José e Pilar


Gli ultimi giorni di vita di Saramago, ma non basta. Il solo nome del portoghese riesce stretto in questa descrizione, travalicandola come José travalica i tempi e rimane presente: non solo nei suoi testi, nelle sue parole, ma nell'essere stato per davvero l'ultimo. L'ultimo comunista, per esempio. E, questo, Miguel Gonçalves Mendes lo sa bene, così distende un'opera intima, elegiaca e riflessiva da cui emerge un rapporto d'amore che sfonda la vita, l'amarezza della perdita, la fatica della quotidianità, l'insensatezza che vivi e muori e sia tutto qui («La realtà continua come al solito: nasciamo, viviamo, moriamo e questo è tutto, niente di più»), perché se è tutto qui allora c'è qualcosa che non va e la vita stessa rischia di non bastare: serve qualcosa in più, bisogna santificare la morte, vitalizzarla, renderla l'estremo della vita e, così facendo, porla come adiacente a essa («Spero che questo non accada, spero di morire lucido e con i miei occhi aperti. O almeno questo è il modo in cui vorrei che accadesse.»), facente parte di essa... ma non basta ancora. Così, ecco Pilar, ed ecco che questo film, da poetico abbandono alla morte diviene un inno alla vita («Non ho paura della morte, non ho paura dell'Inferno. Non ho paura di quella che potresti definire la dannazione eterna, perché cos'è il peccato? chi l'ha inventato? Una volta qualcuno ha inventato il peccato, e il tizio che l'ha inventato ha iniziato ad utilizzarlo come strumento di dominio sugli altri»), alla gioia del trascorso, all'amore che riempie ogni cosa: quell'amore che nemmeno la morte riesce a profanare. E questo già dalla prima scena, dove un Saramago perduto tra bronchi rocciosi guarda la mdp e dice Pilar. Dice: «Pilar, ci incontreremo da qualche parte», quindi si avvicina alla mdp e la spegne. Ha più di ottant'anni, José, e Pilar è il suo pilastro, ed è commovente l'abbandono di José al materialismo più radicale («Non c'è il Paradiso. Cos'è questo Paradiso? C'è solo lo spazio, per tredici milioni di anni luce. Immagina, i limiti dell'universo possono essere trovati, a tredici milioni e settecentomila anni luce di distanza da qui, ma dov'è Dio? Se vuoi credere, credi e apposto: io lo dico chiaro e tondo, che per me... no, per me questo no.»), materialismo che sulle sue labbra, però, non vuole imporre addii, anzi diviene un'affermazione della vita, di questa vita che sfugge i fantasmi della spiritualità e fa dell'amore il proprio epicentro, perché l'amore è materia, è una certezza irriducibile, e il fatto che il Paradiso non esista e che la vita si risolva tutta in quest'istante non può che preludere a una perdita solo momentanea, al fatto che, sì, da qualche parte, ancora, José e Pilar si rincontreranno.

8 commenti:

  1. ce l'ho da qualche parte, non mancherò, credevo fosse interessante, mi hai dato la conferma

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    1. Sì, è interessantissimo, ma soprattutto è toccante, è vitale. Ti ricordo, però, che la recensione è scritta da me, uno che, Saramago, l'adora come un dio, quindi è da prendere con i guanti.

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    2. non preoccuparti, l'ha letta uno che pensa che Saramago un grandissimo, e non sono tantissimi

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    3. E allora vai tranquillo, ti piacerà di sicuro

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  2. L'ho messo in lista (aspettando i sub). Non posso non vederlo, adorando anch'io Saramago. Non ho capito perché i limiti dell'universo sono così vicini (soltanto tredici milioni e settecentomila anni luce), forse Saramago il Paradiso se lo immaginava a portata di mano.

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    1. Hai ragione, è scappato a me un thousand ("13 thousand million light years"), cribbio. Comunque, io pensavo di prendere il DVD, ma a quanto pare ha un difetto al quarantesimo minuto di riproduzione...

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    2. Ah, ecco! Io credo, anzi ne sono sicuro,che in questo momento esatto il buon José sia arrivato, guida galattica alla mano, al Ristorante al termine dell'universo e, comodamente seduto, si stia sorbendo un ottimo Saramagujà, un sorbetto al maracujá che la buona moglie del medico (che ha rilevato il ristorante da poco) gli ha dedicato

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