Il silenzio (Tysnaden)


Se Come in uno specchio è la domanda (l'esistenza), Luci d'inverno è la risposta (il senso, o la sua circolazione), ma, se la risposta è la mancanza di senso, la non circolazione del senso, Il silenzio non può che essere, a detta dello stesso Bergman, la «copia in negativo», la stasi che s'interpone tra l'ascesa e il declino, seguendoli e completandoli. Su tutto, il silenzio di Dio come manifestazione dell'esistenza e del senso che non circola ma non, come spesso si è creduto, come contenuto effettivo della trilogia bergmaniana, come dato da sondare e verificare o risolvere, interpretazione, questa, che rischia le più insanabili tra le aporie, spesso addirittura stravolgendo significati lapalissiani e confondendo (background cattolico, il nostro) l'esistenza (propria) con la fede, la fede con l'esistenza (di Dio); per questo Bergman sceglie il silenzio, mostra il silenzio, per ricondurre il cinema alla sua essenza e, così facendo, tornando a farlo esistere, perché il cinema è sguardo sul reale, uno sguardo che è discorsivo e che, soprattutto, proviene da quel reale transeunte che, riproducendo e mostrando, il film rende riproducibile, il che è possibile grazie a un'appropriazione del reale e del tempo, che il cinema spazia e spazializza. Sarebbe dunque folle ridurre il realismo radicale de Il silenzio a una parabola mistica di sfondo religioso, perché il reale non ha niente di simbolico, non rimanda ad altro che a se stesso, a un reale che, rispetto a questo reale, potrebbe essere altro, magari trascorso. Così, se da una parte Anna ed Ester sono palesemente due diverse persone ma potrebbero essere assunte come l'una il doppio dell'altra, ciò non interesserebbe minimamente l'ermeneutica del film, perché, fondamentalmente, non c'è niente da dire, non c'è ermeneutica né significazione: è il puro significante indecifrabile, come la lingua che la traduttrice Ester non capisce, e questa indecifrabilità è appunto data da quella non circolazione di senso mostrata in Luci d'inverno e complice della solitudine in cui ristagnano Ester ed Anna, le quali, pur trovandosi in un paese straniero e avendo l'una bisogno dell'altra, non comunicano ma vicendevolmente si scomunicano. A far da collante, Johan, che vaga nell'albergo non come Teseo nel labirinto del Minotauro ma come un Walter Benjamin voglioso di smarrirsi: non gioca a scacchi con la morte, con un agente esterno, gioca a scacchi con se stesso, Johan, ma il se stesso di un bambino è ciò che lo circonda, il reale che ricorda ma che non è ancora in grado di interpretare e metabolizzare, sicché sarà proprio lui, in ultimo, a dispiegare il reale, a manifestare il senso del reale, che è la non circolazione di senso, l'abbandono, la perdita, la sconfitta e la solitudine. Con Il silenzio, Bergman mostra il reale per dimostrare ciò che era emerso nei due film precedenti, per rendere oggettive le acquisizioni fino ad allora solamente soggettive riguardo l'esistenza, e lo fa, appunto, escludendosi, filmando una pellicola che fa del realismo il proprio perno e che, come la piega leibniziana, si estroflegge solamente per includerci, facendo così di ognuno di noi il Dio della propria realtà: è il nostro il silenzio di Dio, il silenzio di Dio è quello di ognuno di noi, l'incomunicabilità.

10 commenti:

  1. Cribbio Yorick! Certo che i film, passati sotto la tua penna, si rivelano come qualcosa di mai visto anche se li hai già visti 10 volte. Bellissima analisi calcolando che si parla di Bergman e su di lui, ricorderò sempre la frase che una volta disse il mio fratellastro (che insegna diritto a Roma) e cioè, che Bergam aveva sbagliato mestiere: "doveva fare lo psicologo, perchè facendo il regista riversava inevitabilmente nel cinema tutte le sue inquietudini esistenziali e non poteva scassare i maroni allo spettatore":D... A lui Bergman piace, o meglio, apprezza molto il suo primo periodo, quello del "Settimo Sigillo" per intenderci. E' una frase che ha detto in tono un pò scherzoso (ma forse neanche tanto) ed era chiaro che ammiccava proprio alla seconda fase bergmaniana, quella iniziata con questa trilogia, tanto che, quando la volta dopo, nominandole "L'Ora del Lupo" e "Persona" le dissi di aver cominciato a seguire Bergman, mi rispose che ormai ero rovinato.. Se mi vedesse ora :) Comunque, tornando alla tua recensione, un passaggio in particolare è stato immediatamente chiaro: "Sarebbe dunque folle ridurre il realismo radicale de Il silenzio a una parabola mistica di sfondo religioso, perché il reale non ha niente di simbolico, non rimanda ad altro che a se stesso." E' la cosa che ancora prima di leggere, non faceva una piega, perfettamente d'accordo! ... E scusami per l'off-topic improvviso.

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    1. Macché scuse, anzi, è la stessa cosa, inversa, che mi disse mio padrino qualche giorno fa, motivo per cui ho voluto rivedere questa trilogia, e cioè che il primo Bergman è troppo religioso per i suoi gusti, mentre nel secondo c'hai quell'afflato di psicologia che rende tutto meno fideistico, meno simbolista, in qualche modo meno "moralistico" e più fosco e plastico, reale (v. "Sussurri e grida"). Il punto è, secondo me, che in Bergman risuona la perdita (ovviamente v. "Il settimo sigillo"), ma è una perdita esistenziale, e i critici che parlano di Dio (in questo film, l'ultimo quindi il coronamento della trilogia, nemmeno viene fuori il discorso se non di scorcio) fanno solamente un giochetto cattolico, che svia e che non centra il fatto che qui si sta parlando di perdita esistenziale... e infatti Bergman poi cosa fa poi? Cambia radicalmente registro, perché Bergman è la tipica persona per la quale Abramo non stava per sacrificare il figlio ma stava per assassinarlo, è diverso, e insomma mi sembra un po' forzato il discorso sulla fede. Fede che, certo, è presente, ma sempre come interrogativo, come supposizione - e qui è assente, a rimarcare il fatto che l'ipotesi Dio è accantonata grazie alle acquisizioni dei primi due film sulla trilogia.

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    2. A ogni modo preferisco il secondo Bergman, almeno da questa trilogia fino ai primi anni '70. Le cose fatte dopo "Sussurri e Grida" non mi hanno stimolato più di tanto, tranne forse "L'immagine allo specchio" che però dovrei tornare ad approfondire. Ho visto che sul tuo Mubi, "Il Silenzio" si è aggiudicato il massimo dei voti, effettivamente, della trilogia lo considero il migliore pure io.
      Cambiando discorso mi sono segnato un film dalla tua lista: "Shell". A naso mi ispirava e inoltre ho visto che è inserito in questo micidiale listone: http://mubi.com/lists/contemplative-cinema-a-few-more-additions-to-the-collection. Nel tempo, parecchie cose interessanti sono riuscito a pescarle da qui!

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    3. Eh, secondo me questo è l'apice. Cioè la summa di un discorso che chiude un'era e ne apre un'altra, essendo sia fine che inizio. Penso che, in nuce, abbia fondamentalmente tutto il pensiero bergmaniano riguardo cose come la persona, la filosofia, la psicologia, la fede, la perdita eccetera eccetera. Mi hai messo voglia, però, di rivedere "L'ora del lupo", che e ché (lo) ricordo male.

      "Shell", volevo recensirlo, ma l'ho trovato in qualche modo ammiccante: mi è sembrato, in un certo senso, paralizzato in un cinema contemplativo di cui ha davvero poco, quasi volesse trascinarsi sull'onda di un cinema che, ultimamente, riesce a raccogliere i propri riscotri (o, almeno, parzialmente). Insomma, mi è sembrato un buon film, ma inautentico: come Fossati, che ogni volta che lo ascolto mi sembra non essere convinto come un Guccini di quello che sta cantando. Quella lista lì, effettivamente, ha un suo fascino e, soprattutto, è corposa quanto basta per intimorirmi. Anch'io, però, c'ho tirato fuori dei titoli che mi interessano non poco, e sono sicuro che, a leggerla approfonditamente, me li segnerei tutti. Visto che hai tirato fuori il discorso MUBI, ti spiace se ti chiedo come mai solo due stelle a Rob Zombie?

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    4. 1) Shell: l'ho visto e non mi è dispiaciuto affatto. Ho capito cosa intendevi dire, hai ragione è in qualche modo "impuro" se lo si vuol classificare nel contemplativo, però la storia mi ha preso e secondo me, anche ricca di sottolineature interessanti che colte, possono dare un senso al finale: il rapporto cervo/protagonista per esempio, dapprima carne che la ragazza si rifiuta di mangiare perchè "è come se mi cibassi della mia carne" e successivamente, animale libero... Troppo incasinato da spiegartelo quì in due righe comunque mi son già fatto un'idea :) Penso che lo metterò nella lista dei film da recensire.

      2) Rob Zombie: orpo, bella domanda! Se non ricordo male l'unico film di RZ che ha avuto il (di)sonore di essere passato sotto il mio voto è l'ultimo (Le Streghe di Salem). Ci sono vari motivi: il primo è che non ho mai amato RZ (regista), come musicista non posso dire niente, non seguo il "metal" e non ci capisco una mazza. Ma non c'è un film che ha fatto che mi sia piaciuto, tranne un certo apprezzamento per "La Casa dei 100 Corpi" (ora sarò più che "bastian contrario", ma il seguito lo reputo sopravvalutatissimo). Non parliamo poi che si è cimentato nel remake di una delle saghe che ho sempre odiato di più (Halloween) e con quest'ultimo secondo me ha voluto fare il salto più lungo della gamba. E' una pasticciata incredibile dai, senza senso e senza stile, è kitsc, di cattivo gusto e non in senso moralista (4 preti zombificati che si masturbano con i loro peni fluorescenti ti sconvolgono si, dalle risate :), ma proprio perchè è un film già vecchio di suo, un pessimo riciclaggio senza nessuna inventiva di tutto l'horror/surrealismo anni '70. In rete ne ho lette di tutti i colori: capolavoro, cinema d'autore (ma d'autore che? Una bestemmia!), visionario... Si è visionario, sono d'accordo, ma come può esserlo uno specchietto per le allodole. Ma una delle cose che più mi infastidisce, è che molti hanno esaltato stà roba e poi, se un messicano (in un capolavoro che conosciamo bene, straricco di significati) si stacca la testa con le mani, allora vai col "non-sense".... Ma per piacere!
      Posso chiederti come mai questa tua curiosità proprio su RZ?... No, perchè dopo questo sfogo non vorrei aver acceso una miccia proprio con te... :O

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    5. Eh, te lo chiedevo perché a me Rob Zombie (regista, musicalmente ascolto altro) piace parecchio. O meglio, secondo me "La casa del diavolo" è un film che spacca, punto. Possiamo parlare dello stile, del fatto che non è un gran film e tutto quanto, ma è americano, del resto, e se lo prendo come un divertimento personale, un film che guardo quando non ho voglia di, chessò, capire come mai Tarr intitola il proprio film "Le armonie di Werckmeister" se l'armonia, come dice il personaggio al microfono, non esiste: insomma, è come il tipo che ascolta Coltrane tutto il giorno e poi, di tanto in tanto, si mette ad ascoltare qualche commercialata a caso, per fare un'esempio pessimo. Il capitolo precedente, poi non mi era dispiaciuto, ma l'ho trovato in qualche modo troppo "opera prima", quasi Rob Zombie dovesse dimostrare a tutti i costi di essere innovativo (e credo se ne sia accorto anche lui, perché "La casa del diavolo" è l'anti-innovazione per eccellenza, nella filmografia zombiana). "Halloween - The beginning", invece, mi aveva preso, al cinema, cioè tutta la prima parte era abbastanza convincente, ma il fatto che diventi uno slasher nel finale me l'ha fatto un filino rivalutare... se poi penso che, a rivederlo, pure l'inizio l'ho trovato - come dire - esagerato, forse forzato e, in un certo senso, apologicizzante i massacri a seguire, mi tocca dire che il film intero non è ai livelli del precedente ("Halloween 2", non lo ricordo nemmeno, ma ho letto che al Mereghetti è piaciuto più del primo, quindi me ne tengo distante). E arriviamo a "Le streghe di Salem": secondo me Zombie vuole cambiare linguaggio, e sono curiosissimo di vedere come procederà; onestamente, l'ho trovato un film furbo, che corre su binari già noti per tutta la sua durata e poi tenta il colpo di mano nel finale. Non mi ha convinto, l'avrei preferito più vicino ai Bava e agli Argento che palesemente rievoca o più radicalmente surrealista anziché solo nel finale (se si può chiamare surrealista quel finale, almeno: per me, no), e il satanismo che ne emerge, non so perché (dovrei rivederlo), l'ho trovato tutt'altro che anticonformista, anzi mi è parso piuttosto cattolico e scialbo; però, per uno che non è abituato a un certo cinema e ne guarda a pacchi, di quello americano, penso possa essere una bella mazzata (più di "World War Z" sicuramente, almeno) e capisco perché in diverse recensioni tu abbia letto la parola capolavoro. Secondo me, non lo è, assolutamente non lo è, però Zombie mi sta simpatico ed ero curioso delle tue impressioni a riguardo. C'è da dire, però, che a me il finale (cioè, "ATP" dei Velvet Underground, la cui scelta non mi motivo, tra l'altro) in sala ha gasato parecchio, ma credo derivasse dal fatto che considero ATP il miglior pezzo dei Velvet, anzichenò.

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    6. Porca miseria Yorick!... Mi dispiace avertelo masscarato, ma credimi, mai e poi mai avrei pensato che ti piacesse Rob Zombie :(
      D'altronde hai perfettamente ragione te, quando parli di "divertimento personale", ed è giustissimo che sia cosi, nel mio caso però i momenti di evasione ricadono preferibilmente sui film di genere di un tempo, sono nato con quel cinema e mi rimarrà sempre nel cuore. E' più forte di me, ma nel "mainstream" odierno non trovo alcun stimolo, qualche commercialata la guardo anch'io certo, però, anche in fatto di divertimento, mi annoia proprio. Hai fatto benissimo comunque a domandami di Zombie, almeno adesso sappiamo entrambi come la pensiamo a riguardo ;)

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    7. Se nemmeno qui la pensavamo diversamente, iniziavo a prenderti per il mio doppio. Comunque, Zombie puoi massacrarlo finché vuoi (del resto, ultimamente sembra volerti aiutare lui stesso :P), ma spero proprio che su Korine non avremo questi abissi opinionali, ma con Korine non si tratta più di divertimento personale e si entra in quello che per me è Buon Cinema :D

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    8. Trattandosi di Buon Cinema, lo spero vivamente anch'io ;) Intanto mi sono segnato Gummo, anzi adesso provo a vedere se lo trovo, grazie!

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