Ida

Una regia solidissima tenta di informare una sceneggiatura che non convince del tutto, così si potrebbe riassumere il nuovo film del polacco Pawlikowski, Ida. Minimalismo bergmaniano e b/n traslucido la fanno da padroni e ipnotizzano, ma non riescono, a conti fatti, a sostanziare una pellicola che risente eccessivamente dei buchi neri nella sceneggiatura, la quale non sembra interessata a giustificare le scelte dei personaggi, limitandosi a lambire la loro psiche: zero introspezione psicologica, ecco il problema di Ida. Una suora, poco prima di prendere i voti, viene richiama dalla zia, colla quale cercherà di far luce sulle proprie radici ebraiche, falciate durante la Seconda Guerra Mondiale. La pellicola si dischiude come rappresentazione di un contrasto intrinseco eppure palese tra le due donne: lei una troia e l'altra una santa, l'una vestita in nero e l'altra in bianco e via dicendo. Nient'altro. Si potrebbe parlare di minimalismo anche a livello di sceneggiatura, ma credo sarebbe (intellettualmente) scorretto, perché di per sé la trama cerca di far affiorare il percorso psicologico che la futura suora dovrà intraprendere per divenire suora; non avendo mai vissuto (nel) mondo, questa deve fare opera di castrazione, deve conoscere ciò che si preclude una volta presa i voti (il sesso, ad esempio), insomma deve vivere prima di scegliere una non vita... e sarà proprio questa vita senza finalità (dopo esser stata a letto col ragazzo, la suora continua a chiedere «E poi?» a ogni prospettiva di futuro che l'amante le riserva. «Andiamo via.» «E poi?» «Poi ci sposeremo.» «E poi?» «Avremo una famiglia» e via discorrendo) a sconvolgerla, più ancora del suicidio della zia, il quale agisce più che altro come propulsore della scelta della nipote: non vivere, perché vivendo si muore e morendo ci si lascia alle spalle qualcosa che sarà perso per sempre. Meglio la clausura, la non vita: il non aver nulla da rimpiangere o da perdere un giorno.

2 commenti:

  1. Sono d'accordo, Ida è un film che non riesce a fare del suo formalismo un efficace veicolo per i suoi contenuti (forse perché, proprio come dici tu, poco definiti). Credo anche che in un cinema di questo tipo i significanti dovrebbero tendere a divenire sempre (o quasi) significati ed è una cosa che invece in questo film mi pare non riesca a concretizzarsi.

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    1. Secondo me il cinema, ma così l'arte in generale, è grande quando è puro significante. Snow, Benning e quant'altri non fanno che questo. Qui è tutto troppo in-formato, e tutto in un certo senso ha un significato, per quanto labile e opinabile (v. binomio puttana/santa)

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