da quest'ultimo lavoro, della sua cinematografia, finiremmo per dire che ci ha da sempre preso tutti per il culo e che fondamentalmente Jodorowsky sia un regista da trovate e nient'altro, come il passaggio, nel finale de La danza de la realidad, dal nazismo alla dittatura, passaggio che sembra voglia dire, fra le righe ma non troppo, commistionando in maniera analogica (e sta qui la genialità) i due elementi (nazismo e dittatura), che la CIA sia un'organizzazione nazista. Basta. Anzi, no. Perché se questa scena fosse contornata dal nulla il film avrebbe solamente annoiato, invece infastidisce, clamorosamente. Diffidate da chi sostiene che La danza de la realidad sia un film schifoso: La danza de la realidad è un film infimo. Questo giocare a fare il Fellini cileno sostanzialmente offende, e lo fa nella misura in cui Jodorowsky si pone come Dio, come demiurgo, come santone. Fellini, in Amarcord, non creava la magia, la desumeva dalla realtà, la faceva trasparire, emergere dal materico, senza dunque il rischio di mostrarsi troppo spirituale e soprattutto potenziando la realtà vissuta, la realtà come tale; al contrario, Jodorowsky crea la magia, e tutto il suo film è un concatenamento di stramberie (il teosofo, i pesci che inondano la spiaggia...) che sa inventare pure Nicolò, il quale non è in alcuna maniera considerabile come deficiente o idiota, anzi: è mio cugino di quattro anni. In breve, manca il sense of wonderful, ed essendo tutta la pellicola studiata per creare questo stato allucinatorio e allibente vien come da pensare che Jodorowsky abbia cazziato di brutto, rischiando persino di mitizzare la sua biografia, irrealizzandola e magicizzandola... oppure sono io che mi sono rincoglionito del tutto.

4 commenti:

  1. Abbiamo visto lo stesso film quindi.

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    1. Son curioso di leggere la tua rece, perché su "Canìbal" la pensiamo in maniera pericolosamente simile.

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  2. Orpo! Avevi proprio fiutato giusto a quanto pare. D'altronde i dubbi c'erano e se ci pensiamo bene, un certo declino si poteva intravedere già da "Santa Sangre", per quanto mi riguarda. Poi "questo giocare a fare il Fellini cileno sostanzialmente offende"... E non solo, ma credo sia anche anacronistico, oggi, visto il periodo di "sottrazione" su cui sta vergendo questo tipo di cinema...
    Ottimo, Yorick: segnalazione importante!

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    1. Ecco, infatti "Santa sangre" è un film che trovo carino ma parecchio pasticciato, ma qui la cosa degenera. Sì, ti conviene starne alla larga, e spero tanto che questa sottrazione verso cui s'avvia il cinema, come giustamente noti, sia un che di radicale; del resto anche "Canìbal", che di per sé non ha niente di che ed è un thriller abbastanza commerciale, gioca al minimalismo.

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