Why Don’t You Play In Hell? (Jigoku De Naze Warui)


Questo film sarebbe facilmente riassumibile - almeno nella blogosfera, dove tutto sommato le recensioni sono spesso ridotte a un «consigliato sì/no» - con una semplice frase: ANDATE A VEDERE QUESTO CAZZO DI FILM. E non perché sia un capolavoro (del resto, non credo ne servino altri a Sion Sono, vantando la sua cinematografia di titoli come Cold fish, Noriko's dinner table, Love exposure, Guilty of romance ecc.), quanto perché, sommariamente, giunge appena dopo The land of hope e le tiepide impressive (crf. qui) da esso provocate: Why don't you play in hell è, in pratica, un ritorno agli eccessi e ai non-sense di Love exposure, alla violenza di Cold fish, all'introspezione psicologica (intercalata in un contesto familiare e focalizzata su una mente femminile) di Noriko's dinner table, il tutto condito con quell'amarezza dell'ultimo periodo sionsoniano (Himizu, prevalentemente), la quale viene, in Why don't you play in hell, palesata nel disarmante finale (del finale). Sion Sono, qui, gioca col cinema, ma non ci gioca ponendolo come metacinema - come già in molti hanno fatto (penso a Jodorowsky, tanto per citarne uno) - in maniera tale da non rischiare un'operazione sterile e retorica, bensì mutuandolo, non cogliendolo più come mezzo d'espressione ma come espressione di mezzi (e di realtà). Sono ci gioca in maniera ambigua, insomma quasi capovolgendo il concetto stesso di (meta)cinema e di arte in generale; in Why don't you play in hell, infatti, l'arte non imita più la natura, il cinema non è più un mezzo d'espressione che fa la copia della realtà, piuttosto è la realtà che si fa copia del cinema, poiché non è più il reale ad entrare nel cinema e a farsi suo oggetto di modellazione ma è il cinema ad entrare nella realtà (lo snuff samurai su cui non mi dilungo), il che implica necessariamente uno stravolgimento che va al di là del banale manierismo postmoderno e per cui, questa volta, è la realtà ad essere finzionalizzata (dal cinema nel cinema) e il cinema realizzato, colla logica conseguenza - una cosa che a un Tarantino a caso piacerebbe tanto riuscire a fare - di legittimare gli ettolitri di sangue sperperati durante tutto il film.

8 commenti:

  1. Beato te che sei lì.
    Questo è andato e tiro un sospiro di sollievo, adesso facci sapere di Tsai eh.

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    1. Beato mica tanto, finora. L'unico bel film, per ora, è stato questo di Sion. Pure oggi due pacchi... spero che Pablos, Tsai e Garrel mi risollevino il morale

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  2. Sì, beato te! Potevo venire anch'io, bestia che sono!
    The land of hope non l'ho ancora visto; ho letto, sì, diverse stroncature. Ma Sion Sono sforna un film dietro l'altro, capita "l'intoppo".
    Sono contento che questo sia sulla falsariga dei suoi precedenti capolavori e di Love exposure in particolare. Che film quello!Che film!

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    1. No, aspetta: forse mi sono espresso male. Questo non è all'altezza di "Love exp.", è solo un gran bel film. Ma finore "Love exp." è un picco inarrivabile, son d'accordo con te.

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  3. Film cazzutissimo, uno dei Sono che preferisco. E di Tokyo Tribe che ne pensi?

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    1. Mah, ne ho visto una ventina di minuti e l'ho abbandonato. Diceva nulla.

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  4. Sion Sono è uno di quei registi che davvero non riesco a capire bene.
    Sorvolando sui primi lavori sperimentali (per esempio, I Am Keiko), ho apprezzato moltissimo l'ermetismo di Suicide Circle, così come ho adorato Noriko's Dinner Table (probabilmente il mio preferito) e, seppur in minor misura, Strange Circus. Hazard, dello stesso anno degli ultimi due, rappresenta forse il primo calo (o sintomo).
    Salto a Love Exposure, a mio avviso un film immenso ma non troppo. Magnifici i repentini cambi di genere, di registro e di tono, su questo niente da ridire, ma spesso, sentendo parlare i personaggi, rileggendo i dialoghi, mi sono chiesto se tutto il simbolismo e l'ermetismo dei primi film fosse solo una copertura e, di conseguenza, se Sono non fosse affatto quel regista "intellettuale" che sembrava essere. Non hai mai avuto questa sensazione?
    Riprendendo il discorso, dopo Love Exposure, c'è quella che potrebbe essere definita la sua tragedia cinematografica: Be Sure to Share. Qui il linguaggio povero e retorico si fa sentire ancora di più e il Sono di Noriko's Dinner Table non esiste.
    Su Cold Fish, Guilty of Romance e Himizu non ho troppo da dire, apprezzabili (soprattutto quello centrale) ma poco altro. The Land of Hope non l'ho ancora visto mentre Why Don't You Play in Hell ovvero fare cinema è un macello, di cui si parla in questo articolo, per me è un meh. Simpatico, certamente, ma ben distante dai livelli di Love Exposure.
    Tokyo Tribe, per finire, è il figlio castrato di una produzione sempre più frenetica e commerciale.

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    1. Concordo pressoché su tutta la linea: Noriko's è senza ombra di dubbio il miglior Sono, dopodiché la piega che ha preso il suo cinema è diventata terribilmente retorica, autoreferenziale e commerciale: Love exposure, che fino a poco tempo fa salvavo, è secondo me uno dei peggiori film di Sono, perché in fondo è il film che ha cercato di salvare capra e cavoli, facendo da spartiacque e in pratica dischiudendo alla filmografia più recente del regista. Inutile dire che questo film (Why don't...), dopo la botta di Venezia, è per me divenuto una spina nel fianco.

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