Nostalgia de la luz


Guzmán è un regista politico. Si sarebbe potuto dire, magari ai tempi della trilogia di Battaglia del Cile, ma anche coi successivi Il caso Pinochet e Salvador Allende, che è cileno e che, quindi, è politico, ma sarebbe anacronistico e, soprattutto, fuorviante imporgli questa causalità, specie nel momento in cui si ha sotto agli occhi questo Nostalgia de la luz, che prende le mosse dall'osservatorio astronomico installato nel deserto di Atacama e, fondamentalmente, ruota tutto il proprio discorso attorno ad esso, all'astronomia, all'universo. Ed è per questo che è universale, perché non solo riguarda l'universo ma, riguardando l'universo, universalizza il proprio oggetto di discussione (la memoria, la dittatura, la memoria della dittatura): una mossa un po' avventata, si direbbe, magari scaltra e di comodo, ma la riflessione che ne segue, veicolando cose come il tempo, la rivoluzione, l'occultamente eccetera, riesce tutto fuorché ammiccante, anzi spesso rischia di risultare scomoda. Poetico come il connazionale Raúl Ruiz, Guzmán traccia sin da subito un concetto fondamentale per carpire la chiave del film, quasi un grimaldello di esso, e cioè che l'astronomo è, sostanzialmente, un archeologo; entrambi, infatti, lavorano nel passato e, per certi versi, lavorano il passato, ed è il passato - luogo d'origine ma anche d'occultamento - il fulcro e l'epicentro del documentario: tutto ciò che accade accade nel passato, lo spazio stesso, la spaziatura tra due persone, è passato, e l'unico presente esistente è quello del corpo, della presenza, della presenza del corpo, cioè un presente esclusivamente in me e per me, strutturato sul passato ma non sua sovrastruttura. Da qui, l'assunto di Guzmán: cercare le tracce, perché vivere significa lasciar tracce. L'importanza del simulacro, di ciò che solo emerge e può costituirci un sapere di ciò che è passato e non è più, è presto detta, e il deserto di Atacama, in questo senso, si rivela sostanzioso di tracce (dai graffiti precolombiani ai minatori ghettizzati dalla dittatura), di simulacri che le donne vanno a ricercare per avere memoria di un passato che non si vuole più omogeneo ma si vuole particolarizzare attraverso il ricordo, mediante il quale ci appropriamo del passato. Il paradosso che presto si concretizza nasce proprio dal fatto che il passato meno passato è ciò che meno ricordiamo perché incapsulato dal potere (v. Foucault), da una memoria che, restituita, non sa essere mai onesta, e la grandezza di Guzmán scaturisce proprio da qui, dal fatto di riuscire a restituire al presente qualcosa che, ora, dovrebbe riformare il presente, ristrutturarlo dalle fondamenta, e riuscirlo a fare attraverso un film politico e intimista, commovente e riflessivo, audace nelle riprese e piano, semplice in una narrazione che, visto l'argomento, sarebbe potuta risultare ostica e il suo oggetto impenetrabile ma che, anzi, riesce a universalizzare (cioè rendere di tutti) il dolore di una dittatura, la scoperta della memoria e la gioia di una rivoluzione universalizzandoli (cioè ponendo il microcosmo-Cile nel macrocosmo-Universo, in cui il Cile ma più in generale la Terra sono inseriti e di cui sono ingranaggi, quindi parti integranti e comunicanti, agenti e pazienti dell'entropia cosmica), perché solo nella Bibbia il Cielo e la Terra sono stati divisi da Dio.

6 commenti:

  1. Per quel che mi ricordo penso che tu abbia colto il nucleo concettuale del film. Questo cortocircuito cielo/terra, passato/presente risulta parecchio efficace.
    Peccato mortale averlo visto su piccolo schermo.

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    1. Ahimé, sì, il solo aver visto su piccolo schermo quelle immagini galattiche mi ha fatto percepire o almeno supporre la magniloquenza del loro risultato su grande schermo. Purtroppo di cinema che l'han proiettato, qui, non ce n'erano proprio, e mi son dovuto accontentare della visione su piccolo schermo così almeno da godere dell'estasiante riflessione snoccialata da Guzmán.

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  2. Ho visto il trailer:le meravigliose immagini del deserto di Atacama, le toccanti immagini delle donne che cercano nel deserto i resti dei desaparecidos loro cari. Di Guzmán avevo visto il bellissimo Allende; questo l'ho segnato, e lo vedrò a breve. Grazie!

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    1. Stupendo Allende, toccante, e grandissimo Guzmán: neanche con questo ti deluderà ;)

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  3. "Guzmán è un regista politico", forse tutti lo sono, ma Guzmán di più:)

    questo mi manca:(

    qui facena l'aiuto di Joris Ivens, per chi se l'ha perso
    (http://markx7.blogspot.it/2013/07/a-valparaiso-joris-ivens.html)

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    1. Sì, effettivamente ogni film può essere considerato un atto politico, una presa di posizione rispetto a una certa realtà. Il film di cui parli, non l'ho visto. In serata penso di riuscire a recuperarlo, grazie :)

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