'Til Madness Do Us Part (Feng Ai)


Se il film di finzione si definisce in base a ciò che in esso è mostrato, il documentario si mostra in base a ciò che esclude e rilega in un fuori-campo più concettuale che fisico: il documentario è, fondamentalmente, una sostituzione di natura logica prima ancora che ontologica, un lavoro che, paradossalmente, trova la propria forza e la propria debolezza nel montaggio, se con montaggio è inteso il luogo di finzione in cui la realtà è manipolata attraverso cesure e accostamenti arbitrari per essere restituita in maniera tale da apparire verosimile, quindi essenzialmente capziosa e finzionale. Wang Bing, con Feng ai, dà proprio l'impressione di lavorare su questi aspetti, oltre che su quelli più tipici del documentario, e lo fa al fine di restituire una realtà la cui prima e più profonda impressione è il suo risultare non manipolabile, non alterabile, riformulando, così, l'intera grammatica del genere documentaristico; per ciò è riduttivo ridurre Feng ai a ciò che è, alla sinossi che mostra nei suoi aspetti più immediati (un documentario di quattro ore su un isolato manicomio cinese), perché esso opera in maniera asimmetrica sul proprio contenuto, mostrando, attraverso i gesti e i visi e attraverso i lunghi piano-sequenza girati dall'impassibilità della mdp (impassibilità che è, sostanzialmente, un'impossibilità dell'occhio di agire), la sovrastruttura più che la struttura stessa, il manicomio più che gli internati, ridotti - dal manicomio stesso - a spettri, a gusci vuoti e svuotati che, in un gruppo di cinquanta, vivono, salvo rare eccezioni, senza contatti con il mondo esterno (persino medici e infermieri sono per lo più assenti), brancolando su un solo piano dell'edificio, recinto da sbarre, alcuni di loro nudi, altri affamati o catatonici, arrabbiati, stanchi, sofferenti e stralunati: una quotidianità sterile è tutto quello che, ogni giorno, senza tempo, si ripresenta loro di fronte, ma è una quotidianità muta e indifferente, quasi sproloquiata dalle mura e dalle medicine che segregano e contornano esistenze sempre più barbaglianti e sfocate: «In questo ospedale non c’è libertà» scrive Wang Bing, «ma relegati in uno spazio chiuso, con sbarre di ferro e senza libertà, gli uomini sono in grado di creare un mondo nuovo e la libertà tra loro, senza limitazioni etiche o comportamentali. Nella luce notturna, i corpi sono come spettri che cercano di appagare i propri bisogni d’amore, fisici o sentimentali. Questo film si accosta a loro in un momento in cui sono stati abbandonati dalla famiglia e dalla società. La ripetizione della loro vita quotidiana amplifica l’esistenza del tempo. E quando il tempo si ferma compare la vita». È il manicomio, dunque, ad essere al centro dell'interesse, questo manicomio che differisce dalla natura metropolitana per il fatto di essere, come dire, generalizzante e sterile, uniformante nella suo incessante lavorio di svuotamento dei corpi che lo abitano: è l'ambiente sovrastrutturale, insomma, ad agire sul corpo strutturale, sulla struttura-corpo che decostruisce, e decostruisce non per poterla riassemblare in altra maniera ma per poterla tenere così, decostruita e svuotata, innocua persino a se stessa. La mimetizzazione che, consegue dalla profusione del linguaggio manicomiale, dalla sua [= del linguaggio manicomiale] parola benzodiazepinica, non diventa, così, una mimetizzazione con l'ambiente, ma resta una mimetizzazione tra pazienti, il che significa prima di tutto perdita di coscienza, di coscienza di esistere e di essere differente dall'oggetto per cui o con cui voglio mimetizzarmi perché somigliante a esso, e in secondo luogo perdita di vita, perché la mimetizzazione implica necessariamente una consapevolezza di esistere nella diversità della somiglianza e nella somiglianza della diversità, il che significa che, se ora si esiste, si potrebbe non esistere più (essere braccati, essere uccisi): è come se, al passaggio di un predatore, un gruppo di camaleonti, anziché mimetizzarsi con una roccia, vedesse i suoi membri componenti diventare tutti del proprio colore naturale (suicidio di massa lì, Vita-in-Morte di Coleridge qui). Insomma, un gesto estremo e romantico, patetico e fisico che vuole provare lo spettatore e lasciarlo contemplare (forse più che meditare) non tanto sulla fragilità dell'esistenza quanto, piuttosto, sulla semplicità con cui essa possa spezzarsi - e continuare comunque a vivere, sopravvivendo, più che a se stessi, alla propria vita.

5 commenti:

  1. Enorme! Aspettavo la tua recensione di questo film, dopo che me ne avevi parlato così entusiasticamente, grazie. Se ho colto giusto, almeno da questo passaggio: "perché esso opera in maniera asimmetrica sul proprio contenuto, mostrando, attraverso i gesti e i visi e attraverso i lunghi piano-sequenza... la sovrastruttura più che la struttura stessa, il manicomio più che gli internati, ridotti a spettri, a gusci vuoti e svuotati" mi viene da pensare che Bing operi in maniera simile a quanto fatto da Weerasethakul in "Syndromes and a Century" o è solo un'impressione?

    Aspettiamo con trepidazione che si muova Ghezzi allora, sempre se magari non lo fa qualcun'altro prima.

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    1. Sì, l'unica è affidarci all'onnipotenza di Ghezzi! Comunque hai ragione, Wang Bing, per certi versi, si muove in maniera molto simile a "SaaC", solo che, in qualche maniera, dovuta forse anche allo stile filmico scelto (il documentario), è come se lo facesse in maniera più "integralista", radicalizzando un'estetica (quella del dolore, per così dire) che Apichatpong dilata attraverso sequenze più "riflessive" e oggettuali.

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  2. Un film, un documentario pazzesco, perdona la battuta scema!
    "La ripetizione della loro vita quotidiana amplifica l’esistenza del tempo. E quando il tempo si ferma compare la vita". Bello. Ma il tempo riesce a fermarsi,se è un continuo ripetersi di gesti abusati? Può comparire mai la vita in questo luogo "generalizzante e sterile, uniformante nella suo incessante lavorio di svuotamento dei corpi che lo abitano?" O è preferibile la morte, o meglio la perdita della "coscienza di esistere?"
    Tristissimo!!

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    1. Sono le stesse domande che mi sono posto anche io, e che credo si sia posto il regista, il cui tentativo principale, fondamentalmente, è quello di far emergere queste e simili domande, senza l'agonia di una risposta. Mi ha ricordato qualcosa di vagamente simile alla Morte-in-Vita o, meglio, Vita-in-Morte di coleridgiana memoria. Inarrivabile.

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  3. http://www.youtube.com/watch?v=NbnQv-1uo5U

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