Piccola patria


Il film inizia con un omaggio, neanche troppo velato, al Kinetta di Lanthimos, quindi Rossetto, mi son detto, è uno che ci sa fare, che sarà in grado di farmi cambiare idea sul cinema italiano odierno (poche eccezioni, su tutte Frammartino): invece no. Piccola patria, dove la piccola patria del titolo è il Nordest italiano, che circola il film come sfondo alle vicende di Luisa e Renata, è un film ammiccante, palesemente subdolo, il cui concetto di base sembra essere: «Mi chiamo Alessandro Rossetto, sono padovano e dico che il razzismo è una brutta cosa attraverso un film di quasi due ore, quindi dovete amarmi». Che il canovaccio della pellicola sia La giusta distanza di Mazzacurati poco importa, perché quel che importa davvero è il sistema comunicativo che Rossetto attua mettendo in scena una storia di ricatti sessuali (il classico padre di famiglia che tradisce la moglie, che è, di fondo, un porco che si scopa le ragazzine in maniera sadomasochista) e razzismi alla stracciatella (il Nordest emblematizzato da un uomo che ammazza gli albanesi, odia i neri ed è sposato con una donna (che odia i meridionali), che tradisce e a cui ruba i soldi da spendere in puttane), in quello che, insomma, vorrebbe palesarsi come una critica di una certa mentalità del nord Italia salvo poi ricostruirsi come autocelebrazione o, più precisamente, come celebrazione del nulla. Ma, il problema di fondo, qual è? Fondamentalmente, che è tutto qui. Il film, di per sé, è un assurdo connubio di luoghi comuni sul campagnolo del Nordest, nient'altro: è solo forma, apparenza, senza sostanza. O, meglio, la sostanza, ce l'ha, eccome: e ce l'ha nel momento in cui Rossetto gioca d'astuzia e, come l'ultimo disco di quei pagliacci degli Afterhours, tenta un dialogo che ha come fine solamente se stesso, che è solamente retorica. Quindi la domanda diventa: che senso ha fare un film contro il razzismo post-leghista? Il più lapalissiano, cioè farsi un pubblico. E, siccome la cultura in Italia è sempre stata di sinistra, non può che nascerne un film del genere, autoreferenziale e razzista. Sì, perché quello che Rossetto sperpera nella sua pellicola è un razzismo fastidiosissimo, che fomenta pregiudizi (contro il contadino del Nordest) non per abbatterne altri ma, come si è detto, per far sì che Rossetto sia il nuovo Mazzacurati, il nuovo Olmi (almeno nella sua testa). Insomma, l'ennesimo risultato di ciò che è sempre stato in Italia (che, cioè, sia stata spesse volte la sinistra, col suo fascismo delle buone maniere, ad aver creato i razzismi, della serie che se dici «negro» sei palesemente un razzista), un paese dove Gramsci non viene letto e, consequenzialmente, la cultura - quella di minor dispregio, almeno - pur essendo stata quasi esclusivamente appannaggio della/e sinistra/e non è mai riuscita a smuovere un paese democristiano prima e berlusconiano poi, che piangeva allora i suoi Aldo Moro e che piange ancora oggi i suoi Aldo Moro. E, si badi bene, con tutta 'sta sfuriata non sto cercando di dire che l'unica maniera che ha Rossetto per mostrarsi veneto sia morire di meningite, quanto piuttosto che questo sia davvero un film offensivo e superficiale, generalizzante e meningitico.

4 commenti:

  1. L'hai fatto te il vero film di denuncia, con questo concordevole scritto ;)
    Immagino la delusione, soprattutto dopo la fasulla scocca iniziale che ti aveva riportato a Lanthimos...

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    1. Sì, mi si erano illuminati gli occhi così *______*

      Comunque, a rileggerla il giorno dopo, la rece è anche troppo avvelenata, ma mi sono davvero stancato di gente che fa la razzista per non essere razzista, mi fa arrabbiare la generalizzazione e il cinema a tesi quando la tesi è questa.

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  2. Un altro film italiano da evitare come la peste, purtroppo.
    Recensione acrimoniosa, due ore di tempo sprecato, a Venezia, devono far venir rabbia!

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    1. Sì, parecchio, specie se dall'altra parte c'era un film potenzialmente bello, o almeno interessante. Va be', potevo uscire. A breve vedrò "L'estate di Giacomo" per non evitare generalizzazioni facili sul cinema nostrano.

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