Things we do when we fall in love


Una coppia, in un periodo disfunzionale della propria esistenza, decide di lasciarsi alle spalle la metropoli per recuperare una tranquillità ormai solo vacillante, sbiadita quasi, che sola può porsi come soluzione a qualcosa che, chissà come, è andato rotto o perduto: la storia è tutta qui e la storia è il film in sé, niente arzigogoli o vili moralismi, soltanto tanto silenzio e intensità nel secondo capitolo della trilogia sull'amore del malese James Lee, quindi niente di banale, piuttosto un lavoro prettamente teorico sul cinema inteso come sistema metrico di significanti, un gioco puerile, di quella puerilità in grado, grazie alla propria innocenza d'intenti, di mostrare la maschera che crediamo volto; James Lee fa questo: accumula codici, intersecando quelli specifici del cinema (l'illuminazione, spesso diegetica) con quelli più generici che valgono anche per la letteratura e le altre arti (la narrazione di un amore tormentato o, più genericamente, il percorso che il protagonista compie per raggiungere l'oggetto del proprio desiderio), giungendo a porre i primi come significanti e i secondi come significati. Un film lento, dunque, che si sgretola man mano che procede, mostrando la propria inutilità, la propria specifica generalità, la quale attiva la necessaria leggibilità dell'opera. La trama, accessoria e già vista, non è solo un pretesto per portare a compimento questo lavoro, e la sua particolarità sta nell'essere prettamente specifica e significante, sì da ritrovarsi come significato nella genericità che la dilata e veicola la pellicola secondo una leggibilità universale, che travalica lo stretto e intimo mondo dei protagonisti per palesarsi come mia, tua, sua - di ogni spettatore che abbia la pazienza di vedersela dischiusa davanti agli occhi. E, nel momento in cui ciò accade, nel momento cioè in cui il film si esprime, l'astrazione è al massimo grado, perché soltanto l'astrazione può implicare un riconoscimento, una consapevolezza e una conoscenza del particolare (del film, della storia narrata ecc.) da parte di uno spettatore che non è mai destinatario ma sempre ricevente. Dal che il piacere del contemplativo, dell'accessorietà di una trama soltanto vaga eppure pregna, accennata e densa, fin quasi alla necessità di questo cinema per così dire in sosta, disteso nel proprio propagarsi, che fa astrazione di tutto (significanti e significati) come tutti i film devono fare per poter essere goduti e, prima ancora, capiti, interpretati, letti (secondo il modello voegleriano del viaggio dell'eroe, il sistema attanziale valido sempre e comunque ecc.), ma la fa in maniera smascherata, anzi mostrando l'astrazione specifica e generalizzante attraverso un meticoloso lavoro sul significante e non sul significato, il quale, appunto, non varia mai (è sempre il protagonista che tenta di far proprio l'oggetto del desiderio), perché «l'opera di un'arte ci sottrae quell'arte nello stesso momento in cui ce la presenta, perché l'opera è al contempo più e meno di essa. Ogni film ci mostra il cinema e ne è la morte» (Metz).

10 commenti:

  1. "perché soltanto l'astrazione può implicare un riconoscimento, una consapevolezza e una conoscenza del particolare..." 1) E intanto mi sembra più che giusto e poi: "...necessità di questo cinema per così dire in sosta, disteso nel proprio propagarsi, che fa astrazione di tutto (significanti e significati) come tutti i film devono fare per poter essere goduti e, prima ancora, capiti, interpretati, letti..." 2) Ancora una volta hai stimolato la mia curiosità e quindi mi sembra altrettanto giusto segnarlo all'istante! Questo James Lee però mi sembra di non conoscerlo...

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    1. Sapevo che ti avrebbe incuriosito. A me è piaciuto molto, anche se non ho mai visto altro di suo, se non ricordo male. Un film contemplativo e anomalo anche nel panorama contemplativo e minimalista. Su asianworld, poi, mi pare ci siano i subs ;)

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    2. Ottimo, l'ho trovato! Ora basta solo armarsi di pazienza..;)

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    3. Facciami sapere che ne pensi, sono parecchio curioso: il genere dovrebbe essere nelle tue corde, ma, come ti ho detto, è parecchio anomalo...

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    4. Certo, spero quanto prima, se la bestia lavora a dovere... Mi pare comunque che anche questo "Agrarian Utopia" (ogni volta l'occhio strabuzza), abbia trovato confortevole dimora nello spazietto qui a destra ;)

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    5. Oddio, non dirmi che hai trovato anche quello?! O.o

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    6. Veramente quando ho scritto così, intendevo punzecchiarti sulla tua attesa per questo film, visto che la locandina è un pezzo che è in bella mostra. Ora che però ho letto il tuo commento, ho voluto tentare e l'attesa può considerasi conclusa... TROVATO! :D

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    7. Ohbbella, finalmente riuscirò a scoprire cos'è questo film! :D

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  2. Di questo film ricordo poco, veramente poco. Leggendoti qualcosa mi è tornata in mente, le atmosfere cupe, la fuga dei due, la cinepresa che li segue imperterrita. E i dialoghi, non particolarmente significativi né importanti, parole di tutti i giorni. Una storia come tante, "un film lento, dunque, che si sgretola man mano che procede".

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    1. Sì, mi ricordo che non ti era piaciuto granché (film con trama accessoria, l'avevi definito). Con te si parlava, però, dell'altro capitolo della trilogia, che sembrava più sulle tue corde... io devo ancora vederlo, ahimé, ma, appena lo trovo, me lo sparo. Magari potresti detestarlo meno di questo :p

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