Now showing


Sussistono dei presupposti ontologici necessari per poter apprezzare Now showing di Raya Martin, perché quello filippino non è solamente un cinema che si fa cinema, che lavora sul cinema, ma è anche, e forse soprattutto visto che non scade in un'asettica operazione d'analisi o di metacinematografia, un congedo rispetto a un'epoca, a una cultura, il che nel film viene progressivamente letto e poi tradotto come un congedo al cinema, quindi il primo presupposto: il cinema è cultura, ma bisogna fare attenzione a quale specie di culturalità viene affidata al cinema, anzi è proprio quest'affidamento al mezzo cinema come apparato o sistema di registrazione che fa successivamente emergere la cultura dal cinema, la memoria dal film. Il processo che porta dalla qualità del VHS a quella dell'HD è non solo il movimento formale del film, strutturato attraverso differenti stratificazioni qualitative (il film inizia appunto da – attenzione, non «con» – una certa qualità dell'immagine e si consuma nel solluchero dell'alta definizione), ma è anche il vortice attraverso il quale l'individuo, registrando se stesso, il suo passato, si spersonalizza, affida cioè la propria individualità alla generalità dell'immagine digitale, e basterebbe comparare, semplicemente, questo profondersi della memoria nell'oralità dell'inizio (l'oralità della storia, del racconto da persona a persona) e nella catalogazione silenziosa della fine (il negozio di film) per avere sensibilità e percezione di questa smagnetizzazione della persona dal proprio polo attrattivo, ovvero se stessa, com'era stata in passato, in un'altra vita, sotto le sembianze dei propri avi eccetera; il racconto che viene fatto a Rita, infatti, è mitico: racconta della madre di lei in maniera circolare e fondativa, identitariamente fondativa, ed è qualcosa di segreto nella sua platealità, qualcosa da ricordare perché soltanto un tempo plateale, e il ricordo, in questo caso, è identificante, perché si fa di un passato omogeneo qualcosa di eteroclito attraverso la singolarizzazione di questo per mezzo del ricordo, il quale, essendo nella persona, si commistiona con la persona, è proprio della persona. E questo solo può accadere, poiché la rappresentazione di ciò che non c'è più può avvenire solo internamente e intimamente, visto che gli apparati di registrazione, allora, erano quel che erano (fondamentale il fatto, a questo proposito, che l'audio venga a mancare proprio nei momenti della rappresentazione, quali il canto di Rita e la recita dei bambini). Il livello culturale-individuale è così indifferente nella sua bipolarizzazione, quasi un termine non potesse sussistere senza l'altro, ma l'affinamento delle tecnologie e l'affidamento di questa o quella mansione (la preservazione della memoria, della culturalità e dell'individualità, in questo caso) a suddette tecnologie porta alla scissione del nucleo originario in cui, appunto, culturale e individuale erano strettamente collegati, facendo in modo che l'individuo, registrando, ponendo il ricordo fuori di sé, incaricando qualcosa di esterno alla preservazione del ricordo, delocalizzi nient'altro che se stesso, quell'individualità che lo individualizza e che, ora assente, rende la persona una specie di schizofrenico inidentitario perché pluridentitario, e di questo prova è il silenzio finale, nonché la solitudine derivante dall'estraneazione di Rita dalla società in cui un tempo era particella. Una morte della cultura per mezzo del cinema? No, piuttosto una sconfitta del cinema, e vuoi anche dell'individuo, perché Raya Martin è politica, sì, ma cinematograficamente, e in tutto questo, ciò che emerge, non è altro che l'impotenza del cinema, che registra e non crea, impotenza derivata dal fatto, appunto, che si è abbandonato il cinema, non lo si è affiancato all'individuo, a una certa forma di cultura, ma, alla deriva, ne si è fatto mezzo cui far emergere la cultura, una cultura d'altri tempi però, il cui oblio è correlato, come si è detto, alla spersonalizzazione dell'individuo, che ora manca di cultura, non fa cultura ma l'affida, e questo, prima ancora che decretare la morte della persona (Raya Martin ha questo di buono: non è esistenzialista), sembra portare, ineluttabilmente, alla monotonia del cinema, alla sua superficialità e inutilità.

6 commenti:

  1. Bellissima, Yorick, avrai anche faticato, ma questa recensione è una calamita per l'occhio, e non produce altro che attesa, da parte mia, per questo film (mi sa che è ancora lunga). Da quello che scrivi credo che possa piacermi un sacco. Soprattutto, trovo interessantissimo questo procedimento di "registrazione" e "smagnetizzazione della persona - spersonalizzazione dell'individiuo" e incuriosice (capire) vedere, come verrà attuato... Visto che si parla di cinema filippino (anche di una certa metratura) hai trovato qualche differenza, o analogia particolare con Diaz?... Curiosità!

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    1. Fa piacere, e tu sei gentile. Secondo me, è un film importantissimo, da vedere se a una persona piace o, meglio, s'interessa di cinema. Col cinema di Diaz, comunque, ci sono davvero poche affinità, se non nella radicalizzazione della quotidianità, di questo filmare quasi documentaristico, amatoriale: onesto; non so come spiegarlo, ma tu che l'hai provato, sai sicuramente a cosa mi riferisco - a quell'assenza di estetizzazione della vita quotidiana, della quotidianità in cui i personaggi sono a volte immersi ecc.

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    2. Visto finalmente! Diciamo che come per molti film di lunga durata, pure qui, avrei magari sintetizzato su alcuni passaggi, però nel complesso è un ottimo lavoro. L'aspetto più interessante (e geniale anche) è proprio il processo di digitalizzazione effettuato sulla pellicola; questo rinnovamento del video che procede con l'avanzare della vita di Rita, quindi i ricordi dell'infanzia mostrati giustamente con delle immagini dalla qualità più degradata, smagnetizzata, come quella delle videocassette, e che via di seguito si ravvivificano... E infatti, il film l'ho visto concentrandomi su quello che avevi scritto e non posso che complimentarmi, perchè hai colto alla perfezione questo processo. Forse avrei dato ancora più importanza anche al "formato aspetto" (l'aspect-ratio) dell'immagine, quindi il classico 16:9 non l'avrei inserito solo a 25 minuti dalla fine (calcolando che parliamo di un film di quasi cinque ore!), ma molto prima, più o meno con il momento in cui vediamo Rita nel negozio di dvd (quindi più o meno con l'inizio della terza parte). Certo è, che la parte centrale con i filmati found-footage presi dai vecchi film anni '30/40 è azzeccatissima nel rappresentare il salto temporale dall'infanzia alla vita adulta. Inoltre, Martin ha la fissa di capovolgere le immagini, hai notato? Fenomenale, e anche un pò inquietante direi! Ora aspetto "Buenas Noches, Espana"...

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    3. Credo che gli abbia lasciato poco spazio perché fondamentalmente è abbastanza nuovo, specie se considerato che lo coniuga con certo cinema contemplativo di recente memoria, ma è solo una supposizione. Hai ragione sull'aspect-ratio, ma a dire il vero non sono sicuro che a ottobre fossi sicuro di cosa fosse... Comunque, cribbio, di Raya Martin va visto tutto, assolutamente, anche perché sembra cambiare pelle a ogni film e i due visti, finora, sono due capolavori colle contromadonne, altroché!

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    4. Non è che sembra, è proprio sua intenzione quella di rinnovarsi continuamente. Prova a leggere questa intervista, non so se hai già avuto modo di farlo...
      http://www.filmidee.it/archive/31/article/265/article.aspx

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    5. Cazzo, si vede che stava con Lav Diaz mentre questi montava i suoi filmoni. Chissà perché, ma sento molti filippini che col cinema cercano di riscoprire le proprie radici, e la cinematografia intera di Lav ne è una prova.

      - Poi è arrivato il momento della tesi e ho girato Indio Nacional, ma solo 30 minuti, perché non poteva essere più lungo. Ho girato ugualmente un lungometraggio e ho dato a loro solo i 30 minuti che servivano per la tesi.
      - È per questo che si intitola A Short Film About the Indio Nacional anche se è un lungometraggio?
      - No, è solo che mi piaceva il titolo.
      TROLLOLOL!!!!

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