Day and night (Dag och natt)


Mi capita, per qualche strana ragione, di pensare che Dag och natt sia, di per sé, un film fortemente metacinematografico, anzi direi quasi metacinematografico in modo osceno, se sul significato di «osceno» concordiamo con Carmelo Bene: fondamentalmente, se nei discorsi che vi si possono campare sopra sostituiamo la parola «suicidio» con la parola «cinema», otterremo una riflessione coerente, nonché intimamente decostruttivista, sul cinema in quanto tale, cioè considerato ontologicamente, un addio (- Di' qualcosa. - L'unica cosa che voglio dire è «addio») al cinema, a un certo tipo di cinema, forse a un modo di essere del cinema più che a un modo di fare o pensare il cinema, tant'è che il protagonista non arriva mai a parlare della morte come a una fine che preclude a tutto e non prelude a niente, anzi il protagonista parla della morte quasi fosse un traguardo che preclude a una serie di cose ma ne prelude altre, perché la fine non è ma la fine ma è sempre fine di qualcosa, di questa cosa - di questo cinema o di questa vita, e Staho inscena la fine nella maniera in cui, contemporaneamente, può oscenare, cioè porre fuori dalla scena, quanto prelude questa fine, questa morte, innanzitutto occludendo lo schermo, sbarrandolo con quelle due mdp installate sul cruscotto dell'automobile e che mai si realizzano sullo schermo-cinema attraverso split-screen pianosequenziali, perché, fondamentalmente, ciò avrebbe escluso l'esclusione del protagonista, l'avrebbe, insomma, fatto sentir parte di qualcosa (il mondo-macchina che è, invece, un macrocosmo sempre parcellizzato in microcosmi che sono i due sedili, i due finestrini, il fuori ecc.), fatto avvicinare a chi gli si fosse seduto accanto e, insomma, annichilito quel senso di solitudine di cui è preda. Così, la domanda che gli viene posta («Perché vuoi che ti spari?») risulta soltanto alla fine, ovvero il percorso o, sarebbe meglio dire, il decorso in automobile, un percorso che, pur mostrando un prosieguo temporale e, ovviamente, spaziale si fa decorso nel momento stesso in cui è un percorso nel nulla e sul nulla, quindi falsa spazialità e falsa temporalità, movimento che è in realtà staticità: non accade niente, il protagonista non matura scelte e non cambia, e tutto avviene con quell'afflato di inevitabilità nervosa che condensa il tutto nel suicidio finale, suicidio che, invero, avviene all'inizio, avviene di continuo, dalla partenza alle varie litigate che il protagonista subisce nella sua volontà di provocarle, di promuoverle. - Perché vuoi che ti spari? - Un morto ferisce meno persone di quante possa ferirne un vivo. Ed ecco, al di là dei puerili esistenzialismi, il discorso metacinematografico, la necessità di trovare nuove formule attraverso le quali rigenerare il cinema, un cinema - lo sappiamo - vecchio e al collasso, che non fa altro che esprimere anziché creare, creare realtà che siano altre rispetto a questa. Ed ecco, simultaneamente, la necessità decostruttivista, l'annichilamento in favore di una nuova ontogenesi: ecco l'Eterno Ritorno, ecco il suicidio, perché se «la vita è senza senso, il suicidio è la risposta». La risposta, quindi non la soluzione ma la reazione a uno stato di cose che appare ormai inadeguato e insensato: questo capolavoro danese in reazione a un certo tipo di cinema, capolavoro che, come si vedrà, non sarà risolutivo nella maniera più assoluta, tant'è che, appena un anno dopo, con Bang Bang Orangutang, le cose riprenderanno da qui.

- Odio questa vita. Nasci, muori. Il sole sorge e poi tramonta. Corri a casa, ed è già tempo di svegliarsi di nuovo. La vita è senza senso. Sei d'accordo?
- Non saprei... 
- Giusto, noi non sappiamo niente. Brancoliamo nell'oscurità senza trovare alcunché. Forse il suicidio è la risposta. Saltare giù da un palazzo, annegare in mare, avvelenarsi, impiccarsi o ficcarsi in testa una busta di plastica... è solo che il veleno ha un gusto terribile, il pavimento è duro e il mare è freddo, quindi mi ritrovo a non muovere un dito.

8 commenti:

  1. Gran bel pugnazzo allo stomaco questo, che in qualche modo ho preferito a Daisy Diamond...non mi sorprende che dopo Deleuze te ne esci con CB...e considerato il rapporto che aveva col cinema, potrebbe sembrare quasi bizzarro che hai tirato fuori quell' "osceno" in una recensione, per di più cinematografica... :)
    Se non l'hai già visto e hai tempo/voglia guardati questo http://www.youtube.com/watch?v=aOMK_HqF5IM

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    1. Eh, il rapporto di CB col cinema mi ha sempre incuriosito, ma quell'intervista non l'ho mai vista per intero, grazie per averla postata. Comunque "Daisy Diamond" è un filmone, senza se e senza ma, ma questo "Day and night" - non so, in qualche modo ha stupito molto di più anche a me. Vedo che siamo sulle stesse corde, comunque, non solo cinematograficamente!

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    2. "Cineinfognamente" parlando, te, frank ed eraserhead avete i blog che seguo di più e che condivido maggiormente a livello di gusti..solo che per quanto non smetta mai di cercare e interessarmi, rimango sempre con un margine di dubbio sul cinema (e non solo) come forma espressiva (non dico artistica perchè mi sta sul cazzo) e non riesco più ad avere quell'entusiasmo passionale che noto spesso nei vostri tentativi di sviscerare delle parole dopo una visione, anche perchè mi fermo quasi sempre ad un approccio percettivo e non sono in grado di criticare un film in maniera così razionale. Se ti va guarda quell'intervista e poi dimmi come riesci a conciliare la visione estrema di CB (sempre che tu la condivida) con la voglia di interessarti ancora al cinema che tanto ci piace...credo che tu possa affrontare quest'argomento, visti i riferimenti che fai nelle tue recensioni..e sicuramente sai veicolare meglio un concetto scrivendo ;)

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    3. Ti ringrazio. Mi chiedevo se tu avessi un blog, sarei stato curioso di leggerti, ma questo risponde alla domanda. Comunque oggi vedo l'intervista e ripasso, a più dopo :)

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  2. Ah, ti ha proprio entusiasmato allora :) Come per "Daisy Diamond" da parte mia urge al più presto una revisione, però vorrei aspettare possibilmente una sottitolazione in italiano, con i sub english l'ho avevo già affrontato, dunque rivederlo così non servirebbe poi a molto. "Bang Bang Orangutang" invece non lo conosco...

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    1. "Bang Bang Orangutang" è, se possibile, ancora più pazzo di questo, forse perché inserisce, in un contesto simile a "Day and night", l'ironia, ma quella tipica danese, molto simile a "Il grande capo" di von Trier. Appena lo rivedo, lo recensisco senz'altro. Comunque fai bene a voler rivedere 'sto film: è un capolavoro come pochi.

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  3. Intanto grazie per avermi consigliato Daisy Diamond, che stavo quasi per cestinare!
    Questo devo assolutamente vederlo, per forza. Ma hai trovato i sub?

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    1. Sì, ma purtroppo in inglese. Però per questo esistono anche quelli in spagnolo, http://www.opensubtitles.org/it/subtitles/5006215/dag-och-natt-es.

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