Miss Violence


Se, con Metz, concordiamo sul fatto che ogni riflessione psicoanalitica sul cinema, ricondotta ai suoi tratti fondamentali, potrebbe essere definita, in termini laciniati, come uno sforzo per sganciare l'oggetto-cinema dall'immaginario e per annetterlo al simbolico, il film di Avranas smetterà di godere delle critiche che, in sala, sono state profuse in maniera magniloquente attraverso fischi e fastidi simili, specie nel momento in cui la new wave greca sembra calzare a pennello quest'interpretazione (psico)analitica del cinema, di fare cinema e di fruire il cinema, cinema che porta in scena una realtà stralunata, grottesca e tremebonda, una realtà, insomma, che è di per sé (la) realtà, ovvero una tra le tante, quindi l'unica, declinata secondo una sensibilità ben precisa, che trova le proprie radici nell'ormai noto Kynodontas di Lanthimos e che, ad oggi, vanta titoli piuttosto interessanti (da Attenberg della Tsagari a L di Makridis) - film o meglio realtà accomunate da un ceppo di significazione realisticamente originario, ancorato nella realtà-questa che il la new wave greca sconvolge e straluna, esaspera perché già di per sé esasperata ed esasperante (la crisi economica). Per arrivare al dunque: in questo Miss Violence siamo introdotti nell'universo-famiglia attraverso un suicidio cadenzato e stralunato dalle note di Dance me to the end of love di Leonard Cohen (pezzo significante, nell'economia della sceneggiatura), un universo-famigliache replica se stesso, anzi che trova la propria fotosintesi nella periodicizzazione di situazioni incestuose da cui è impossibile fuggire (vivi); a rafforzare questo senso di claustrofobia e per far combaciare la sensibilità dello spettatore con quella dell'attore (un tentativo di immedesimazione nei panni del greco di oggi richiesto all'europeo?), Avranas occlude ogni via di fuga mediante inquadrature prive di un vero e proprio fuori campo, obbliganti e coercitive. Interpretazioni varie ed eventuali, credo sia ingiusto farle per il semplice rischio di uno spoiler, ma rimane interessante sottolineare, in ultimo, quanto i greci stiano davvero facendo sul serio e come, a quanto pare, non abbiano nessuna intenzione di indorare la pillola. Anzi...

15 commenti:

  1. "ma rimane interessante sottolineare, in ultimo, quanto i greci stiano davvero facendo sul serio e come, a quanto pare, non abbiano nessuna intenzione di indorare la pillola. Anzi..." Direi che le aspettative su questo greco quindi non hanno deluso. Un altro da segnare al volo!

    Che bomba la tipa schiantata nella foto!

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    1. Ma bene o male i greci son tutti da vedere, cioè almeno secondo me. Pure Makridis, che non mi aveva inizialmente convinto, a rivederlo mi è parso godibile. Comunque sul Tubo c'è il trailer, e già da lì si capisce che è un film da non paccare :)

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  2. Un'altra famiglia greca allucinante? Questo non si può lasciarselo sfuggire, sperando che qualcuno prima o poi lo traduca. Anche perché credo sia impossibile che venga distribuito in sala.

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    1. Sì, dubito anch'io. Però i greci, specie quelli più lanthimosiani, qualcuno prima o poi li traduce, e per questo "Miss violence" vale la pena attendere ;)

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  3. ecco... questo invece è un film che mi ha creato un forte distacco. Non sono proprio riuscito ad apprezzarlo, pur promuovendone il coraggio... :/

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    1. Ha una grande regia, ma una volta capito il giochetto della greek weird wave non ti diverti più (v. "A blast"...)

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  4. Credevo che avrei letto di una tua esperienza estremamente negativa con questo film.
    Che cosa devo pensare di un regista che - a discapito della straniante musica extradiegetica nell'incipit (soluzione che eccepisce dai modelli di Haneke e Lanthimos) - imposta tutta la messinscena seguendo le coordinate dei due sopra, e poi alla prima scena madre (lo schiaffeggiamento del bambino) monta un carrello circolare intorno ai personaggi, come richiamo ironico e paradossale ai duelli di certo cinema hollywoodiano? E che si attiene a un pudore e ad una reticenza algidi, circa i meccanismi di violenza interni alla famiglia, per poi a 3/4 di film mostrare ex abrupto (EX ABRUPTO proprio perché la violenza non nasce od esplode all'interno della stessa inquadratura, bensì c'è uno stacco di montaggio improvviso sulla violenza) la figlia adolescente che, per una manciata di minuti a camera fissa, senza tagli, viene prima fatta scopare e poi scopata dal padre? Io riesco solo a pensare che questo regista è furbo, è disonesto, è paraculo. Un microbo in confronto a Lanthimos.
    Il finale poi, capisco che il concetto di necessità sia idiosincratico a questo blog, ma essenzialmente: come si giustifica il finale? Cosa accade nei meccanismi interni alla famiglia per condurre al

    [SPOILER]

    al parricidio che conclude il film? Il parricidio era già contenuto in nuce nella strutturazione della vita di questa famiglia? Non mi è sembrato. Accade qualcosa di imprevisto e irregolare nella struttura per giustificare l'atto finale? Idem, non mi è sembrato.
    Mi sembra quella del parricidio una necessità totalmente esterna allo spazio del film, eterodiretta, ammiccante addirittura. Un arbitrio di chi ha scritto il film, non dei personaggi. E ci vedo anche delle finalità parenetiche nei confronti dello spettatore.
    Disgustoso a parer mio.

    P.S. Fai conto che prima di ogni messaggio, anche critico magari, che posto su questo blog, sia premesso a caratteri capitali un "grazie per tutti i film che mi dài modo di conoscere".
    Miss Violence comunque non rientra tra questi ultimi; invece il prossimo che mi accingo a guardare, "The Hart of London", sì.

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    1. In effetti, a rivederlo credo non lo apprezzerei. Certo, trovo che questo film, almeno nella messinscena (il discorso sulle inquadrature-pareti che inchiodano di cui sopra) sia più interessante di quelle impostato da Lanthimos, ma, appunto, sono d'accordo con te: un brutto film (e questa recensione non è altro che un peccato di gioventù).

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    2. Questo lo capisco, ancora alla fine della mia adolescenza credevo che Eraserhead fosse un bel film.
      Di peculiare nella regia di Kynodontas, se rapportato ad altri film simili per messa in scena e sguardo, c'è l'uso del fuoco, se non ricordo male: mi vengono in mente almeno 3-4 scene in cui l'impostazione del fuoco sembra aleatoria e indifferente rispetto all'azione che si svolge nel fotogramma: tiene dentro il fuoco ciò che nell'immagine è statico o secondario e fuori ciò che è dinamico; poi il rapporto si inverte, quando l'azione ha ormai perso di rilevanza: tuttavia non si inverte perché l'operatore modifica il fuoco: quello rimane fisso, sono i soggetti che cambiano posizione lungo l'asse della profondità, venendo a coincidere con la zona messa a fuoco.
      È un'altra via per collocare l'azione e (quando c'è) la violenza sulla soglia tra visto e non visto, campo e fuoricampo.
      È vero che viceversa in Miss Violence tutto è in campo, non esiste un rovescio dell'azione al di fuori dello sguardo; però una costanza simile c'è anche nell'ultimo di Roy Andersson - che spesso inoltre confina gli attanti nell'angolo tra le due pareti di una stanza -, ciò non toglie che sia un film misero.

      Comunque Kynodontas mi sembra un'opera molto più coerente ed urgente rispetto a Miss Violence per la scrittura, prima che per la messinscena.

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    3. Senz'altro, anche se probabilmente Kynodontas mi sta più sulle palle di Miss Violence in termini meramente politici, e cioè è stato in ultima istanza quel film a dare vita ai veri Miss Violence, A blast e via dicendo. L'estetica greca, inoltre, per me ha perso il suo fascino, e, per quanto delle cose interessanti in effetti ci siano, ormai credo non riuscirei più ad apprezzare un film della new wave greca.

      (Parlando dell'uso del fuoco/fuori-fuoco, ti consiglio l'esordio di Mao Mao, "Here, then": http://emergeredelpossibile.blogspot.it/2014/04/here-then-ci-chu-yu-bi-chu.html)

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    4. Vale anche per me. A suo tempo ho amato molto questo tipo di cinema e anche l'Haneke degli anni '90, che a suo modo ne è un precedente. Quell'Haneke in particolare, perché mi sembrò aderire perfettamente alla frase di Godard, "Il cinema è uno scopio che permette di osservare l'infinitamente medio".
      Oggi però la considero un'esperienza conclusa, che non ha più niente da dare, a me sicuramente, e forse anche al cinema in genere, visti gli orrori che sta producendo: Amour (2012), Forza Maggiore (2014), per citarne due molto apprezzati ai festival.

      Mi sono emozionato tanto a leggere il tuo pensiero su Here, Then. Adesso lo scarico.

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  5. Ah ah ah... non cambiare mai Yorick! Mi fai morire, mi fai.
    Un peccato di gioventù questo post eh? Ben due anni fa, secoli proprio...

    Io comunque il tuo blog lo adoro, assolutamente una delle migliori letture in giro. Voglio essere ancora qui il giorno in cui, in un remoto futuro (tipo tra un anno e mezzo), scriverai che ormai anche Benning ti fa cagare a spruzzo.

    Un bacio.

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  6. Contando che il blog ha due anni e che la mia frase era riferita a null'altro che a esso, sì, direi proprio che è un peccato di gioventù. Certo, se a te piacciono i film che ti piacevano a due anni, ben venga - problemi tuoi ^^

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  7. Quindi tu hai quattro anni? Cazzo, ti facevo giovane, ma non così tanto.

    Adorabile, davvero adorabile.

    p.s. a due anni mi piacevano i film di Brakhage, poi – circa due anni dopo – ho cominciato a pensare che la sua fosse una personalità artistica sin troppo incline al compromesso. Oggi, dopo anni di ricerche, studi, visioni d'essai, elitarie, di nicchia, dopo estenuanti e difficoltosi recuperi di film di registi ingiustamente relegati ai margini estremi della cinematografia mondiale, ho praticamente fatto un giro completo e considero i film dei fratelli Vanzina come l'estremo e insuperabile esempio di cinema puro e incorrotto. Essi reggono l'unica fiaccola in grado di r/esistere all'inesorabile avanzata delle tenebre, io ho scelto di camminare al seguito di quella luce fino al momento fatale in cui l'oscurità distenderà il suo greve sudario su noi tutti.

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