Luci d'inverno (Nattvardsgästerna)


Continua il discorso, ma più che altro l'affannosa ricerca, di Bergman del senso e della sua circolazione, una ricerca iniziata formalmente col precedente Come in uno specchio, di cui si è data lettura come si trattasse di un film esistenziale ed esistenzialista, la domanda che giace alla base del quale dunque non s'interroga tanto su Dio quanto sul senso, senso che, siccome è domandato, o è scomparso o è assente o è impercettibile e della cui assenza Dio vuole essere o è posto come immagine, dal che il silenzio di Dio vociferato dal pastore Tomas (curiosamente il Gunnar Björnstrand che fu David in Come in uno specchio) in questo Luci d'inverno, dove ritorna il binomio amore/Dio e dove, soprattutto, torna la percezione, seppur più velata, di una realtà che è altra rispetto questa, platonica. La realtà-questa, invece, è inscenata da Bergman radicalizzando il cinema da camera e facendo così di Falum un microcosmo che si dispiega soprattutto nelle parole dei corpi che lo spaziano, parole che difficilmente sono comunicazioni, rivolte come sono a se stesse e installate quindi nell'aria e non nel cuore e nella mente dell'Altro (la lettera che diventa monologo): è l'incomunicabilità della Karin di Come in uno specchio universalizzata, partecipe di tutte queste solitudini che portano in grembo un'unica certezza: Dio è lontano perché, quaggiù, non c'è più amore, e non c'è più amore perché non c'è più comunicazione, cioè è il senso a mancare (questa, la grande scoperta bergmaniana, il passo avanti di Luci d'inverno rispetto a Come in uno specchio), questo senso che non circola e, di conseguenza, non si manifesta; la spaziatura, infatti, è satura, e lo è nel momento in cui «ognuno vive dentro i suoi egoismi vestiti di sofismi», in quel microcosmo personale che, qui, si fa mondo per l'individuo, mondo impenetrabile e dischiuso solamente all'intimità di colui che lo vive in prima persona e, poiché noi non siamo nel mondo ma siamo di fronte al mondo e di esso ogni nostro discorso riproduce un frammento, il discorso sul mondo si fa discorso sul sé microcosmico, troppo egoista o troppo ermetico per essere inteso. Ecco la passione, il patior dell'uomo paradigmacizzato dal Cristo evangelico (e guarda caso odorato solamente dal sagrestano, l'unico personaggio del film con cui Tomas non tenta nemmeno di parlare ma di cui, al contrario, ha fretta di sbarazzarsi): l'incomunicabilità  che emerge da quel passo evangelico in cui Cristo si ritira nei Getsemani e soffre il fatto di ritrovarsi solo, senza i discepoli che, dopo tre anni di prediche, non hanno capito cosa stesse cercando loro di dire durante l'ultima cena, un'incomunicabilità quindi che è bifronte, perché non solo è incomunicabilità tra gli uomini ma, al tempo stesso, è incomunicabilità tra Cielo e Terra, separati da Dio durante i giorni della Creazione, quindi, fondamentalmente, non-senso.

4 commenti:

  1. Difficilmente tenterò un secondo approccio con questo film che tra l'altro, ho abbandonato prima della fine, sicuramente è stato un errore ma stavo soffrendo troppo. Al contrario di "Come in uno specchio" e soprattutto "il Silenzio", questo l'ho trovato pesantissimo e prendendo in esame le tue parole qui ci ho visto esattamente un "mondo impenetrabile e dischiuso solamente all'intimità di colui che lo vive in prima persona... troppo ermetico per essere inteso". Niente di più vero e purtroppo, nonostante continui a considerarlo un mostro sacro, il mio rapporto con Bergman è stato spesso altanelante, ma con sbalzi enormi, praticamente un rapporto senza mezze misure.

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    1. Hai ragione, è un film faticoso, verbosissimo e in cui, fondamentalmente, non succede niente. Questo nulla che accade, cioè il non accadere di qualcosa, però, fa a botte col verbosismo del film, e insomma mi è parso fosse una pellicola tra virgolette schizofrenica, profonda proprio perché superficiale, ai vertici del realismo e del cinema da camera: le parole sono tante ma nessuna riesce a cambiare qualcosa, e in pratica è tempo perso, perché non succede nulla, non c'è un'amartia, non c'è niente, né un finale o uno sviluppo. In questo senso, sì, richiede uno sforzo non da poco, tuttavia, secondo me, è fondamentale per capire Bergman, soprattutto questa trilogia complicatissima in cui mi pare sia presente pressoché tutto il suo cinema e i temi che tratta.

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  2. Questa volta passo, non metto neanche in lista. In questi giorni di caldo opprimente ho bisogno di leggerezza.

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