Fallen (Krisana)


Di Fred Kelemen, tedesco di formazione (culturale) russa, basterebbe dire che è stato direttore della fotografia per alcuni film del maestro Béla Tarr (Il cavallo di Torino, L'uomo di Londra e Viaggio nella pianura ungherese) per riuscire a inquadrare, più o meno approssimativamente, il suo cinema. Non che questo debba tutto all'ungherese, certo, ma le affinità (un bianco e nero nitidissimo, i piano-sequenza strabordanti, la venatura filosofica di matrice nichilista di alcuni dialoghi che finiscono per permeare l'intero film eccetera) sono presenti e non di poco conto; questo Fallen, infatti, è un noir che rievoca i tratti tipici e topici dei predecessori francesi (Chabrol su tutti), quindi una serie di cose come la disillusione, lo sconforto e la sfiducia nei confronti di una certa umanità, per poi avvicinarsi sia al Perdizione (la scena del bar, in cui si sente una voce femminile cantare in maniera malinconica) che a L'uomo di Londra (l'accidentalità con cui il protagonista si ritrova invischiato in una torbida vicenda), facendo proprie quelle atmosfere disperate ma, al contempo, non arrivando mai a un vero e proprio Spannung, ma modulandosi in una tempista sempre (più) pacata. Lo scarto è questo: se Béla Tarr ontologizza lo spazio, Kelemen ontologizza il tempo, restituendolo come un che che inghiotte o enuclea i personaggi e le loro vite, temporalizzandole in un eterno presente che è l'αἰών deleuziano. La vicenda, proseguendo, non prosegue o, se prosegue, lo fa in maniera frammentaria, quasi che l'impressione derivante da ogni differente sequenza sia, invero, una sequenza a se stante, una storia slegata dalle altre, autonoma e assoluta; l'investigazione di Matiss Selce può a buona ragione fungere da pietra angolare di questa ontologia spaziale: Matiss ignora una donna che, poco dopo, si butta nel fiume, avverte la polizia, ma la polizia non indaga perché nessun corpo è stato rinvenuto e, quindi, tocca a Matiss indagare, ma l'indagine non parte dal presunto suicidio quanto, piuttosto, dalla grettezza e dal solipsismo di cui Matiss si sente colpevole in proiezione del gesto della donna. Il suo, così, è un continuo muoversi, un eterno frugare in un'esistenza che non è la propria e che, anzi, parcellizza l'esistenza di Matiss, fin quasi a collassarla. L'indagine stessa, che pian piano si trasforma in qualcosa di profondamente esistenziale, è composta a sua volta da tante, differenti indagini, di arrivi che sono al contempo (ri)partenze - differenziazioni intime di un sostrato unitario e indifferente, modulazioni di una medesima frequenza. È, insomma, la proiezione della ciclicità del tempo, la restituzione filmica di un infinito che fa tabula rasa delle differenze dei finiti che lo compongono, omogeneizzandoli in sé. E qui l'epifania, l'epilogo prodromico dell'intera vicenda nelle parole del poliziotto amico di Matiss: «La società ha una ferita aperta, e sta sanguinando». La società descritta è quella dei settecento suicidi per anno, il 36% dei quali commesso involontariamente (per overdose da stupefacenti, per esempio), quella degli abusi su minori, degli stupri e degli omicidi - stragi, queste, che si consumano ciclicamente, anno per anno, in maniera fatidica e fuori controllo; non è una ferita societaria, dunque, una ferita politica o sociale dovuta a un certo regime o a una certa mentalità, anzi è la ferita del tempo, che buca e squarta l'epidermide della società, ciclicizzando gli avvenimenti che in essa si consuma (i rapporti di coppia, le amicizie, ma anche gli abusi e i suicidi), sicché la domanda che il poliziotto pone a Matiss («L'uomo è a immagine di Dio?») è essenzialmente retorica, e lo è, appunto, in quanto l'uomo è soggetto alla stessa eternità di Dio, colla differenza che quella di Dio è esclusivamente presente, mentre quella dell'uomo si modula, secondo finzioni societarie, in un passato e un futuro che altro non sono che specchi dello stesso tempo: il presente.

6 commenti:

  1. Sembra molto interessante, ma dove sei riuscito a scovarlo?

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    1. Kickass, mi pare (o piratebay?). Ti piemmo il link su aNobii, anche se ora mi sembra che ci sia un solo leecher...

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  2. Non sapevo che Kelemen fosse stato direttore della fotografia per Tarr, lo conoscevo come regista, ma penso di non aver mai visto niente di suo. Questo, da come ne scrivi, effettivamente mi ricorda "Szurkulet"...

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    1. Sì, lo ricorda parecchio, infondo Feher, Kelemen e Tarr provengono dalla stessa scuola. Questo te lo consiglio, è davvero un bel film. Ora sono curioso di vedere "Frost", semmai riuscirò a trovarlo...

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    2. Quando mi sono imbattuto nella filmografia di Kelemen qualche mese fa, Frost è stato il primo che ho avuto l'impulso di vedere ma purtroppo, come avrai modo di constatare, si trova solo Krisana che ho comunque apprezzato. Degno di nota il riferimento all'Aion stoico che tratta Deleuze..sto leggendo La logica del senso in sto periodo e mi sta regalando dei bei grattacapi... ;)

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    3. Sì, "Krisana" è apprezzabilissimo, ma quel "Frost" lì, effettivamente, crea delle grosse aspettative. Spero vivamente ci sia modo di vederlo.

      "La logica del senso" di Deleuze, è stato il primo libro del filosofo francese che ho avuto modo di leggere: immenso e densissimo, letto e riletto per un esame all'università, quindi ripreso in mano e ancora mi sono sprofondato nelle pieghe di quel libro, prodromo fondamentale per riuscire a seguire Deleuze in quel capolavoro che "Differenza e ripetizione".

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