Pieghe #5: Grandrieux, per un'ontologia impressionista


Il cinema di Grandrieux, nel suo sviluppo tematico, fa sorgere un dubbio riguardante l'odierna condizione del cinema e, a meno di non prenderlo come esperimento estetico, avanguardia più vicina alla video-installazione che al film generalmente inteso, si trova a rivestire un'importanza capitale per il fatto di riuscire, facendo proprie tecniche e risacche di un'autorialità (im)persa, a caratterizzarsi, se non come summa, come distinta e onesta sintesi di un'angoscia esistenziale del cinema stesso, angoscia portata all'eccesso da grandangolari e lenti focali che distorcono un'oscurità (sombre) attraverso la quale è impossibile penetrare; di per sé però, e a ben guardare, i film di Grandrieux sono tutti modulati su una narrazione per così dire classica, funzionale probabilmente non a disperdere l'attenzione dello spettatore ma a condurlo dentro un'ambiente (l'ambiente cinema, l'ambiente foresta, il cinema-foresta di Un lac) che conosce, che ha già visto, in cui è già stato e che, ciononostante, vuole proporsi in maniera nuova, vestendo nuovi panni. Tutto questo è già presente nel primo lungometraggio del francese, sorta di rivisitazione del classico tema dell'amore contrastato (contrastato dal proprio sé prima ancora che dalla valutazione societaria, che pure agisce su quel sé contrastante e contrastato), tema più modulato che dipanato, e in modo del tutto nuovo, tant'è che pare proprio che l'oscurità del titolo sia in realtà ciò che bisogna scalfire, ciò che bisogna fendere per poter vedere il film, per riuscire ad entrare nel film... ma bisogna vederlo, il film? Il tema di Sombre, come si evince dal titolo, è l'oscurità, l'oscurità che copre, sì, qualcosa, ma nello stesso modo in cui il vestito copre il corpo: Sombre, contrariamente da quanto si legga in giro, non è un film invisibile, oscurato, è un film sull'oscurità, che non copre ma riveste. E già qui il grosso problema dell'essere al cinema, del ritrovarsi di fronte al film. Contro le patine sgargianti e i colori pieni delle pellicole postmoderne, Grandrieux ostruisce, copre, riveste, attua cioè il procedimento contrario all'idea stessa di cinema – di fare e di vedere cinema – e, contemporaneamente, contro trame sempre più incasinate e ingannatrici, sotto l'immagine, sotto l'oscurità dell'immagine, Grandrieux pone un qualche cosa che già si conosce, che si è già visto, e che quindi importa meno del dettaglio, della trasumanza d'oscurità e sfocature che carrellano sullo schermo; così facendo, Grandrieux sembra chiudere il sipario: non vuole ingannare né friggere aria, ma non mostra, Grandrieux, e non mostra sia perché non c'è niente da mostrare sia perché non si presta attenzione a ciò che si vede tutti i giorni, anzi spesso proprio non ce se ne accorge: doppio movimento dunque, dell'oscurare per mostrare l'oscurità da una parte e dell'oscurare per non mostrare ciò che brancola nell'oscurità dall'altra: «cinema imperscrutabile fatto di ombre e luci offuscate, dettagli fuori fuoco, urla che esplodono soffocate dai volti tormentati degli attori, sonoro ossessivo ed ovattato» (Le vie nouvelle), cinema che non è cinema, insomma, ma che resta cinema nel momento in cui rifiuta l'idea (di visività, di comunicabilità ecc.) del cinema, perché cinema che mostra ciò che il cinema ha da sempre posto come ostacolo a se stesso, come intralcio quasi, quindi cinema agonizzante, nuovo nella sua perduta novità, riformulatore di una grammatica che ha sempre prediletto la visibilità, la leggibilità dell'opera intendendola come visibilità e leggibilità dell'azione, del personaggio, del soggetto, oscurando così il cinema (procedimento inverso quello di Grandrieux: oscurare l'azione per visibilizzare il cinema): cinema puro (o ontologico), perché si disfa degli orpelli e orchestra, analizza e indaga la raison d'être del cinema, ovvero la visibilità, tant'è che si potrebbe tranquillamente ammettere che l'intera opera di Grandrieux non sia altro che un'ontologia del cinema, un qualcosa che vuol salvare il cinema dal ruolo di strumento e di mezzo cui è stato relegato, e in questo Grandrieux è impressionista, poiché, come gli impressionisti gettavano la propria sensibilità nella natura che dipingevano per salvare la pittura dal limbo in cui credevano (e forse avevano ragione...) sarebbe finita a seguito dell'avvento della fotografia, che permetteva una resa più fedele, anche la sua è un'operazione, sì, di riformulazione, ma prima di tutto di salvataggio: salvataggio del cinema (ontologia) da se stesso (mezzo), perché fare cinema è creare cinema, fare ontologia del cinema.

2 commenti:

  1. Credo sia giunto il momento di riguardare "Sombre", ormai è passato troppo tempo e il ricordo si sta oscurando come il film. A parte il fatto che il (non)cinema di Grandrieux va obbligatoriamente ripassato, ma a differenza degli altri due film (doveroso il ringraziamento, come sempre :) questo urge una revisione, non solo perchè all'epoca l'avevo leggermente sottovalutato (ma sono sicuro di non averlo colto nella maniera più corretta, inoltre, il fatto che sia stato il mio primo accostamento a Grandriuex, credo abbia influito su una valutazione azzardata, forse, un'impressione simile alla tua la prima volta che ti sei avvicinato a "Un Lac") ma soprattutto perchè questa tua analisi è illuminante (questo nascondere il cinema per mostrare il Cinema...) e ti costringe a rivedere "Sombre" sotto tutt'altra angolazione. Pensa che un tempo ne avevo anche scritto due righe (su CV) e volevo riportarle qui, su VS, ma rileggendomi mi sono autocensurato. Hai fatto benissimo a scrivere questo post, mi hai aperto gli occhi sull'unico film di Grandrieux che mi lasciava ancora dubbi. Secondo me hai centrato in pieno la sua filosofia, il suo modo di pensare il cinema. Grazie e complimenti!

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    1. Grazie a te, anche e soprattutto perché, se non ricordo male, era proprio leggendoti che mi ero imbattuto in questo regista, secondo me straordinario. Inutile dire che, quanto scritto, è necessariamente legato al post precedente. Con "Un lac", è vero, la mia prima impressione è stata abbastanza fredda, ora lo considero davvero un capolavoro, al pari de "La vie nouvelle", e Grandrieux uno di quei registi da inscrivere obbligatoriamente tra Dumont, Reygadas e insomma quelli che stanno avendo le palle di riformulare il linguaggio cinematografico in maniera estasiante, estetica ed estatica.

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