Lo straniero (Szabadgyalog)


Sospeso tra cinéma-vérité e introspezione più intimista che psicologica, e come tale riallacciandosi allo stile e, per certi versi, alle tematiche di Nido familiare e Hotel Magnezit (la realtà ungherese nel regime e mai del regime, la quotidianità infima di un popolo afflitto da se stesso come conseguenza di un'economia soffocante, l'incomunicabilità insormontabile etc.), Lo straniero, seconda pellicola del Maestro, è molto lontano dai film post-Perdizione, ma già si nota spianarsi la strada o, sarebbe meglio dire, il sentiero che condurrà il regista magiaro a raggiungere le vette inarrivabili di Sátántangó, Le armonie di Werckmeister e Il cavallo di Torino, e si nota, questo, grazie al meticoloso lavoro costruito, almeno inizialmente, contro lo spettatore: la carrellata circolare attorno al violinista, per esempio, non ha solo lo scopo di presentare il protagonista ma pure, e subito, di far immedesimare lo spettatore con la mdp, il che gioca immediatamente a sfavore dello spettatore, il quale si vede imbrogliato di scena in scena, come quando il prete viene scoperto pazzo per via del violinista, il quale, ora, viene a essere una sorta di garante della verità, un garante col vizio dell'alcool, quindi capzioso anch'egli. Lo straniero è un imbroglio, dunque? No, siamo noi che non ci fidiamo più di noi stessi, che perdiamo man mano le certezze che avevamo acquisito. Piuttosto, Lo straniero è più simile al dubbio cartesiano, quello iperbolico magari, ma non ha importanza. Ciò che ha importanza, invece, è che Tarr lavora, qui come altrove, di sottrazione, ed è come se ci levasse il tappeto da sotto i piedi e poi pure il pavimento. Ci vuole sconvolti oppure liberi? Probabilmente l'una cosa non esclude l'altra ed entrambe si implicano... A ogni modo, sotto quest'effetto straniante e destabilizzante, veniamo o ci sentiamo coinvolti, per quanto coscientemente estranei, in un pianeta alla deriva, dove i soldi non bastano e i sentimenti nemmeno e, insomma, tutto è in qualche modo opinabile, opacizzato, sofistico, paralizzato, non tanto dalla visione dei singoli personaggi quanto dal loro continuo sottrarsi a loro stessi e chi sta loro di fronte, e sono così le parole a trascorrere il tempo, ma è un tempo stagnante, lento, e questo perché la verbosità si tramuta solerte in un'inazione sconcertante da parte dei comunicanti, quasi questi non proferissero parole (la parola implica comunque un certo grado, per quanto minimo, di movimento, e non solo come cogito) ma pensieri monolitici, dunque monologhi. Da questo piattume, dalle sabbie mobili sottraenti in cui gli individui incespicano e rischiano d'affondare, una chance di salvezza, (almeno) il violinista ce l'ha, e risiede nell'arte e in nient'altro. L'arte come poiesi secondo la lezione aristotelica trova qui una radicalizzazione spontanea e agghiacciante che pone l'arte come poiesi, sì, ma totalizzante, quasi a dire annichilente o, meglio, trascendente, che faccio dell'artista uno straniero della società, che lo tiri fuori dalla società per contemplare solamente l'arte, per quanto, anzi in quanto promanata ed emanata essa stessa dalla società. Arte come liberazione (cfr. la bomba su Haydn) diventa arte come salvezza, naturalizzazione dell'uomo societario che ritrova la propria naturalità nella società (l'arte è culturale e, come tale, eminentemente societaria, e perciò all'inizio Andràs non fa che suonare in mezzo alla gente, perché l'arte è ciò che gli permette di stare in mezzo alla e di comunicare colla gente), ma in una società diversa, inattuale, gregaria e non autoritaria o disarticolante. Lo sguardo di Tarr, però, è disincantato e il fallimento di questa redenzione, di questa purificazione è affidato alla simbologia della solitudine, che palesa sia la scena della catarsi di Andràs (durante il concerto) sia il suo impossibile trionfo – su un piano del tutto trascendente tra l'altro, dal quale è ripreso in contre-plongée – come direttore d'orchestra. Lasciando, infine, le supposizioni ad altri, su quanto per esempio Tarr si fosse riflesso in Andràs o cose simili, mi vien da pensare alle parole che egli stesso, vale a dire Tarr, ebbe a dire riguardo queste sue prime pellicole, ovvero: «Nel tempo in cui ho cominciato a fare film, al mondo ci stavo molto male. Credevo che, se fossi stato capace di fare dei film radicalmente diversi da quelli che si realizzavano allora, anche il mondo sarebbe cambiato». A seguito della visione de Lo straniero, credo che poco sia cambiato nel modus operandi di Tarr, specie se la frase è pensata in prospettiva a quel che verrà, alla localizzazione più che alla formalizzazione di una cifra stilistica senza uguali, colla differenza sostanziale però che, sebbene il mutamento del mondo e del cinema sia quello che sembra proporsi di fare di film in film, fino alla fine della sua carriera, agli esordi il movimento pareva essere contrario a quello proposto nelle pellicole post-Perdizione, nelle quali l'uomo è come astratto dalla società e riportato alla sua natura più propria, quella cosmica, quindi è come se agli inizi Tarr girasse film radicalmente diversi per cambiare il mondo, mentre sul finire, soprattutto in luogo del suo testamento cinematografico, si ha come l'impressione di un rovesciamento e che Tarr fosse arrivato a voler prima cambiare il mondo, cambiare cioè prospettiva, per cambiare poi il cinema. Il che onestamente lascia di che pensare, e disperare.

4 commenti:

  1. Non c'è l'ho fatta a vederlo, mi sono addormentato prima, come capita molto spesso d'altronde. Mi sa che dovrò rimediare in altro modo (ma quasi tutti i Tarr del primo periodo mancano al mio appello, no bene!) anche perchè quello che scrivi m'incuriosisce ovvero, più che il film in sè, penso sia interessante questa prospettiva di Tarr sul "cambiare il mondo/cinema"e quindi un confronto con le ultime opere...

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    1. In teoria dovrei essere riuscito a farmelo registrare da un amico, quindi, se tutto va bene, posso passartelo appena torno a casa (primi novembre). Almeno lo spero, perché vorrei rivederlo e perché a un cinefilo come te non può di certo mancare un lavoro di Tarr!

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    2. Hai ragione, non ho visto niente di suo precedente a "Damnation". Quindi credo sia doveroso almeno recuperare "Nido Famigliare", visto che per "Almanacco d'autunno" aspetterò anch'io la proiezione di Ghezzi. A questo punto colgo la tua offerta e aspetto novembre anche per "Lo straniero", grazie :)

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