Je M’Apelle Hmmm...


Agnès Andrée Marguerite Troublé. detta agnès b., è una collezionista d'arte contemporanea anzianotta, una stilista che ha girato questa sua opera d'esordio in maniera anomala, o almeno l'impressione che da essa se ne ricava è che la regista abbia voluto distaccarsi, per quanto possibile, dalle matematizzazione borghesi del mondo che le è proprio, tentando così di girare qualcosa di incisivo, che fosse al contempo brutale e toccante e annacquato, qua e là, da un'interpunzione sperimentale o avanguardistica: il risultato è un film dai toni pastello intercalato in un contesto di periferia, in cui s'accendono visioni oniriche che hanno un che di lynchano (del primo Lynch, almeno. Quello di The grandmother), oscure realtà e sfavillanti silenzi, che bruciano la pellicola, sgranando le immagini che (s)compongono. La storia di Céline, che decide di allontanarsi da una casa disabitata da una madre incaricata di portare a casa la pagnotta ma abitata da un padre col pallino delle molestie, si intreccia con quella di Peter, un camionista scozzese col quale Céline condivide un lungo viaggio, fatto soprattutto di e instaurato su silenzi incisivi e significanti; il viaggio, però, non porterà ad altro se non a un disincanto acerbo e lucido, che condurrà la piccola all'amara considerazione che nella realtà bisogna intercalarsi accettando la solitudine che, dalla scelta di vivere, ne consegue, senza i vaghi sogni infantili di fuggire verso ignoti spazi le cui promesse sanno solo di realtà e disperazione. Tutto ciò viene mostrato, forse calcando eccessivamente la maturità di Céline, attraverso uno stile metonimico, attento a far risaltare il dettaglio e il particolare (le gambe della madre, le mani del padre) per universalizzare una situazione borderline, il che, messa da parte l'inesperienza della regista (alcune inquadrature registrano eccessiva aria sopra le teste e troppi movimenti di macchina appaiono ingiustificati), si leggerà infine come un tentativo (fastidiosissimo) di trasformare la storia in una sorta di parabola paradigmatica anziché, meglio, come aneddoto familiare, intimo come le molestie del padre e il viaggio con Peter, e insomma discrepando tutta quella patina confessionalistica che s'era andata accumulandosi via via che il tir macinava chilometri, suicidata poi nel politico (cameo di Toni Negri, btw) finale.

4 commenti:

  1. "in cui s'accendono visioni oniriche che hanno un che di lynchano (del primo Lynch, almeno. Quello di The grandmother), oscure realtà e sfavillanti silenzi, che bruciano la pellicola, sgranando le immagini che (s)compongono."... Come al solito m'incuriosisci, però dal resto dello scritto (e non solo - voto bassino su Mubi) ne deduco tu abbia apprezzato solo in parte, o forse nemmeno...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non è un brutto film, eh, a me non ha fatto impazzire, e conoscendoti un po' credo che nemmeno farebbe impazzire. Certo, ci sono delle cose interessanti, ma sicuramente il tutto non vale la somma delle sue parti, almeno per le nostre corde.

      Elimina
  2. Da come ne parli sembra, tutto sommato, un film da vedere, nonostante il tentativo di "buttarla in parabola".

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Massì, è un film che si lascia vedere volentieri, alcuni spunti sono pure interessanti, però appunto non è 'sto lavoro che rimarrà nella memoria. Almeno nella mia di sicuro il auo ricordo sarà via via sempre più labile.

      Elimina