Almanacco d'autunno (Öszi almanach)


Cinema d'avanpiano, cinema d'inazione, di monologo e di non-dialogo, cinema che folgorerà il Bartas degli esordi, di Koridorius e Namai, e che affonda le proprie radici nel cinema da camera di Bergman  (Luci d'inverno) e nella sua filosofia dell'incomunicabilità (Il silenzio): non c'è azione, perché l'azione è dispersiva, confusionaria e, vista l'Ungheria del regime, c'è bisogno e urgenza di pensiero, e questo pensiero deve emergere dall'immagine, che dunque dev'essere potente, farsi carica di espressività, edulcolorarsi; così, in Almanacco d'autunno, il colore viene stremato, portato all'estremo (dal che, si direbbe, l'ineluttabilità del passo successivo, il b/n), reso formalmente espressionistico, wieniano nella sua potenza espressiva di geometrie e arabeschi fatti di luci, ombre e gradazioni vertiginose, esaltate, sature. È il film spartiacque di Tarr, dopo il quale (in Perdizione) lo stile verrà formalizzato e la politica si farà ontologia (c'è chi parla di Almanacco d'autunno come una sorta di rielaborazione dell'opera teatrale di Sartre A porte chiuse, quasi fosse necessaria una tappa esistenzialista), ma già lo spazio prende a ontologizzarsi (cfr. Pieghe #1) e, per quanto circoscritto ancora nel primo periodo (iniziano intanto a stringersi i primi sodalizi. Il pianoforte di Vig Mihály, per esempio, entra per la prima volta in scena, sostituendo le musiche di András Szabó. Ágnes Hranitzky rimane, così come i fidati Miklós Székely e János Derzsi, i quali a loro volta prenderanno parte anche al Twilight di György Fehér, dove marcato sarà lo zampino di Tarr), quello prepotentemente sociale di Nido familiare, Hotel Magnezit e via discorrendo, già si scorgono i germi di ciò che sarà la futura cinematografia dell'ungherese, tant'è che, tra immagini-pulsione di buñueliana memoria e immagini-relazione, il cinema viene ora interrogato, riflettuto, quasi fermato, ipostizzato, come giocasse con l'arrêt de la mort («L'immobilità che pronuncia la morte è anche quel che arriva a sospenderla, che la rivolta e la restituisce alla vita, il tempo di una vita indeterminata, e che il racconto dura per sostituire alla morte la forza incantevole di una pienezza d'enigma.» Raymond Bellour, Fra le immagini) attraverso movimenti di macchina fluidi e obsolescenti. Ci troviamo così schiantati in un nido familiare dentro il quale i rapporti prefabbricati occludono l'individuo, e poco importa se l'individuo sia cieco o egoico, perché il risultato è unico e solo, che cioè l'individuo finisca per sentirsi solo, incompreso: l'individuo si sente solo, incompreso, ma non vuole per questo qualcuno per cui cambiare, vuole piuttosto qualcuno che si adatti ai suoi vizi così come lo Stato non vuole altro che una popolazione su cui comandare. Da qui, gli estenuanti, letterari monologhi (estremizzazione di ciò che era già stato abbozzato ne Lo straniero) che raramente sfociano in dialogo e che più spesso, se non sempre, non fanno che tormentare l'individuo rendendogli palese il suo isolamento. Non bisogna insomma attendere le apocalissi rivoluzionarie di Sátántangó, Le armonie di Werckmeister e Il cavallo di Torino, perché già da ora conosciamo la dannazione e la perdizione cui è prossimo l'essere umano, cui è prossima quest'umanità follemente speciata in microcosmi individuali che si fanno universo nel fattualizzarsi di quella solitudine che al contempo li distanzia e accomuna, e sarà allora inquietante ripensare a quelle due righe che Deleuze scrisse nel finale de La filosofia critica di Kant, dove sostiene che «la storia debba essere giudicata dal punto di vista della specie, e non della ragione personale».

7 commenti:

  1. Noo, che testa! Perso anche questo, mi ero completamente scordato della programmazione di Ghezzi... Ci sono dei passaggi nella tua recensione che aumentano la mia curiosità verso questo film e, devo essere sincero, molto più che per "Lo Straniero". A parte i riferimenti iniziali su Bartas e Bergman, il che già basterebbe, ma credo sia ancor più importante rimediare subito alla lacuna per la sua natura di film "spartiacque"... E poi questa estremizzazione del colore mi stimola oltremodo, anche perchè di Tarr, finora ho conosciuto solamente un mondo in bianco e nero.

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    1. Tranquillo, la prossima settimana, appena arrivo a casa, te lo passo assieme a "Lo straniero". Sul Tubo c'è, subbato in inglese, ma è pieno di monologhi e, se ti va di aspettare, ti passo la registrazione subita in italiano. Comunque sia, sì, Tarr è sempre Tarr, ma qui, cribbio, supera se stesso, anche visto l'anno di produzione del film: tra i cromatismi, i movimenti di mdp e i monologhi che sembrano scritti da un Jack London molto in forma, "Almanacco d'autunno" è una bombazza anzichenò.

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    2. Preferisco aspettare la tua versione allora, almeno quando è possibile avere i sub ita, sono occasioni da prendere al volo :) Grazie!

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  2. Ciao Poor, ti seguo da pochissimo e ho trovato il tuo blog meraviglioso. Senti, pure io sono interessato alla versione Ita di questo film, potresti girarmela?

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    1. Ciao, certo che sì, è un dovere far girare i film di Béla Tarr, devi solo avere pazienza fino alla prossima settimana, perché sono ingarbugliato col Torino Film Festival fino a sabato, in più l'università mi toglie il resto della giornata. Comunque, se mi passi il tuo indirizzo e-mail (il mio è talkinmeat@gmail.com) te lo giro per DropBox, "Almanacco d'autunno".

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