Stray Dogs (Jiaoyou)


Questa recensione è stata scritta grazie a lunghi silenzi e lunghe discussioni con visionesospesa.

Con Jiaoyou, palesato come il congedo alla regia del taiwanese, Ming-liang raggiunge il vertice di qualcosa. Del suo lirismo anti-narrativo, di una poetica metafisica raggiunta per accostamenti e sottrazioni, del cinema in quanto tale. Taipei: Hsiao-kang conosce Xiao Lu in un centro commerciale e instaura con lei un rapporto fedifrago fatto di proiezioni e inganni, di insostenibilità e incomunicabilità, di sovrimpressioni della madre dei figli di Hsiao-kang sul corpo sinuoso di Xiao Lu, fino all'ineluttabile epilogo, che, nel proprio manifestarsi, si fa prodromo di ciò che è già stato fatto, di ciò che è già stato detto. La struttura palindroma della pellicola, concretizzata in un piano-sequenza che mostra Hsiao-kang, reggitore di cartelli, percorrere una strada composta da due rotonde continue (∞), accentua il tutto e incide in maniera prospettica ed extra-diegetica sulla sensibilità dello spettatore, stremato, esterrefatto e ammaliato dal solluchero estetico che Ming-liang dipana attraverso lunghissimi piano-sequenza a macchina fissa, la cui leggibilità si fa dissonante a seconda dell'ambientazione, che condiziona luci & ombre e scalfisce, in questo modo, la gestualità e la fisicità dei personaggi, i quali, pian piano, si ritrovano a dover svestire i panni dei teatranti per vestire quelli, più intimi e al contempo discreti, della persona reale, di colei che vive sulla propria pelle quello che, sullo schermo, è solamente mostrato di scorcio e che, sullo spettatore, è recepito con una distanza e un distacco necessari per poter provare quegli avvenimenti ed esserne, al contempo, provati a mo' di lucide e simpatetiche comparse; tuttavia, è davvero difficile riuscire a parlare di voyeurismo, e lo è proprio per questa compresenza dello spettar(t)ore, oltre che per il fatto che, grazie anche alla struttura palindroma di Jiaoyou, il tragico non muta mai in tragedia e, piuttosto che agire a livello psicologico, traslittera il proprio senso a un livello squisitamente cosmologico, in cui, se da una parte (microcosmo immanente) trova la propria espressione nell'opera d'arte, dall'altra (macrocosmo trascendente) il tragico la trova nel compimento dell'intero universo, ed è qui che bisogna dar ragione a Ziegler quando scrive che «la tragedia è ciò che, in ultima analisi, muove tutte le attività del mondo». Così, l'esistenza si fa teodicea e l'uomo diventa Dio, un dio che Ming-liang trasforma in un dio-cane capace di divorare spietatamente il cavolfiore con cui aveva simulato la testa di un manichino da compagnia e, successivamente, piangerne [= del cavolfiore-machino] la morte, un dio-bestia che non ritrova la propria animalità naturale ma si fa ferale e animalesco, un insulto indegno come per Deleuze era, del regno animale, solo l'abbaiare (non l'ululare, perché nell'ululato c'è il segno della morte, se non la sua più intrinseca significazione) canino: «Le persone si comportano come cani e i cani come persone. Sono cani liberi e anche le persone sono libere. Non hanno nulla. E noi, allora? Cosa possediamo? Siamo certi di possedere qualcosa? Forse tutti noi non siamo altro che cani randagi». Su tutto questo, intanto, giace un silenzio allestito con una rappresentazione forte (per i canoni orientali, ovviamente) e un lavoro minuzioso e intensivo sul corpo dei personaggi, ma soprattutto sul loro volto, la cui espressività si ricava da un'assenza emotiva che il tempo dispiega e distrugge: l'ultimo, disperante piano-sequenza (in foto) precedente il contro-campo finale, piano-sequenza che ricorda da vicino quell'epico minutaggio della ragazza piangente sulla panchina in Il gusto dell'anguria Vive l'amour, riassume, con la sua potenza impressionistica, questo lirismo contemplativo e minimalista attraverso la fissità della mdp e del viso di lei, che per quasi venti minuti viene corso da una lacrima che s'asciuga e ricompare, s'asciuga e ricompare in una disperazione rinnovata e taciuta, perché aveva ragione Rosenzweig: è il silenzio, il linguaggio dell'eroe tragico. Ma c'è di più, perché gli eroi nel film non sono presenti (sono presenti soltanto persone) e la tragedia, come unità aristotelica e narrazione, non è intercalata nella giustapposizione delle inquadrature né ne è collante: «Non c’è una storia da raccontare. Hsiao-kang è un buono a nulla, che si guadagna da vivere reggendo cartelloni pubblicitari. Fuma e piscia in strade costantemente percorse da veicoli e passanti. Le uniche presenze nella sua vita sono i suoi due bambini. Mangiano, si lavano i denti, si cambiano e dormono insieme. Non hanno acqua né elettricità e dormono sullo stesso materasso con una verza, abbracciandosi stretti l’uno con l’altro. Tutta la città è diventata una discarica per cani randagi. E il fiume è lontano, molto lontano. Poi, una notte di tempesta, l’uomo decide di portare i figli a fare un giro in barca a vela» (Tsai Ming-liang). Il silenzio, quindi, non è soltanto il linguaggio dell'eroe, ma è, nella prospettiva di Jiaoyou, l'unico mezzo che la persona in quanto tale possiede per affrontare dialetticamente il mondo, e a questo proposito, unito alla dilatazione temporale che in verità non è una dilatazione ma una continuità (più volte) interiore e a una spazialità ora soffocata dalla mdp nel congelatore di un supermercato, ora invece aperta a una profondità di campo estesa per (n) parsec nel vuoto di una strada, giunge ad hoc una frase di Husserl, che credo possa fungere da grimaldello ermeneutico dell'intera pellicola, almeno per quanto riguarda le scelte stilistiche optate da Ming-liang: «Manca una comprensione dell'articolazione spazio-temporale che la persona prescrive a se stessa, mentre insieme pone di fronte a se stessa il suo corpo vivo e l'intera natura in quanto non-io». Spiritualità e tecnica, forma e contenuto sono così unite inscindibilmente, coese e unificate, quasi monolitiche e indistinte nell'accavallarsi di inquadrature che trovano, nella differenza reciproca, il proprio organico, la somiglianza che le accomuna e le differisce. Un film, è il caso di dirlo, letteralmente oltre il fondo.

23 commenti:

  1. indubitabilmente è il film che attendo di più e che spero possa vincere "qualcosa", non tanto per l'opera in sé quanto per l'autore che c'è dietro.
    Ho letto qui e là per non rovinarmi nulla, però mi è bastata la prima frase (anche l'ultima, ci ho visto un che di familiare... :)) ad aumentare la bava cinefila che schiuma dalla mia bocca.
    solo una cosa: la ragazza piangente sulla panchina non era alla fine di Vive l'amour?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Orpo, c'hai ragione, ero convinto fosse nell'altro, ora correggo. Va be', quest'ultimo Tsai mi ha dato la carica necessaria per riprendermi tutta la sua filmografia in mano, magari scrivendone pure qualcosa. Comunque questo non ti deluderà: secondo me è il suo "cavallo di Torino" ;)

      Elimina
  2. Mammamia, ma cos'abbiamo visto ieri!? La metabolizzazione è ancora lunga caro Yorick ma ci sto lavorando sopra...
    Nel frattempo non posso fare altro che assaporare a dovere questa perla di recensione :)
    Capolavoro indiscutibile!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Concordo, e anche per me la metabolizzazione sarà parecchio lunga, necessiterà di revisioni e di qualche giorno di film leggeri (qualche horrorazzo americano, magari). Che razza di CAPOLAVORO!!!

      Elimina
  3. aspettiamo fiduciosi che esca in sala

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Speriamo! Secondo me dovrebbe vincere qualcosa per vedersi distribuito nelle sale italiane... comunque va' tranquillo, neanche questa volta Tsai delude ;)

      Elimina
  4. Questo, insieme all'ultimo Sono, è il film che aspetto di vedere con maggior trepidazione (chissà quando, però. Dannazione!)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Spero che ti piaccia, questo. Sto leggendo parecchie critiche negative nei suoi riguardi, soprattutto negli altri blog, quindi è probabile che sia io che visione abbiamo preso un'abbaglio... anche se, con ancora il film in testa che gira, ne dubito. A ogni modo, ti stremerà - di questo stanne certo ;)

      Elimina
  5. Sono state rese ufficiali le premiazioni, c'è mancato veramente poco: Ming Liang si è beccato il gran premio della giuria. Il leone d'argento è andato a "Miss Violence" e senti senti... Leone d'oro a "Sacro GRA" !! Incredibile.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vabbé, è andata di lusso: mV è un filmone e Tsai non poteva aspirare a chissà che, visto che il capolavoro che ha tirato fuori, capolavoro che, evidentemente, capiremo tra ancora molti anni. La vergogna è che abbia vinto "Sacro GRA", ma vabbé: la Rai è un potere.

      Elimina
    2. Tra l'altro, ho subito messo il dito nella piaga: http://incentralperk.blogspot.it/2013/09/venezia-70-i-vincitori.html?showComment=1378580870997#c6125962586738163665

      Elimina
    3. Ho letto sì, e se t'interessa approfondire sulle premiazioni... ;)
      http://solaris-film.blogspot.it/2013/09/un-rosi-nel-deserto.html

      Elimina
    4. "Signore, perdonali perché non sanno quello che fanno..."

      Elimina
  6. Mi sono permesso di condividere questa splendida recensione sulla mia pagina facebook, spero non ti dia fastidio!! Del resto, è la migliore che ho trovato in giro ;-) https://www.facebook.com/pages/Frammenti-di-cinema-e/244108065713735?fref=ts

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ah, sei anche tu in Facebook. Ti followo subito.

      Grazie a te per averla apprezzata. Spero che il film tu lo recepisca con la stessa intensità con cui ha colpito me.

      Elimina
  7. Hai sperato che qualcun'altro reperisse il film con la stessa intensità della quale affermi di esser stato investito, forse perché, in te, l'hai già ritenuta migliore. Sei diventato il metro di valutazione dell'intensità stessa.

    II

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Le tue articolazioni lapidarie tienitele per i film.

      III

      Elimina
    2. Ti preferisco quando spegni la webcam.

      IV

      Elimina
  8. Pollo Scatenato18 febbraio 2016 12:55

    Non riesco a reperirlo, sapete dove sia possibile ? Grazie

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mah, sta più o meno ovunque. KG, CS...

      Elimina