Butterflies have no memories (Walang alaala ang mga paru-paro)


Butterflies have no memories è la risposta di Lav Diaz al progetto che ogni anno il sudcoreano Jeonju Festival rivolge a tre differenti registi, i quali si trovano allora a dover sviluppare in un mediometraggio girato in digitale un argomento scelto dalla giuria del festival. Nel 2009 sono stati coinvolti, oltre al filippino, Hong Sang-soo e Naomi Kawase, e l'argomento scelto verteva sui visitatori (Visitors è il titolo del lungometraggio che raggruppa le tre diverse produzioni). Accantonata la particolarità del minutaggio, così poco consono al regista di Evolution of a filipino family (10 ore), Butterflies have no memories ritorna su temi già esplorati dal regista, che ora ambienta la storia nell'isola di Marinduque, considerata il centro dell'arcipelago filippino. Qui l'abbandono dell'attività mineraria, occupazione che ritroviamo anche in Naked under the moon, ha portato a un degrado ambientale che ha causato non poche difficoltà tra gli isolani, martoriati da povertà e malattie. La vicenda narrata è incentrata su un gruppo d'amici o più probabilmente di compagni di sventura che ricevono la visita di una sorella (munita assiduamente di macchina fotografica, il che richiama per certi versi il fotografo-stupratore di Century of birthing) di uno di loro, partita tempo addietro per il Canada, e quello che si ritrova di fronte la ragazza, una volta tornata, è un quadro dell'umanità disperata che abita quella che riesce ancora e a differenza degli autoctoni a considerare casa sua; Diaz stravolge così non soltanto il tema sui visitatori ma pure e soprattutto la parola stessa di visitatore, che ha in sé questa sfumatura di arrivo e sguardo ininfluenti, non incidenti con la realtà che si trova d'attorno, e del resto c'è un motivo se definiamo, per esempio, Cortez un conquistatore e non un visitatore. Intanto, le discussioni sulla ripresa delle attività minerarie continuano, fino a includere anche la canadese e la sua ottica di sviluppo, in frizione già da subito con le vedute dei tre compagni di sventura che, durante la festa dei Moriones, vestiranno le folkloristiche maschere dei centurioni romani e condurranno la ragazza nella più remota delle miniere non prima d'aver sperimentato sulla propria pelle la condizione di Longino, il soldato guercio che infilzò con la spada il costato di Cristo in croce e il cui sangue gli fece tornare la vista, portandolo alla conversione e infine alla santificazione. Dopodiché il finale è enigmatico («Con Butterflies have no memories, che è molto corto, volevo mantenere il mistero su cosa sarebbe davvero successo, e ho deciso di sospenderlo al battito d'ali delle farfalle. Ci possono essere varie interpretazioni, tu puoi avere la tua, è un qualcosa di legato al mito, che ho fatto anche in Norte, the end of history, la distruzione della storia, in cui c'è una situazione di disordine molto mitico, il protagonista che cammina sollevato, che si potrebbe interpretare allo stesso modo di Butterflies have no memories… Per essere più profondi, la gente non dovrebbe chiedersi cosa sta per succedere, ma dare la propria interpretazione. È una specie di dialogo con il cosiddetto pubblico, sei d'accordo? Il mio atteggiamento quando faccio un film è che una volta che l'ho finito, diventa il tuo film.), certo, ma la visita alla chiesa, la richiesta di assoluzione e il pianto nel pre-finale figurano se non altro una condizione di colpa ineluttabile ma non inestirpabile o inespiabile. Qual è la colpa? Il desiderio o il fatto, la volontà di uccidere o l'assassinio commesso? È indubbio che le due cose, nella prospettiva ecclesiastica, siano pressoché indistinte, sicché non è tanto questo il problema quanto piuttosto ciò che precede il problema stesso, il crinale su cui i tre compagni camminano, il loro modo di frequentare la vita e l'esistenza, tra alcool e depressione. La tragedia si consuma prima del finale, forse addirittura prima del film; il film, dal canto suo, ha il potere e il compito di evocare questa tragedia, così come Melancholia evocava il dramma dei desaparecidos occultati nella giungla dal regime e Death in the land of encantos resuscitava la catastrofe del vulcano attraverso l'emersione della disperazione nei discorsi e dei cadaveri dal suolo e dal mare. Il film giunge perciò a definirsi come ventre di ricordi, attivazione del processo mnemonico e necessità di quest'attivazione, perché le farfalle non hanno memoria, mentre gli uomini sì, ma questo perché gli uomini non vivono un giorno e non passano gran parte della propria vita esclusi al mondo, in un bozzolo. Sono sociali e mnemonici, gli esseri umani, e qui Lav Diaz non rappresenta esseri umani, anzi rappresenta farfalle, residui di un'umanità che ha scelto di non vivere, di optare per l'oblio, farfalle ubriache, etiliche, che affogano la memoria e la vita nell'alcool, perché «è su questa terra che bisogna cercare Sisifo e Tizio» (Deleuze, Logica del senso), e sarà solo la colpa, conseguente al ritorno della canadese, ai suoi discorsi, a quest'emersione del passato che prima si particolarizza, da omogeneo si fa eterogeneo e infine si presentizza nell'atto di ricordare, ad avviare la metamorfosi ultima che renderà le farfalle uomini. Forse.

4 commenti:

  1. Ma quanti film ha fatto Diaz? Quando mi era capitato di sentir parlare di "Melancholia", le prime volte, pensavo fosse uno di quegli autori che realizzavano un fim ogni tot anni. Invece, da quando ti seguo e, grazie a te, ne emergono di continuo, come "l'emersione dei cadaveri dal suolo e dal mare"... Death in the land of encantos, penso sarà la prossima maratona diazana che mi farò e ovviamente, questo BHNM si aggiunge alla sua lista. Grazie anche per il link ;)

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    1. Dovere! Comunque sia, Lav Diaz - ed è una cosa di lui che adoro - non fa troppo l'intellettuale che si prende eterni periodi di riflessione tra un film e l'altro: riprende, riprende, riprende come ogni regista che voglia fare del suo cinema un che di politico, oltre che di estetico, deve o dovrebbe fare. Inoltre, con Raya Martin e Brillante Mendoza, sta portando il cinema filippino a livelli stratosferici, riprendendo il discorso iniziato da Bernal con "Himala", e in tutta onestà credo che Lav Diaz abbia davvero poco da invidiare a chiunque, persino a Béla Tarr.

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  2. "l'intellettuale che si prende eterni periodi di riflessione tra un film e l'altro"... Malick docet? :p

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