Child of God


L'operazione tentata da James Franco è, fondamentalmente, un'operazione di traduzione, con tutte le implicazioni che questo termine (traduzione) si porta seco. Come già era successo con i fratelli Coen e, in maniera meno accentuata, con Hillcoat, la trasposizione di un romanzo di McCarthy, di cui, qui, si eviteranno supposizioni più o meno sociologiche circa il revival che la sua letteratura sta avendo al cinema, pare non lasciar scampo, soprattutto a livello di soggetto e sceneggiatura, a divagazioni e fantasticherie: si prenda ad esempio il lavoro di Tommy Lee Jones, Sunset limited, un'operazione che, nella sua radicalità pedissequa, ancora il film più al teatro che al cinema, o meglio lo avvicina moltissimo a quel cinema da camera sperimentato, tra gli altri, da Bergman (in particolar modo, Luci d'inverno), che forse può vantarsi di valori paradigmatici, almeno in quest'ambito qui. La cosa interessante, comunque, giace proprio nel fatto, esiziale ed essenziale, che quello non di ma da McCarthy è un cinema di traduzione e che, come tale, s'impegna a immaginare (nel doppio significato di fantasticare e, consequenzialmente, di tradurre per immagini e in immagini) il testo, colla logica premessa che ogni lavoro di traduzione è, sostanzialmente, un lavoro di interpretazione, e lo è già dalla semplice scelta del libro da cinematografare: quale, e perché proprio quello? A differenza dei colleghi, allora, James Franco porta al cinema il McCarthy originario, quello cruento e faulkneriano (non a caso il prossimo film del regista pare essere tratto da Mentre morivo) degli esordi, lontano dunque dai capolavori della fine: il coraggio dell'operazione tentata da Franco sta qui e si fa encomiabile nel momento in cui Franco non soltanto gioca lo stesso gioco (immaginare McCarthy) ma anche gioca con la stessa tattica dei Coen e degli altri: traduce, sì, ma tradurre Child of God piuttosto che Non è un paese per vecchi significa prima di tutto recuperare l'autenticità di McCarthy e, di seguito, sganciarsi da un cinema hollywoodiano capace di estetizzare persino la violenza. James Franco, questo, non lo fa, e gira un western atipico, forse eccessivamente segmentato nelle varie sequenze che, staccate o a se stanti, lo compongono, ma comunque funzionante: campi lunghi e una violenza rarefatta nei gesti di chi è stato bollato e abbandonato dalla società ed è ora vittima di un'animalizzazione che è libertà e che è anarchia, crescente ed esasperante.

6 commenti:

  1. Non so se leggere prima il libro che dice sia straordinario, forse opterò per questa prima opzione! Ma anche il film mi attira un sacco...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Di McCarthy, secondo me, va letto tutto: un autore straordinario, con "Suttree" ha raggiunto picchi che negli States solo gente come Faulkner è riuscita a raggiungere. Quindi il consiglio è leggi il libro, leggi tutto di McCarthy, soprattutto questo e "Il buio fuori", secondo me i suoi libri più crudi, e "Suttree" ovviamente e la trilogia.

      Elimina
  2. Il libro è meraviglioso, brutale, scioccante. Il film, da come ne parli, sembra altrettanto duro. Operazione di traduzione riuscita?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me, sì, anche se qua è stato parecchio fischiato. Ricalca il libro e poi cambia rotta, mantenendo (operazione straordinaria) il senso che emerge dalla narrativa di McCarthy in generale: brutalità e contemplazione di spazi aperti. Piaciuto molto.

      Elimina