Agrarian Utopia (สวรรค์บ้านนา)


Due famiglie, afflitte dai debiti, tentano la fortuna nelle risaie della Thailandia settentrionale, contraltare di una città vagamente metropolitana, dilaniata dalla povertà e dal caos che le imminenti elezioni politiche vanno fomentando, ed è lì, in quelle risaie feudali, disperse nel tempo dal tempo (e perciò, si direbbe, non invise al tempo), che si dischiude e albeggia un'umanità altra, originaria, pulita.


È solo un gioco, lo sappiamo sin dal titolo. L'utopia irrealizza quanto queste genti vanno facendo, vanificando ogni loro sforzo ma non per questo demolendo la loro esistenza, la loro lotta. Sta qui il fulcro della pellicola, nell'intimazione che mormora al fondo dell'essere umano, sprofondando la vita e facendogli recuperare una sorta di realtà interiore che è fondamentalmente «senso»: fugge dalla città che lo contamina e giunge ai bordi dell'umanità, sa che neanche qui non può nulla, eppure non per questo cessa di lavorare, di credere e di sfamarsi. Di sperare in se stesso, essenzialmente. L'ascetismo della campagna non è un ritorno a qualche cosa di perduto, come potrebbe essere nei film del connazionale Apichatpong Weerasethakul (penso a Blissfully yours, soprattutto), è creazione, distanza, fondazione, e Agrarian utopia è un film sulla tenacia nella e della disperazione.


Nessuna rivoluzione al crepuscolo, insomma. Perché le rivoluzioni non servono, ed Hegel aveva torto a figurarsi una lotta tra servo e padrone. In realtà, non è mai esistita alcuna lotta e né il servo né il padrone hanno messo in gioco la propria vita in un tempo in cui l'uno non era servo e l'altro padrone; al contrario, il padrone è sempre stato tale, così il servo, senza che nessuno vincesse o perdesse nulla: e questo contrario si chiama Storia, crepuscolo delle rivoluzioni.


Chi è il padrone, dunque? Chi territorializza, il sedentario, l'estensivo. Il servo, invece, è profondamente intensivo, riflessivo e perennemente nomade: proletario, perché ripiegato in se stesso e nella propria famiglia. Ma non bisogna dimenticare che, al giorno d'oggi, l'opera di nomadismo viene fatta sul posto, la carovana ha smesso di esistere. Il nomade è colui che è straniero in terra straniera e fa di tutto per alienarsi, per essere asceta, al fine di preservare un'identità acquisita grazie al suo grado di intensità e riflessione. Penso che, con commosso disincanto, sia quello che in questo film tenti di mostrare Raksasad. Non necessariamente una rinascita, ma una vera e propria genealogia. Del resto, ogni cineasta è, in primo luogo, un Esiodo, un facitore di mondi e generazioni.


Per questo ogni film è politico, perché la realtà che il regista crea si scontra inevitabilmente con la realtà che viviamo e, anche qualora non lo facesse, come nel caso delle commedie più frivole, anche allora non smetterebbe d'essere politico, il film: sarebbe reazionario. Così, Raksaad si fa politico solamente nel finale, dopo una genealogia di due ore, dopo che la bestialità e l'umanità (umanità bestiale piuttosto che bestia umana) sono emerse dall'opacità sabbiosa delle risaie, e si fa politico, Raksaad, nel momento stesso in cui rifiuta la politica, ovvero in quel ritorno alla metropoli ormai sfacciatamente politica, ritorno che non può non sfociare in nuovo andare o venire, in una protesta silenziosa o, se preferite, in una sconfitta che è al contempo restaurazione identitaria, contorno corporeo.

8 commenti:

  1. "...ed è lì, in quelle risaie feudali, disperse nel tempo dal tempo (e perciò, si direbbe, non invise al tempo), che si dischiude e albeggia un'umanità altra, originaria, pulita." Stop! Ho letto fin qui ed evito di proseguire, nonostante la tentazione, ma visto che ormai è prossimo (spero, stasera, ma non la vedo troppo bene) preferisco ripassare a visione compiuta. Una cosa però è certa, Yorick; il tuo fiuto aveva centrato in pieno (e io mi fido del tuo fiuto), a giudicare dalla tag "capolavoro", dal voto mubiano e dai magnifici frame che hai postato. Tanto basta per aumentare di brutto la mia curiosità... Se posso, vorrei solo chiederti come cavolo hai fatto a recuperarlo così in fretta, sono combinazione emerse altre vie da percorrere oltre a quella campestre? :p

    P.S. Mi fa piacere comunque che tu sia riuscito finalmente a sostituire il portabandiera :) Non riesco a decifrare il film della prima locandina a sinistra, mi illumineresti?

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    1. Fai bene a ripassare, alla fine c'è un piccoli spoiler. Certo, non ti rovinerà il film, ma visto che ormai ce l'hai, tanto vale vederselo prima di leggere e, fidati, non ti deluderà. Comunque, no, niente mulo, non si spicciava (almeno stando a mio fratello), così sono andato a beccarlo qui: http://www.seeingmole.com/index.php/7357/agrarian-utopia/.

      Il primo film, secondo me, è un altro film-bomba, "Karamay", documentario cinese di sei ore il cui voto e la cui sinossi su MUBI non mi hanno lasciato altra scelta che infornarlo: http://mubi.com/films/karamay. Non ti pare? :D

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    2. Grazie per il link, se alla fine il quadrupede dovesse giocarmi brutti scherzi, almeno ho un'alternativa. "Karamay", film cinese di sei ore? :O Hai ragione, non potevi fartelo sfuggire e almeno per la sua metratura, mi sembra giusto che a sfornarlo sia te, che sei più avvezzo a tali colossi... Stavolta attendo volentieri :D

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    3. Be', la metratura è il mio punto debole, è vero, però in questo caso gioca un bello scherzo anche quanto il Locarno scrisse in proposito: "The film opens on the morning of December 8th, 2007, in Karamay’s Xiaoxihu cemetery. Daybreak casts a cold grey light over faraway mountains and the Gobi sands. As the camera moves from grave to grave, it zeroes in on the photographs encased in glass on every tombstone. All are of children. Exactly 13 years ago, Karamay’s Friendship Hall was the site of a horrible tragedy: nearly 800 grade and middle-school students and their teachers, hand-picked to entertain a delegation of education officials, were in the midst of a performance when a fire broke out in the hall. The students were instructed to remain in their seats so that the visiting executives could exit first. By the time the fire had been contained, 323 people had perished, 288 of them children between the ages of six and 14. All of the officials survived. After the tragedy, the story was heavily censored in the Chinese state media. To this day, the families of Karamay have not been allowed to publicly mourn their children".

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  2. Appena visto e apprezzato. Forse non quanto te ma più che altro credo, per una questione di dialoghi (di sicuro i sub ita avrebbero facilitato la visione) o meglio, quei momenti dialogici che personalmente appesantiscono la durata. Non per significato, sia chiaro ma proprio per ridondanza, calcolando che nelle due ore non ci sono alternative alla situazione (eccetto il finale, che ho trovato ottimo); si lavora, si mangia, si dialoga (break notturno o crepuscolare) e si ricomincia da capo. Ma ripeto, è sicuramente un problema mio vista la difficoltà, dopo una certa consistenza di dialoghi, a seguire con i sub english. Detto questo, per il resto il film merita (fotografia a parte, ovviamente stupenda) ma specialmente, trovo che cresca in maniera esponenziale nel secondo tempo. Ora, parlandoti da un'ottica a me congeniale e quindi, quasi puramente estetica, tu scrivi delle risaie disperse nel tempo dal tempo; un tempo che secondo me scinde in maniera significativa anche il film; con una prima parte, prevalentemente soleggiata e serena tutto sommato, e una seconda, dove con il vento, la pioggia, il fango, la fatica del lavoro stesso si viene a creare uno scenario direi quasi apocalittico (preludio della manifestazione di protesta del finale?). Inoltre durante quei quindici minuti, in cui sono tornato indietro per rivedermeli subito (da 1h 27 a 1h 42) e che si concludono con quello strabiliante crepuscolo (o alba che sia) velocizzato, se noti, Raksasad gioca di sperimentalismo riducendo il sonoro ambientale (esattamente da 1h 36) a un effetto ovattato che scorpora quel passaggio da tutto il resto del film; o meglio, diventa quasi un'appendice al film stesso, tanto da poter essere un altro finale o venir interpretato come tale.. Tu che ne pensi?
    Questa è comunque un'idea che mi è venuta adesso, a visione fresca, però, se in futuro dovessi scrivere di "Agrarian Utopia", ecco, credo proprio mi concentrerei su quei quindici, estatici minuti!

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    1. Mi fa piacere che ti sia piaciuto, anche qui il rischio di un abbaglio era dietro l'angolo. I dialoghi sono stata una delle cose che preferivo del film: quotidiani, rutilanti, in perfetta linea con lo stile agreste e contemplativo del film, anzi forse davvero unici dialoghi che non cozzano col contemplativo, di solito povero di parole, per quanto abbondanti siano. Ricordo vagamente la parte di cui parli, e anche io avevo pensato qualcosa rispetto gli sperimentalismi sonori, ma mi sono limitato a pensarla, perché a formularla come tu ci sei riuscito (dopo una sola visione, ma che testa hai?!) mi ci sarebbero volute molti più approfondimenti e revisioni. L'"altro finale", in tal senso, potrebbe benissimo starci - anzi, potrebbe essere il finale vero e proprio, a ripensarci, e il ritorno alla città del protagonista nient'altro che un epilogo (più che un finale). Però, appunto, dovrei rivederlo e andare più a fondo.

      P.S. Ho finalmente recuperato la Akerman, oggi tocca a lei!

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  3. Ogni volta che guardo un film di cui non trovo nulla, so che devo guardare qui da te per leggerne qualcosa :)
    l'ho appena visto e mi è piaciuto molto, forse un po' troppo lungo, ma ha delle immagini meravigliose. il protagonista è bellissimo, ha un'espressione di tristezza non rassegnata, mista a testardaggine che ti sembra gli sia scritta in fronte da quanto è intensa.
    mi è piaciuta la tua lettura del film, io ho percepito più di tutto il valore dell'autosufficienza, il poter contare solo e soltanto sulle proprie forze, far fatica con ragione ad affidarsi, a contare su chiunque, sia moglie, amico, figli o Stato. belli i dialoghi, rendono tutto più efficace.

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    1. Mi fa piacere che ti sia piaciuto. Era un film che cercavo da tempo e mi ero fatto molte aspettative a riguardo, quindi temevo la cantonata, però alla fine mi ha convinto come pochi. Pure il suo lavoro precedente, "Stories from the north" è parecchio interessante, anche se qui prende letteralmente il volo. Aspetteremo con ansia la sua ultima opera, "The songs of rice", che pure promette un gran bene: https://www.youtube.com/watch?v=LpMsG3lcCFs

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