Pieghe #3: Dialogo con C.B.


In un'intervista sul cinema che Sandro Veronesi fece a Carmelo Bene, intervista che, come le Brevi interviste di Wallace, è sin da subito, senza trasformazione ma per imposizione, monologo, l'esordio è dei più iconoclasti e, per quanto opinabile, dei più condivisibili e pacifici: «Il cinema non ha cinema». Certo, perché il cinema, più del teatro, è prima di tutto un mezzo, o almeno come tale viene colto da Carmelo Bene. Un mezzo che, nel suo formularsi come melting-pot di generi e di arti, fruisce e fa fruire le più diverse (e generiche) esperienze artistiche, dalla musica alla pittura, passando per il teatro e la letteratura, e, così funzionando, «si è sempre occupato di occupare domicili altrui»: non ha, in Carmelo Bene, uno statuto ontologico, il cinema, non è una realtà; è, anzi, un meteorite che «non ha mai avuto una scrittura, perché la scrittura ha a che fare solo con se stessa», e come tale è «volgare», il cinema, ma volgare nel senso etimologico del termine, cioè come un quid che sta sul volgo, che è «tirannia delle plebi» o, meglio, della plebe, di un'unica plebe internazionalista e, dunque, confusa, non identificata, che da Hollywood trova commistioni nell'autorialità europea per fluire nella Bollywood indiana. In questo senso, «il cinema è orante», comunica - ma cosa, dal momento che, col cinema, «la vita non c'entra»? Ebbene, il cinema deve necessariamente comunicare se stesso. Se, con Bene, concordiamo sul fatto che esso non lavori sui desausseriani e lacaniani «buchi neri del linguaggio», dovremmo precisare qualcosa che Bene non ha colto, e cioè che il cinema è sempre metacinema (dal che si arriva a dargli ragione quando sostiene che un film non fa vedere la vista ma mostra quella o quella cosa, ma gli si dà ragione per vie traverse rispetto quelle da lui percorse per arrivare a questa conclusione, cui arriviamo nel momento in cui, concordi sul fatto che il cinema sia sempre e comunque metacinema, mostrare la vista significherebbe, in termini cinematografici, non solo tentare l'operazione di Jodorowsky in Santa sangre, ma addirittura radicalizzare il finale di E la nave chiudendo il piano-sequenza che mostra Cinecittà con uno specchio che mostri ciò che mostra, cioè la mdp, ovvero l'occhio che vede e col quale lo spettatore si identifica (odio la gente che dice che ci si identifica con un personaggio della vicenda. Bisogna essere schizofrenici per identificarsi in qualcuno che si pone come chi io non sono) durante ogni film); solo così, infatti, il cinema può connotarsi ontologicamente, può smettere di essere interpretato come semplice mezzo ed essere, piuttosto, veicolo di una realtà che crea, quindi Dio, cinema demiurgico. Le contraddizioni sottolineate da Bene tra cinema e teatro scompaiono, o meglio si acuiscono in maniera così alacre da smagnetizzare una realtà che solo un tempo si ritrovava chiusa nei teatri di posa e che ora, quand'è grande cinema, ricerca l'ambiente, fa dell'ambiente soggetto, costituendolo e non, come il teatro, (ri)costruendolo: «Quando fai un film, non fai teoria. Cerco le location. Un luogo ha un volto, è uno dei personaggi principali. Così, ho trovato questa piccola valle in Ungheria, con il suo albero solitario. Non c'erano case, abbiamo dovuto costruirla noi. Detesto le scenografie artificiali, e così abbiamo costruito una casa vera, in legno e pietra. Abbiamo fatto anche il pozzo e la stalla» (Bèla Tarr a proposito di A Torinói ló, qui l'intervista in italiano di Vladan Petkovic); il teatro, si sa, non solo ricostruisce un ambiente, ma, come scrive Metz, è ambiente, mentre il cinema è tipicamente a-ambientale: il cinema è buio e solitudine e, al contempo e grazie a ciò, ontogenesi di una realtà tipicamente finzionale, quando invece il teatro, essendo reale, non può che proporre una realtà palesemente finta, perché la scena è là, mentre là, nella sala cinematografica, abbiamo uno schermo bianco, quindi la finzione è palese, l'irrealtà è reale, concordata, e solo da ciò può nascere una realtà che sia altra. In qualche modo, è come se la realtà del teatro si finzionalizzasse nel proprio realizzarsi, perché la latenza con cui si mostra è indissolubilmente falsa latenza - percezione improvvisa e austera che se io sono qui quello non può essere qui, che se io sono ora quello non può essere ora, poiché non possono esistere due hic et nunc senza cortocircuiti (escludiamo la meccanica quantistica e teniamo presente Parmenide), non può esistere la realtà di una corte danese antecedente il 1600 se la realtà è che essa è qui nel momento in cui io sono qui, cioè in un teatro italiano del XXI secolo; al contrario, il cinema porta in sala una realtà soltanto virtuale, e come tale essenzialmente reale, perché decentrata dallo schermo, su cui scorrono le immagini, e dal proiettore che mi sta alle spalle, perché, fondamentalmente, non qui e non ora, quindi non simultanea a me ma altra rispetto a me, quindi accettabile, reale. Concordiamo, così, con Carmelo Bene, quando sostiene che il cinema non sia arte, ma lo facciamo ancora partendo da presupposti differenti, e cioè che, sì, il teatro è arte perché finzione, quindi artificio artistico, mentre il cinema non è arte perché non finzione ma realtà (certo, Bene è dannunziano, quindi non esistono opere d'arti ma soltanto capolavori, ma il capolavoro dannunziano, nonché beniano, è la persona, il demiurgo che crea l'arte e che fa della propria vita un'opera d'arte. Il cineasta non fa l'opera d'arte, il cineasta è, piuttosto, un Dio che crea una realtà, e perciò aveva ragione Blakeston quando sosteneva che di per sé «il cinema non ha dato [alla storia] molti grandi uomini», non ne ha dato nessuno). Dunque il cinema invocato da Bene, «un cinema che smargina» come Rimbaud crocifiggeva la lingua francese o smarginava la pagina con cui scriveva, è impossibile appunto perché smarginare il proprio mezzo significa, per il cinema che, ricordo, è sempre meta-cinema, smarginare se stesso, e si vedano gli esperimenti di Oliveira, con la sua continua voglia di andare oltre le quattro pareti dello schermo, a riprova di questo fatto o si veda anche lo stesso cinema di Bene, accostato spesso ai dipinti di quel Bacon che voleva insultare la tela, sfogarla e oscenizzarla (nel senso etimologico e beniano del termine), così come Bene voleva fare del proprio cinema un cinema dell'atto piuttosto che dell'azione («Il cinema resta sempre nell'azione filmata - quasi una storia, una narrazione storica dell'azione, ma la storia è sempre stata una non-storia dell'atto: l'Atto non è mai l'azione, l'atto è l'oblio che ci travolge»), lavorando sull'immagine-tempo di deleuziana memoria e finendo sempre, inesorabilmente, per produrre film che diventano capolavori cannibali, che mangiano se stessi, che si nutrono di se stessi nel momento in cui si danno a se stessi e non sono se stessi, perché, sì, «il cinema non ha cinema», ma è cinema così come io non ho un corpo ma sono il corpo che ho.

8 commenti:

  1. Ho letto la tua discussione con Rombro, ieri, e quell'intervista sinceramente un pò mi stuzzica, anche se poi non ne comprenderò un tubo. Carmelo Bene è un'altra delle mie lacune e quelle due cose viste ("Salomè" e "Nostra Signora dei Turchi"), neanche molto tempo fa, a dire il vero, le ho digerite male. Premetto che ti parlo con incompetenza per questa "fascia/tipologia" di cinema, ma pur avendoci ritrovato un'eccentricità, secondo me, jodorowskiana (Salomè, soprattutto), personalmente è proprio quella teatralità che mette in scena Bene, a infastidirmi (calcola che adoro Jodorowsky quanto non apprezzo il teatro). D'altronde, nell'italia dei '70 non era l'unico a cimentarsi in questo modo, penso per esempio a Franco Broccani e al suo Necropolis (1971), che penso d'aver fortemente odiato...
    Il Discorso purtroppo è complesso e come accennato, non possiedo ne meriti, ne la tua competenza filosofica per poter argomentare a dovere. Quello che posso dirti è, da quel pò che ho compreso, che mi ritrovo sicuramente più vicino al tuo punto di vista e al pensiero di Tarr, ovviamente. Per dovere comunque l'intervista l'ho salvata e voglio ripromettermi di gettarci uno sguardo. Scusa per il commento magari inappropriato.

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    1. Be', il cinema di Carmelo Bene è il cinema di Carmelo Bene, non di C.B., e come tale è stato rifiutato dallo stesso bene. Secondo me è un cinema interessante, e lo è proprio per il suo porsi come anti-cinema, come cinema nichilista nei confronti del cinema, come cinema che vuole distruggersi, che crea se stesso per mangiare se stesso. Quindi è normale che, ad un appassionato di cinema come te, sia un cinema che non piace. Dopodiché, Tarr, per me, è, se si esclude l'inesistenza, uguale a Dio, e sicuramente Tarr conosce il cinema, mentre Bene conosceva un cinema - quello di Deleuze, quello di Fellini. Di certo, e normalmente, non conosceva il cinema che ci ha formati, quello contemplativo di Dumont e Reygadas. Onestamente, credo che Bene avrebbe adorato "Il cavallo di Torino", e non solo perché è fattuale... il problema, IMHO, è che Bene si è trovato di sponda un cinema autoriale (Truffaut, Godard, ma anche Antonioni etc.) così cinefilo e cinematografico da esternare da sé il cinema, da escluderlo per rifarlo da zero, e Bene, questo, non poteva sopportarlo.

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  2. Ho letto quell'intervista a Tarr: "La fine del mondo arriva come immagino che arrivi nella realtà: lentamente e con tranquillità. La morte è sempre la scena più terribile e quando vediamo qualcuno morire, animale o umano, è sempre terribile. Ma la cosa più brutta è che è come se non succedesse nulla". Be, io penso che non poteva rappresentarla meglio... Che genio di uomo! E se vogliamo, c'è una frase che rattrista ancor di più: "...ma vedo qualcosa che si avvicina: la fine. Sapevo che sarebbe stato il mio ultimo film ancor prima di cominciare le riprese"... Ripensarci, no? :(

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    1. Cristo, sì, quella frase ha intristito molto anche me e sull'altra, quella riguardante la fine del mondo, non potrei essere più d'accordo con Tarr, qui tra l'altro molto vicino ad alcune tesi avanzate da Ernesto de Martino.

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  3. Però!, interessante questa intervista. Bene è sempre Bene: "il cinema è un plebiscito contro il buongusto", "un precipitato di non eventi, di non fatti", "ogni rappresentazione è rappresentazione di Stato", "il cinema non è la settimana arte, non è niente!" "Fellini è uno sciagurato, ahimè è un cineasta"
    Vanitas vanitatum et omnia vanitas!

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    1. Adoro Bene, e secondo me ha ragione da vendere quando parla di cinema come di esposizione di non-fatti. Secondo me, però, radicato com'era nella sua teatralità, nella letteratura ecc, aveva approfondito poco il cinema se non in maniera del tutto ontologica, deleuziana. Sarebbe curioso sentire le sue impressioni di fronte all'ultimo Béla Tarr. Comunque hai ragione, vanitas vanitatum et omnia vanitas...

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  4. E' difficile parlare di una figura così imponente come Carmelo Bene, non solo perchè è quasi scontato fraintendersi ma perchè tendenzialmente, proprio per ciò che è stato, divide in modo abbastanza netto chi lo percepisce e lo "comprende" e chi invece non lo sopporta per il suo eccedere che viene banalmente scambiato per presunzione, arroganza, ecc. Credo sia prima di tutto una questione di indole, di approccio alla vita stessa, che rende condivisibile ciò che (non) voleva dire, al di là del rispettabile background filosofico/letterario da cui spesso traeva riferimenti (Giordano Bruno Guerri al Costanzo Show del '95 gli disse "Lei sembra una fabbrichetta di citazioni"... ).
    Quel che secondo me è un fattore poco opinabile, parlando di cinema, è che i cineasti e peggio ancora gli attori guidati e filmati da una regia (come del resto il teatro di regia che tanto disprezzava) sono condannati a calarsi in una moltitudine di ruoli e personaggi arrivando al massimo a simulare quel buio e quell'assenza che alcuni di noi, probabilmente, si portano dentro e cercano nel cinema, nella musica, nella letteratura..e questo spesso finisce per diventare un prodotto da celebrare che, quando va bene, accontenta gli "appassionati" di arte sempre pronti a goderne come un hobby che "arricchisce" la vita...e in questo come si può dargli torto quando dice che l'arte è pur sempre consolatoria? ..per forza di cose l'arte, quella che non consola, dev'essere "incomprensibile e incomunicabile"..ed ecco perchè il critico era per lui una figura meschina il cui mestiere era quello di recensire e quindi di mediare l'incomprensibile.
    Concordo poi col fatto che questo tipo di cinema contemplativo non lo poteva conoscere e probabilmente su un colosso come Bela Tarr ci avrebbe riflettuto...anche io, credo come voi, stimo immensamente Tarr ma ritengo il suo ritiro meritevole di gran rispetto (cosa si può fare dopo una roba come Il cavallo di Torino?...).
    Sicuramente Bene si è formato con una cultura più ottocentesca, ma la sua grandezza penso sia stata proprio quella di raggiungere una "posizione" in cui ha potuto demolire tutto ciò che lui stesso ha (mis)conosciuto e attraversato, persino le avanguardie del novecento..ed è evidente che "l'abbandono" faceva parte della sua vita..ma quell'eccesso perenne in cui "creava se stesso per mangiare se stesso" sono certo che era causato da un'ardore tale da non riuscire ad accettare nessuna consolazione, nemmeno (e soprattutto) nell'apparente bellezza dell'arte..e questo può senz'altro esser visto come una paradossale contraddizione..ma del resto era un corpo come tutti noi e perciò, con una certa onestà verso noi stessi e quel tocco di compassione impotente per la miseria umana che non fa mai male, penso che "capire" Carmelo Bene sia qualcosa che venga da sè, senza intellettualismi o preparazione filosofica (scrive uno che ha a stento la terza media ha iniziato a leggere abbastanza tardi)...e personalmente paragonare qualunque opera d'arte a ciò che lui era già solo nella vita al di fuori del palcoscenico, acuisce ogni volta la consapevolezza di tutta la mediocrità che ci circonda (di cui facciamo parte, chi più chi meno) e a cui ci sforziamo di dare un valore.

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    1. Concordo praticamente su tutto, anche se, secondo me, sono necessarie dei distingui. L'incomunicabilità, la phoné, è C.B., ma in quell'intervista era Carmelo Bene, non C.B. C.B. è il teatro, l'intervista è, in qualche modo, una riflessione di Bene in Bene. Così, sono piuttosto d'accordo con le idee beniane sulla critica, ma penso, pure, che la comunicabilità sull'arte debba esserci, o meglio possa esserci quando sta fuori dall'arte: parlare d'arte tra amici non significa necessariamente svilire l'arte, che è incomunicabilità, perché parlare dell'arte non è qualcosa di artistico, e per questo, con molta modestia, ho voluto scrivere di questa sua intervista, soprattutto per chiarirmi le idee. Del suo cinema, poi, difficilmente riuscirei a scrivere: più facilmente scrivere di me, delle mie impressioni, della mia afasia di fronte al suo cinema, cinema che, concordo di nuovo con te, è così autartico da sfuggire a parallelismi (il mio, su Bacon, era anticipato da "accostato spesso", appunto per dire che non io (e mai io!) avrei tentato quest'azzardo). E quell'afasia è filosofica solamente come mediazione, perché, appunto, la filosofia è il terreno comune che condivido con Bene, oltre a poche altre cose. Dopodiché io adoro Bene (ho pure una sua frase come firma del profilo Blogger) e continuo ad approfondirlo perché, comunque sia, trovo comprensivo di una profondità di pensiero così vasta e al contempo personale che davvero difficilmente riuscirei anche solo ad abbordala, ma resta il fatto che le influenze sussistono: Deleuze, Lacan e Artaud in primis. Qui soltanto riesco a parlare di Bene, perché, ripeto, è un terreno comune. Su C.B. non posso che tacere, e magari spendere qualche parola solo per trovare altre persone che, come me, convidono l'afasia di fronte al suo teatro e, soprattutto, alla sua teoresi.

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