Corridor (Koridorius)


Koridorius è un punto. Che, come nota visionesospesa, nell'itinerario cinematografico di Bartas esso rappresenti piuttosto che un punto una virgola, vicino com'è - per rappresentazione di «luoghi chiusi, fatiscenti, affollati da abitanti dal passo bradipo, assenti, svuotati e sospesi in un tempo popolato di ricordi» - al successivo Namai, non deve far cadere in errore, perché Koridorius, preso atomicamente, rappresenta un punto, e già questo fa capire come davvero Bartas si allontani da una grammatica di fare cinema che vuole il cinema come mezzo di locomozione, come linea e non come punto (una grammatica che si avvicina molto al Vogler de Il viaggio dell'eroe e agli studi di Ėjzenštejn sul montaggio). Puoi cercare finché vuoi una linearità, ma non troverai altro che il Corridoio, unica linea, puntellato di punti e, infine, inghiottito da essi: puntellato, puntualizzato. Non linearizzandosi, Koridorius più non si pone allo spettatore, anzi lo spettatore che deve ad esso porsi e, in qualche modo, che deve accettare questa puntualità, essenziale alla pellicola. Per questo visionesospesa parla di un «tempo popolato di ricordi», perché si tratta di granelli che non sono allineati nella totalità del film da quel giovane Bartas che li ripercorre e li rievoca, ma sono loro a puntualizzare il passo o le sigarette del giovane Bartas, il quale, di tanto in tanto, da un corridoio rabbuiato, si affaccia sulle stanze decrepite di un palazzone lituano e ricorda, cioè fa proprie le figure che abitano quelle stanze, spesso addirittura venendo escluso da esse, cioè dai ricordi che, lentamente si disfanno (una porta che si chiude) e non si allontanano da colui che ricorda ma allontanano da sé colui che ricorda, il che molto facilmente potrebbe portare a riflettere sull'alienazione dell'individuo nella società post-sovietica eccetera. (Si badi, questo sbiadire, questa non linearizzazione e questa puntualizzazione non fanno della pellicola un qualcosa di sfaccettato e un'eterogenea amalgama di qualcosa, anzi fanno proprio del film qualcosa di compatto come solo un punto può essere.) Quel tempo di ricordi di cui scrive visionesospesa, dunque, è un tempio di ricordi, perché il tempo si materializza nelle pareti sfasciate del palazzone, facendone un tempo e facendo, di se stessi, simulacri e superfici: e c'è soltanto questo, ed è questo che permette di nuovo a visionesospesa (uno dei pochi ad aver affrontato questo film nel proprio blog, se non si fosse ancora capito, e soprattutto ad aver secondo me centrato pienamente la densità di Koridorius) di parlare di silenzio, silenzio scaturito dal fatto che «la parola è persa» perché «ogni vita è sospesa nella propria stanza», davanti al proprio mondo; da queste parti, si è già parlato dell'incomunicabilità, e pare che Bartas faccia propria la lezione del Bergman de Il silenzio e che, nel farla propria, la capovolga, interiorizzandola: in Koridorius, infatti, le persone non parlano perché, appunto, «la parola è persa», il che implica necessariamente che, un tempo, la si abbia avuta (la premessa maggiore del paralogismo stoico sul cornuto) e che, quindi, la si sia persa. La domanda è quando, oppure come, o ancora perché, ma non ha importanza, perché ciò esula dal discorso di Bartas. Bartas sta filmando il silenzio, che è unico, e lo fa attraverso i ricordi, che sono invece molteplici, ma di nuovo anche la realtà è unica, e quella che si ha davanti, che Bartas rievoca, è una realtà difficile da credere proprio perché così povera, direi addirittura inumanizzata intendendo con ciò sostenere che i personaggi pare non abbiano territorializzato la realtà (alienazione) e siano invece stati territorializzati da essa e dalla sua povertà: il gap profondissimo tra uomo e realtà, disgiunzione nella quale non si sa che posto occupi qualcosa come la vita, l'amore o la parola, scaturisce da qui, poiché l'uomo non ha più realtà (la scelta del memoriale) e per questo ha perso la parola, perché è la realtà che parla dell'uomo e non l'uomo che parla della realtà (il taglio documentaristico, il fatto che queste genti ci diano in qualche modo degli indizi sulla quotidianità di Vilnius), tant'è che si parla qui di silenzio e non di incomunicabilità (la comunicabilità c'è eccome, si veda la fisicità del bullismo o quella nel ballo), e si ha come l'impressione, alla fine, che Bartas si distacchi, o che venga distaccato, da tutto questo, da questo «campionario d'umanità segnato dal tempo e dalla sofferenza», riuscendo così a ritrovare la parola perduta nella volontà di comunicare (di) quest'«umanità assente» sino a fare di Koridorius un elogio estremo e sofferente al linguaggio (del) Cinema, alla sua potenza espressiva e comunicativa.

6 commenti:

  1. Contento che tu abbia apprezzato e grazie per le infinite citazioni che riservi al mio blog, mi fai quasi sentire in imbarazzo! Comunque interessante l'accostamento che mi hai fatto notare, tra il memoriale e il documentaristico e inoltre nell'aver individuato in Bartas questo: "di tanto in tanto, da un corridoio rabbuiato, si affaccia sulle stanze decrepite di un palazzone lituano e ricorda, cioè fa proprie le figure che abitano quelle stanze, spesso addirittura venendo escluso da esse, cioè dai ricordi che, lentamente si disfanno (una porta che si chiude) e non si allontanano da colui che ricorda ma allontanano da sé colui che ricorda, il che molto facilmente potrebbe portare a riflettere sull'alienazione dell'individuo nella società post-sovietica eccetera." Una riflessione che mi piace. Grazie ancora :)

    P.S. Purtroppo oggi sarò un pò incasinato, ho un problema col pc e voglio (devo) risolverlo il prima possibile. Al momento sto scrivendo da un portatile di urgenza sostitutiva. Dovrei anche recensire una cosetta interessante vista su YT, vedremo... meno male che ho quasi tutto sull'HD esterno, tranne appunti e screenshot delle ultime settimane, porca miseria speriamo che riescano a rianimarlo!

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    1. Ach, che jella! Comunque aspetto curioso la tua recensione, di solito quando "tracci" tiri fuori degli assi dalla manica sorprendenti; io, dal canto mio, penso che resterò fermo ancora un po' su Bartas, mi piace troppo, anche se nel frattempo mi sono segnato dal tuo mubi "KITCHEN SINK" e "PALAIS", e a breve li vedrò.

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    2. La diagnosi del pc non è buona, per un pò dovrò diradare a malincuore le recensioni, vedo se questa riesco a farla in settimana, intanto se vuoi vederlo vai su YT: si chiama "Transit" ed è un cortometraggio greco del 2007, un post-atomico atipico, l'ho rivisto apposta e personalmente merita di essere segnalato, anche perchè sembra rarissimo, in rete (imdb a parte) non si trovano tracce...
      Palais l'ho visto "free" direttamente su Mubi e Kitche Sink, lo trovi anche quello su YT, oggetto curioso: direi un misto tra Tsukamoto e Buttgereit, prova!

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    3. Grazie, gentilissimo. Ora me li vedo entrambi e così almeno quando recensirai "Transit" saprò, una volta ogni tanto, di cosa starai parlando :)

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  2. Di Bartas, qualche anno, fa vidi "Lontano da Dio e dagli uomini", ricordo che mi piacque, soprattutto le immagini di una Siberia estrema, annichilente, fuori dal mondo. Un film bello e inquietante. Come deve esserlo anche questo "Koridorius", che hai così bene recensito.

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    1. "Lontano da Dio e dagli uomini" mi manca, ma lo recupero il prima possibile perché, diamine, è di Bartas, e 'sto regista mi sta piacendo una cifra. Grazie.

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