Il buco (Dong)


Cinema dell'eccesso e cinema della riduzione: dell'eccesso ottenuto attraverso continue e contigue riduzioni. Un cinema che è piega, non ancora un buco ma piega che buca piegando se stessa, perché l'esclusività degli spazi in Ming-liang è sempre un'inclusione e un'occlusione - estroflessione indefinita, cioè inclusione (cfr. Deleuze) che seleziona e fagocita. Ambienti umani e uomini ambientali, scarafaggi che filtrano e si elevano o attraggono, quasi levitano e... no, è tutto sbagliato: la parola chiave è «afflizione» o, meglio, «soffocamento». Soffocamento del sé, prima di tutto. Di essere se stessi, quindi di essere separati da se stessi. Ecco, già meglio: Ming-liang piega e, piegando, esclude l'ambiente, rinserrando i silenzi e focalizzandosi sulle persone. Che soffocano, appunto. E soffocano perché non sono più separate da se stesse. Essere nel mondo, infatti, significa subire, sì, il mondo, ma prima di tutto se stessi, quel sé che sono, il mio sé, il sé corporeo che vedo vivere la mia vita e vedo subire le passioni dei corpi, degli oggetti e della pressione atmosferica a mo' di una meteoropatia del soggetto e non dell'oggetto, che cioè non vuole tanto che l'agente stia in alto quanto, soprattutto, che il paziente si trovi in basso, sotto, pronto a subire. Tutto questo in Dong viene a mancare e la schizofrenia, improvvisamente, per una non meglio specificata epidemia, cessa. Cessa la separazione tra me e me, tra me e il mio corpo, e nasce la solitudine, la nullità di chi è solamente io. Dunque silenzi, e pioggia (come in Stray dogs) a scrosciare su questi silenzi: di nuovo, meteoropatia. Ma è una meteoropatia differente, questa volta, perché spinge al bisogno, alla comunione, al servizio e alla comunicazione (gestuale più che verbale); Stirner parlava di Io all'interno di un discorso dialettico, dissolto poi dalla domanda «Chi è uomo» (Io, e solo io), ma la domanda, pur con la sua potenza disgregatrice, non può porsi che all'interno di quel movimento, senza il quale non avrebbe motivo di essere (bisognerà attendere Nietzsche per vedere l'Io imporsi, perché Stirner non c'era riuscito, lui l'aveva soltanto posto), e Ming-liang fa questo: riduce, scava, piega, e per questo il suo è un cinema della riduzione, perché mostra un eccesso non presente nel mondo. «Chi è uomo?» L'uomo è mondano e afflitto, l'uomo è una sovrastruttura, quindi per rispondere alla domanda dobbiamo ridurre - ridurre gli spazi e gli ambienti, ridurre la comunità, ridurre le parole, escludere la metropoli per includere il privato, includere l'Io escludendo la dialettica ecc. In una parola, togliere, giungere all'osso, anzi al midollo. Rientrare nell'utero - il dong/buco del titolo - che ci ha scaraventati nel mondo, separandoci da noi stessi e facendoci appendici, attributi, protesi della società, particelle parcellizzate. Non è una questione soteriologica, è una questione di ritorno (eterno), e il μετέωρον finale non si riferisce che alla tizia e alla sua salvazione, perché chi la prende e la fa levitare è soltanto spirito, placenta.

5 commenti:

  1. Il "commento" qui sopra voleva entrare in sintonia con la tua disamina. Praticamente era una riduzione :)
    Bando agli scherzi, recensione eccelsa, penso tra le migliori che hai scritto o almeno, una di quelle che leggendo mi hanno elettrizzato maggiormente (cribbio, è quasi meglio che non guardarsi il film), ma ormai è appurato che sei una garanzia. E riguardo il finale, ora penso d'aver più chiara la tua interpretazione su quel "gesto salvifico", visto così (e mi trovi perfettamente concorde) è in effetti, decisamente più nichilista... Inoltre ho apprezzato moltissimo quel: "la parola chiave è «afflizione» o, meglio, «soffocamento». Soffocamento del sé, prima di tutto. Di essere se stessi, quindi di essere separati da se stessi.". Grande!

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    1. Grazie, sei molto gentile. Per quanto riguarda il nichilismo... be', è certo che ognuno, in un film, specie di questo tipo, mette quello che soprattutto lui vive, modulandoselo quasi. L'ho adorato, inutile ribadirlo, e non volevo neanche scriverne, ma troppe recensioni erano discordi rispetto quello che io avevo provato, visto e vissuto in quel film, così ne ho scritto, un po' tartagliando forse perché questo è il classico filmone di fronte al quale rimanere afasici.

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  2. Un capolavoro!! Che meraviglia questo film (bella rece, a proposito). Il miglior film mai visto sulla incomunicabilità più assoluta, asfissiante, soffocante, dici bene. Con dei siparietti musicali geniali, spiazzanti, meravigliosi. Da lasciare di stucco.
    E' vero, " toglie, fino a giungere all'osso, anzi al midollo", ma poi aggiunge. Tanto. E dà al tutto un tocco di surrealismo, di finzione che, secondo me, innalza il film a vette stratosferiche. Se potessi lo rivedrei in questo momento. Che film!
    Non ha l'etichetta capolavori. Why?
    Ci risentiamo a novembre (recupererò tutti i tuoi post)i

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    1. Dev'essermi saltata, sulla pagina dei capolavori l'avevo aggiunto: (mi) correggo subito. Comunque, hai ragione, quel tocco di surrealismo innalza paurosamente il film, in maniera più radicale che ne "Il gusto dell'anguria", secondo me. Forse perché così vicino al realismo magico...

      Buon viaggio, bombus!

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